Martina Fuga

@pointsofview

Writer, Consultant, Advocate President @coordown Partner @kopernicana
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Ho appena ricevuto una mail dalla mia insegnante di italiano del liceo. La mia insegnate del liceo! Ha letto il libro “tutto d’un fiato”, dice. È quel tipo di insegnate che ha segnato la mia vita, insieme alla mia maestra delle elementari, al professore di filosofia e a quella di arte. Sono stata un’alunna fortunata, lo so. Lo ricordo come fosse oggi: avevamo il compito in classe, non ricordo la traccia, oggi si direbbe così, ma ricordo il mio banco, le file davanti a me e la luce che entra dalla finestra. Io che guardo fuori e penso se andare fino in fondo o no. Scrivo e cancello. Ci ripenso. Titubante, timorosa, imbarazzata, ma con un’urgenza dentro. Stavo scrivendo dei miei genitori che si stavano separando, non ricordo come, ma c’entrava con la traccia. Mi chiedevo: avrà senso mettere nel tema la mia vita personale, avrà senso raccontare una cosa così intima? Sono le stesse domande che mi pongo oggi, in fondo, mentre sto lasciando andare nel mondo il mio nuovo libro. La professoressa Marcellina mi diede un bel voto, ma soprattutto mi rassicurò con quello sguardo che cercano i ragazzi e le ragazze adolescenti, che non è uno sguardo di approvazione, ma piuttosto di amore, di accoglienza, un “ti vedo”, un “sento il tuo dolore, la tua fatica” che conta più dei voti e delle cose che si imparano a scuola. La mail parla del suo sguardo che si posa ancora oggi sui suoi studenti, di quando si alza per sedere accanto a loro e di quando li lascia andare e si fa da parte perché camminino da soli, della fiducia e delle loro risorse che sono sempre superiori alle aspettative. A me oggi si chiude una ferita dentro, proprio come allora, grazie a quello sguardo accogliente e rassicurante. Oggi si sciolgono i dubbi di allora che erano gli stessi di oggi, ha senso raccontare una storia così intima? Sì, ne ha. Grazie Professoressa ❤️ #nuovolibro #diciotto #letture #professoressa #scuola
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2 years ago
La filosofia del “se vuoi, puoi” mi ha sempre disturbato. Quando guardo mia figlia, ragazza con disabilità, non penso ad una persona che ce la fa perché vuole o che non ce la fa perché non vuole. Quando penso alla mia esperienza con il cancro, non penso di essere guarita perché l’ho voluto. C’è una grande bugia dietro a questa visione della vita e ce la insegnano da piccoli: “se fai il bravo… le cose andranno bene!” La vita poi ci dimostra che quello che ci capita nella vita non dipende da quanto siamo stati bravi, buoni e giusti. Anche nella parte di vita in cui siamo protagonisti, nello studio, nel lavoro, nello sport, c’è sempre un ingrediente su cui non abbiamo potere. Chiamiamolo “fattore c***”, “buona sorte” o “incontro giusto al momento giusto”, ma conta. Anche nelle più straordinarie storie di sport che vengono utilizzate per alimentare la filosofia del “se vuoi puoi”, c’è spesso un incontro che ha segnato un momento di svolta, un coach illuminato, un contesto favorevole, persino un infortunio o un fallimento che diventa la rampa di lancio di un futuro successo. Amo leggere di persone con #sindromediDown che conquistano una medaglia, un diploma, un lavoro, io stessa sono una grande divulgatrice di storie, perché credo nel potere che hanno di generare cultura, ma penso sia un po’ sbrigativo attribuirne i meriti alla filosofia del #sevuoipuoi. Lo trovo ingiusto verso chi non ha avuto la stessa "quota fortuna” o le stesse opportunità. Il mio disagio cresce quando se ne parla in merito al #cancro, dove volontà e determinazione non c’entrano nulla. La malattia non si vince con la volontà, né con l’atteggiamento positivo. Io conto di aver chiuso la partita con questa malattia, ma ho visto adulti, ragazzi e bambini lottare con coraggio, che hanno voluto con tutte le loro forze vivere, ma non è bastato. La narrazione dei guerrieri, dei supereroi, del volere è potere è una grande menzogna, se la vita vuole ti dà un’occasione, se vuole se la prende. Senza troppa filosofia. Penso alle persone con #disabilità, che non vincono una medaglia, non prendono il diploma, non hanno un lavoro e vorrei sapessero che la loro vita non ha meno valore [continua nei commenti]
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3 years ago
Quando a poche ora dalla nascita di Emma il medico ci disse che nostra figlia aveva la sindrome di Down, l’avevamo tra le braccia. Sembrò facile lì per lì, chiusi in una bolla o forse semplicemente sotto choc. Come se ci avessero detto: “mi spiace ma ha gli occhi marroni, non ha preso gli occhi verdi del nonno, come desideravate.” Non era così semplice, ma a posteriori so che cosa ci aiutò in quel momento: avevamo in braccio Emma, non una diagnosi. Nel giro di qualche giorno sprofondai: paura, angoscia, senso di colpa. Ciò che non conosci ti paralizza, ciò che non controlli ti disorienta. La mia risalita dal buco nero in cui ero caduta iniziò grazie ad una dottoressa che entrò nella mia stanza d’ospedale durante il turno di notte, aveva delle fotografie tra le mani, erano di suo fratello, un ragazzo con sindrome di Down di cui mi raccontò la storia. Mi attaccai a quella storia come ad una zattera in un mare in tempesta. Dal quel giorno non smisi di cercare storie nel web, nella letteratura, nella cinematografia, certa della loro forza e del loro potere salvifico. Se potessi scegliere una cosa da dire in occasione del #DownSyndromeAwarenessMonth direi che dietro ad ogni diagnosi, c’è una persona e la sua storia. Vorrei che durante ogni comunicazione ai genitori in sala parto ci fosse un medico disposto a parlare di un bambino e non di un difetto genetico, di fronte ad ogni diagnosi prenatale vorrei che ci fosse l’occasione di parlare delle persone con la sindrome di Down, di conoscerne le storie, piuttosto che soffermarsi solo sulle eventuali patologie connesse alla sindrome, vorrei che ogni insegnate a scuola davanti a un nuovo alunno non si fermasse alle cose che non imparerà mai a causa della sua disabilità, ma che si concedesse la possibilità di conoscerlo e gli desse l’opportunità di giocare la sua partita. Se penso a tutte le persone con #sindromediDown che ho incontrato nelle mia vita, non ne ricordo le caratteristiche comuni, ma le peculiarità che li distinguono, uno per uno, storia per storia, vita per vita. Provateci anche voi, davanti a una persona con disabilità cercate Valentina, Marco, Andrea, Cristina non la loro diagnosi.
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5 years ago
È la maratona ad avermi insegnato che lo sport è davvero per tutti e tutte. La settimana scorsa un uomo di 90 anni ha disintegrato il precedente record della sua categoria correndo la @milanomarathon in 4 ore e 30. Nella stessa corsa mia figlia Emma ha corso e camminato la sua parte di staffetta e ha partecipato per la prima volta a un evento sportivo di questo tipo. La sua determinazione, la sua gioia e la sua soddisfazione la potete vedere nella foto due. Lo scorso settembre ho corso e camminato 22 km alla @berlinmarathon con il bacino rotto per arrivare in fondo a una “gara” che avevo promesso a me stessa. Nella mia prima mezza maratona a New York nel 2012 ho conosciuto due signore di 70 anni che l’avevano camminata tutta, avevano il loro sogno e la loro storia da celebrare. Avrebbero dovuto rinunciarci per compiacere @nikerunning o i runner esperti con l’occhio sull’orologio? Avrei dovuto fermarmi e non vedere la porta di Brandeburgo? Emma avrebbe dovuto stare seduta sul divano e mai essere inclusa in un evento così? Ci sono migliaia di persone che ad ogni maratona camminano per una parte di gara o anche per tutta celebrate dal pubblico e da città intere in giro per il mondo, pienamente parte di un evento che nessuno ha mai escluso. @nike non sarai tu a decidere chi può e chi non può esserci e come correremo le nostre maratone, ma saremo noi a decidere che brand vorremo indossare.
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1 month ago
Immagina Andrea, che a volte si sveglia con un peso sul petto e non sa bene come raccontarlo. Pensa a Chiara, che quando qualcosa cambia nella sua routine si sente travolta dall’ansia. Marco, che ha perso una persona cara e non trova le parole per affrontare quel vuoto. Elena, che sembra sempre sorridere, ma dentro trattiene rabbia e solitudine. Emma, che vorrebbe solo qualcuno che la aiuti a dare un nome alle emozioni che prova. Crescere significa anche questo: attraversare momenti difficili, vivere cambiamenti, affrontare fragilità. Ma per molte persone adulte con sindrome di Down tutto questo può diventare ancora più complesso, soprattutto quando mancano strumenti e spazi di ascolto. Dietro ogni passo della nostra staffetta non c’è solo una corsa. C’è il desiderio che nessuno resti solo o sola nei momenti più delicati. Ogni euro donato è un gesto concreto per offrire supporto psicologico, creare percorsi di ascolto, accompagnare persone e famiglie in un cammino di benessere. Perché la salute mentale non è un lusso. È un diritto. E troppo spesso, per le persone con disabilità, è un diritto ancora difficile da raggiungere. Emma domani correrà per la prima volta la @milanomarathon con @edoratti78 @granrobi @claire_goodwine per sostenere questo progetto. Con il tuo aiuto possiamo costruire uno spazio dove emozioni e fragilità non restino invisibili, ma trovino cura e presenza. Unisciti a noi. Sostieni questo progetto. ❤️ Trovi il link a @retedeldono in bio 🙏
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1 month ago
Emma, la mia seconda figlia, ha la sindrome di Down. Ricordo molto bene il giorno in cui si è trovata a fare i conti con la parola “mongoloide”, che nel nostro contesto è la versione più diffusa della parola con la R. La trovò scritta nella chat di classe: una compagna voleva insultare un’amica usando proprio quel termine. Emma era ben inserita in quella classe, era apprezzata dalle compagne. Ma quel giorno si sentì ferita e sola come non si era mai sentita prima. Come se, dopo averla fatta sentire parte del gruppo per anni, all’improvviso l’avessero sbattuta fuori. Come se il loro affetto e la loro stima fossero stati una farsa. La incoraggiai a fare qualcosa: a scrivere nella chat, a parlare con le amiche. Le offrii il mio aiuto. Ma non volle. Si tenne dentro quel dolore e fece i conti con tutto questo da sola. Nessuna di quelle ragazze fa più parte della sua vita. È questo che fa quella parola, anche quando non viene rivolta direttamente a una persona con sindrome di Down o con disabilità. Fa sentire soli. Fuori posto. Senza valore. Oggi, nella Giornata Mondiale sulla sindrome di Down, diciamo insieme basta alla parola con la R. È una brutta abitudine che appartiene al passato e continua a perpetuare l’idea che le persone con disabilità valgano di meno. Le parole non sono mai innocue: non solo feriscono ma costruiscono cultura. #JustEvolve #WorldDownSyndromeDay #WDSD26 #TogetherAgainstLoneliness @coordown
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1 month ago
Il mondo si divide tra “non si può più dire niente” e “le parole sono importanti”. Ma la questione è più semplice: ci sono parole su cui per troppo tempo abbiamo fatto finta che non facessero male. Parole usate per insultare o per far ridere. Parole che feriscono nel profondo e alimentano un immaginario abilista, rafforzando un’idea del mondo in cui alcune vite valgono meno. Succede nella vita quotidiana, tra amici, a scuola, in palestra, al campetto, nei media, nelle istituzioni, ma anche nei social, in tv, al cinema. E il punto non è l’intenzione di chi le dice. Il punto è l’effetto che producono. Non è vero che non si può più dire niente. Si può ancora dire tutto. Ma possiamo scegliere di dire meglio. Le parole della disabilità usate per offendere appartengono al passato. E, proprio come ci siamo lasciati alle spalle comportamenti e abitudini dolorose o assurde, possiamo smettere di usare la “R-Word” e tutte quelle parole prese in prestito da gruppi sottorappresentati per colpire, deridere o sminuire. Basta evolversi e andare avanti. Sabato è la Giornata Mondiale della sindrome di Down puoi sostenerci in tanti modi, comincia con condividere la campagna di @coordown - ideata da @smalltheagency e prodotta da @theindianaway - per farla arrivare lontano e prova l’agente che abbiamo realizzato con @fairflai_ per scoprire di più sul linguaggio abilista e sulle azioni concrete che puoi fare. Che tu sia uno studente, un insegnante, una creator, una ministra, un datore di lavoro c’è una buona pratica da scoprire anche per te su justevolve.org #JustEvolve #WorldDownSyndromeDay
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1 month ago
Se il mondo è disegnato da pochi per pochi, non può esserci inclusione. Per includere davvero bisogna partire prima. Dalla progettazione. Non solo degli spazi. Anche delle organizzazioni e del lavoro. Nel nuovo episodio di Videns, Martina Fuga (@pointsofview ),presidente di CoorDown (@coordown )e partner di Kopernicana (@kopernicana ) ne parla con Matteo Gazzarri (@mattegazgaz )e Niccolò Di Vito (@niccodivito ). 🎬 L’episodio completo è disponibile su YouTube. VIDENS è un progetto editoriale di @agenzia.brief #marketing #comunicazione #diversityinclusion #culturadimpresa#inclusionelavorativa
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2 months ago
"Quando è arrivata quella lettera, la prima domanda è stata semplice: forse non dovremmo rispondere noi. Forse dovrebbero rispondere le persone con sindrome di Down." Da qui nasce l’idea dietro Dear Future Mom, la campagna di CoorDown (@coordown )che ha scelto di passare il microfono alle persone di cui stai parlando. Nel nuovo episodio di Videns, Martina Fuga (@pointsofview ), presidente di CoorDown e partner di Kopernicana (@kopernicana ), ne parla con Matteo Gazzarri (@mattegazgaz )e Niccolò Di Vito (@niccodivito ). 🎬 L’episodio completo è disponibile su YouTube. VIDENS è un progetto editoriale di @agenzia.brief #marketing #comunicazione #diversityinclusion #culturadimpresa #inclusionelavorativa
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2 months ago
Per la Gen Z, il nome di un’azienda non basta più. Conta capire quali valori rappresenta davvero. Nel nuovo episodio di VIDENS, Matteo Gazzarri (@mattegazgaz )e Niccolò Di Vito (@niccodivito )intervistano Martina Fuga (@pointsofview ), presidente di CoorDown (@coordown ) e partner di Kopernicana (@kopernicana ), esperta di Diversity, Equity & Inclusion e di comunicazione strategica. 🎬 L’episodio completo è disponibile su YouTube. VIDENS è un progetto editoriale di @agenzia.brief . #Videns #GenerazioneZ #CulturaAziendale #EmployerBranding #DiversityEquityInclusion
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2 months ago
“L’inclusione, invece di chiederla, facciamola vedere.” Nel nuovo episodio di VIDENS, Matteo Gazzarri (@mattegazgaz )e Niccolò Di Vito (@niccodivito ) intervistano Martina Fuga (@pointsofview ), presidente di CoorDown (@coordown )e partner di Kopernicana (@kopernicana ), esperta di Diversity, Equity & Inclusion e di comunicazione strategica. Un punto centrale della conversazione è questo: la comunicazione non serve solo a raccontare l’inclusione, ma a renderla visibile, quotidiana, concreta. Perché è anche da lì che si cambia l’immaginario: mostrando ciò che può e deve diventare ordinario, accessibile, a misura di tutti. 🎬 L’episodio completo è disponibile su YouTube. VIDENS è un progetto editoriale di @agenzia.brief #Videns #DiversityEquityInclusion #ComunicazioneInclusiva #ImpattoSociale #CulturaInclusiva
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2 months ago
Quando si parla di disabilità, la comunicazione cade spesso nella stessa trappola: la pornografia motivazionale. Storie costruite sfruttando una categoria di persone per motivarne un’altra. Nel nuovo episodio di Videns con Matteo Gazzarri (@mattegazgaz ) e Niccolò Di Vito (@niccodivito ), ne parliamo con Martina Fuga (@pointsofview ), presidente di CoorDown (@coordown ) e partner di Kopernicana (@kopernicana ). 🎥 L’episodio completo è disponibile su YouTube. — Videns è un progetto editoriale di @agenzia.brief #Videns #AgenziaBrief #MartinaFuga #diversityinclusion #comunicazione
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2 months ago