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Quotidiano digital, print e live che approfondisce, commenta e analizza l’attualità italiana e internazionale. Direttore @christianrocca
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Il dodicesimo numero de Linkiesta Etc racconta il rapporto tra tecnologia e (buone) emozioni. Divisi tra ipertecnologici e refrattari, tra progressisti e passatisti, procediamo tra innovazioni dirompenti e passioni ribollenti alla ricerca di una tecnologia delle buone emozioni. Art direction: @paperpaperstudio Head of content: @stefano_cardini67 Illustrazione di copertina: @alexvxvxvxvx Da oggi, il nuovo numero de Linkiesta Etc è disponibile su Linkiesta Store o in edicole selezionate di Milano e Roma, negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia. #LinkiestaEtc
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29 days ago
Il nuovo numero di Linkiesta Magazine lo trovi da oggi in edicole selezionate di Milano e Roma, e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia. Si può comprare già adesso, qui sullo store, con spese di spedizione incluse. 👉🏻 store.linkiesta.it
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21 days ago
Il nuovo volume di K, la rivista letteraria di Linkiesta, curata da @christianrocca eNadia Terranova, è dedicato alla parola “Moda” e contiene racconti originali e inediti di: @sabaanglana , @jonathanbazzi , @giadabgg , @thecoldfield , @elviocarrieri , @annalisadesimone , @claudia.durastanti , @ilarionenazionale , Valeria Parrella, Flavia Piccinni, Andrea Tarabbia, Marcella Terrusi, @esterviola . Intervista Larga a:
Otessa Moshfegh di @chiarabarzini La moda è un linguaggio universale:
@carlocapasa Milano Fashion Week:
@mattiaparodi , @giuseppetriscari_ K 11 sarà dal 23 ottobre nelle edicole di Milano e Roma, e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia, ma si può acquistare subito e direttamente sullo store de Linkiesta.
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6 months ago
L’elefante nella stanza dell’Unione europea è italiano e si chiama Mario Draghi. Non esiste oggi un politico che goda della stessa reputazione e autorevolezza dell’ex presidente della Banca centrale europea ed ex presidente del Consiglio italiano. E non esiste neppure un leader che negli ultimi anni abbia esposto con altrettanta chiarezza una visione organica su come uscire dalla stagnazione economica, industriale e geopolitica in cui l’Europa si trova. Draghi ha le idee, ma non ancora un ruolo politico per implementarle. Da quando è terminato il suo mandato a Palazzo Chigi, nell’ottobre del 2022, Draghi ha disseminato il suo pensiero in una serie di interventi pubblici tra conferenze, meeting, audizioni, lauree honoris causa e altri discorsi sparsi qua e là nelle città europee. Insieme formano una sorta di manifesto politico sull’Europa del futuro. L’idea di fondo è semplice e radicale: il modello economico europeo costruito dopo la Guerra Fredda è finito e l’Unione deve trasformarsi rapidamente se vuole restare prospera, libera e autonoma. Nel rapporto sulla competitività presentato al Parlamento europeo nel settembre 2024, Draghi ha spiegato che l’Unione è particolarmente esposta alle crisi globali perché è più aperta delle altre grandi economie, dipende da pochi fornitori per molte materie prime strategiche e paga energia più cara rispetto ai suoi concorrenti. Le imprese europee affrontano prezzi dell’elettricità fino a tre volte superiori a quelli statunitensi e il continente conta appena quattro aziende tecnologiche tra le cinquanta più grandi del mondo. Per Draghi il problema non è soltanto economico. Se la crescita rimane debole, l’Europa rischia progressivamente di perdere anche libertà politica e capacità di scelta. Nel suo rapporto scrive che senza maggiore prosperità l’Unione non potrà mantenere insieme tre obiettivi fondamentali: leadership tecnologica, transizione climatica e autonomia strategica. Il modello europeo di welfare, democrazia e redistribuzione dipende direttamente dalla capacità di tornare a crescere. Continua a leggere l'articolo di @florabant su Linkiesta.it
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1 day ago
La domanda che mi sono fatta più spesso questa settimana è che cosa ti rende moderno, che cosa ti rende trasgressivo, che cosa ti rende comico. Ho tentato di rispondermi con qualcosa che non fosse: essere più vicino agli ottant’anni che ai cinquanta. Nell’aprile di diciannove anni fa, quando la Hbo decide di dargli un premio, Jerry Seinfeld sta per compiere 53 anni. Ha l’unica caratteristica che serva per permettersi l’indipendenza intellettuale: è smisuratamente ricco. “Seinfeld” è finito da nove anni e – poiché è stato fatto in anni in cui esisteva la tv, esisteva il pubblico, esisteva il potere contrattuale – gli garantirà a vita introiti con cui i suoi pronipoti non avranno bisogno di lavorare. In quegli anni non fa niente, se non cose da signore benestante che ogni tanto si annoia: doppia un cartone animato, fa un’apparizione in una serie di amici. Ha col lavoro il rapporto che una volta le mogli di ricchi avevano col burraco – solo che Jerry è la moglie ricca di sé stesso. Appare sul palco di questo premio, e fa un discorso che ogni tanto rispunta fuori sui social. Dice che ai comici non servono i premi, perché i premi servono a trovare lavoro, e chiunque sia minimamente bravo a fare il comico è pieno di lavoro. E dice che come fa un comico, uno il cui lavoro è sbeffeggiare il prendersisulserismo di questi rituali, ad accettare un premio. E poi dice il contrario (la seconda parte sui social la tagliano sempre): che i premi bisognerebbe darli solo ai comici, che si sbattono a inventarsi qualcosa che ci faccia ridere, mica agli attori, perché come si fa a considerare geniale fingere d’essere un altro. Si mettono sul segno fatto dal direttore della fotografia sul pavimento del set, per prendere bene la luce, e ripetono quel che gli è stato detto di dire. E tutti: genio! Mi è tornato in mente perché una tale Hannah Einbinder, attrice sicuramente famosissima ma a me ignota perché non so mai niente, a Cannes ha detto che la paura di non trovare mai più lavoro non le impedirà di continuare ad appoggiare la Palestina. Continua a leggere l'articolo di @lasoncini su Linkiesta.it
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1 day ago
Giuseppe Conte è tornato al lavoro dopo un’operazione, e doverosamente a Montecitorio il mondo politico lo ha salutato. La sua assenza è durata pochi giorni ma si è sentita. Nel senso che senza l’avvocato il Movimento 5 stelle non esiste, evapora. Il Movimento è il Partito di Conte ormai completamente. Nessun altro ha qualche idea diversa. La Lega di Umberto Bossi, che per certi aspetti gli assomiglia (il tratto comune è il populismo), garantiva più dialettica. Dalla mistica casaleggiana della partecipazione della base e dell’uno vale uno, dalla stagione del frenetico attivismo dell’epopea grillina, passando poi per la fase dell’apertura del Parlamento come una scatoletta di tonno, siamo dunque giunti al partito di plastica che nulla contiene. Se non, appunto, un leader che ha come principale e anzi unico obiettivo quello di tornare a fare il presidente del Consiglio. L’originaria collocazione “né di qua, né di là” ha lasciato il posto all’ingresso organico nel campo largo, che non si può definire, come in tutta Europa, “sinistra”, proprio perché Conte non si dichiara di sinistra e probabilmente ha capito per tempo che il ciclo della destra si va esaurendo. Lasciando però intatte le ambiguità politico-culturali del Movimento, a partire dalla linea morbidissima, ma è un eufemismo, verso Mosca. Tutto il resto è propaganda strillata: la pace, il no al riarmo, il reddito a mezzo mondo, slogan buttati là che, una volta al governo, saranno destinati a lasciare il posto al realismo delle scelte politiche, molto più impegnative dei comiziacci a cinque stelle. Continua a leggere l'articolo di Mario Lavia su Linkiesta.it
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1 day ago
Oggi il programma politico più sensato è quello di resistere, a sinistra a destra e al centro, battersi perché non passi nessuna riforma elettorale diversa da un sistema proporzionale purissimo, e sperare che le prossime elezioni finiscano in una specie di pareggio, cioè senza che nessuno dei due accrocchi elettorali chiamati poli abbia i numeri per formare un governo. A quel punto, così come prevede la Costituzione e la forma di governo parlamentare, la maggioranza per formare un governo si troverà in Aula sulla base di un programma minimo condiviso tra forze politiche diverse ma capaci di costruire un progetto limitato su questioni importanti come sicurezza, sanità e istruzione, cosa che è già successa più volte negli ultimi anni al termine di ogni sbornia populista. È dunque il Parlamento il luogo dove si può trovare il modo di scardinare i due poli incredibili che ci ritroviamo, e di disarticolare il bipopulismo perfetto italiano per costruire una nuova maggioranza coerente sulle questioni più urgenti, e anche una nuova opposizione, come avviene in tutto il resto del mondo civile, tranne che da noi. Da una parte ci sarà chi vuole stare agganciato all’Europa, dall’altra gli utili idioti di Putin e Trump; da un lato quelli che vogliono rilanciare la produttività del paese e l’economia delle famiglie e delle imprese, dall’altro quelli del superbonus, delle mance e delle pensioni anticipate; da una parte quelli che puntano a una minore dipendenza energetica dall’estero, dall’altra quelli che dicono No a tutto. L’obiettivo, quindi, non può che essere quello di eleggere nel prossimo Parlamento quanti più liberali e progressisti possibile, sia a sinistra sia a destra e, ovviamente, anche al centro, nella speranza che questo transpartito democratico ancora virtuale, che va da Forza Italia al Pd, passando per riformisti, azionisti e liberali, possa riprendere l’iniziativa parlamentare dopo il probabile pareggio elettorale e l’ennesimo fallimento della politica polarizzata. Continua a leggere l'articolo di @christianrocca su Linkiesta.it
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1 day ago
Il primo giorno di incontri a Pechino tra Donald Trump e Xi Jinping restituisce un’immagine apparentemente rassicurante: toni distesi, promesse di cooperazione economica, nuove aperture commerciali e l’idea di una relazione «stabile» tra le due maggiori potenze mondiali. Ma sotto la superficie del dialogo resta intatto il nodo più pericoloso della competizione tra Stati Uniti e Cina: Taiwan. È attorno all’isola che si misura oggi il rischio reale di un conflitto tra Washington e Pechino. E non è un caso che proprio Taiwan sia stato il tema sul quale il linguaggio cinese si è fatto più duro durante il summit. Secondo il resoconto diffuso da Pechino, il leader cinese ha avvertito il presidente statunitense che una cattiva gestione della questione taiwanese potrebbe portare a «scontri e perfino conflitti» tra i due Paesi. Una formulazione insolitamente esplicita, soprattutto in un incontro pensato per mostrare stabilità e cooperazione. Al contrario, il comunicato della Casa Bianca non menziona Taiwan neppure una volta. Una scelta che sembra deliberata. Washington ha preferito concentrare l’attenzione su commercio, investimenti e collaborazione economica, evitando di alimentare tensioni pubbliche sul dossier più sensibile della relazione bilaterale. La differenza tra i due resoconti racconta molto più del linguaggio diplomatico. Per la Cina, Taiwan resta la linea rossa assoluta. Per gli Stati Uniti, invece, il tema va gestito senza compromettere il tentativo di stabilizzare i rapporti con Pechino in una fase economicamente e politicamente delicata. Continua a leggere l’articolo al link in bio e su Linkiesta.it
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2 days ago
Serhii Lykhomanov ha cambiato carcere almeno cinque volte da quando è stato arrestato dai russi in Crimea, nel dicembre del 2023. Ogni trasferimento rende più difficile capire dove si trovi davvero, in che condizioni viva, se riceva cure mediche, se le lettere dei familiari gli arrivino oppure no. In alcuni momenti la famiglia ha perso completamente le sue tracce per settimane. Altre volte è riemerso dentro una prigione russa a migliaia di chilometri da casa. Simferopol, Rostov, Taganrog, la cartografia carceraria si allunga continuamente. «Purtroppo oggi non esistono meccanismi efficaci per il ritorno dei civili ucraini detenuti dalla Federazione Russa», dice a Linkiesta Tatiana Zelena, sorella di Serhii e rappresentante dell’associazione Civili Liberi. «Alcuni sono stati condannati illegalmente, altri non sono nemmeno stati formalmente accusati, altri ancora risultano scomparsi». Secondo l’Ufficio del Difensore Civico dell’Ucraina, si tratterebbe di circa sedicimila persone. Serhii Lykhomanov è un ex ufficiale ucraino originario della regione di Poltava. Dopo il pensionamento era andato a vivere a Sebastopoli, in Crimea. Aveva lasciato il servizio militare nel 2007. Viveva con la famiglia in un piccolo appartamento. Il 27 dicembre 2023 uomini armati dell’Fsb hanno fatto irruzione in casa sua all’alba. Durante la perquisizione nell’appartamento c’erano anche i figli minorenni. Gli agenti hanno sequestrato telefoni e computer, poi lo hanno portato via. Per quasi due mesi la famiglia non ha saputo dove fosse. Continua a leggere l’articolo di @alecappelli_ link in bio e su Linkiesta.it
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2 days ago
Alex Bores ha trentacinque anni, la barba ordinata e un armadio pieno di completi blu. L’aria da tecnocrate educato richiama un passato non lontano, quando l’ecosistema liberal-tech fioriva sotto l’amministrazione Obama. Oggi è costretto a sporcarsi le mani e farsi nemici molto potenti nella Silicon Valley. Alcuni dei più ricchi finanziatori delle Big Tech lo hanno preso di mira perché, tra i politici grandi e piccoli degli Stati Uniti, è uno dei volti più in vista in quella frangia che vorrebbe regolamentare l’intelligenza artificiale. Il punto è che Bores non è un luddista, né un populista anti-innovazione. È solo un deputato all’Assemblea dello Stato di New York e candidato alle primarie democratiche per il seggio al Congresso nel dodicesimo distretto di Manhattan. Forse uno dei pochi in che capiscono davvero come funzionano i sistemi di intelligenza artificiale: ha studiato computer science, ha lavorato per Palantir, ha sviluppato software per agenzie federali, ha parlato per anni di efficienza amministrativa, infrastrutture digitali e capacità dello Stato. Perfino la sua idea di politica nasce dentro un immaginario quasi socialdemocratico-tecnocratico: usare la tecnologia per far funzionare meglio la democrazia. Quindi capisce il potenziale, nel bene e nel male, delle nuove tecnologie. Usa quotidianamente modelli linguistici e ha già scritto diverse proposte tecniche sulla governance dell’intelligenza artificiale. Continua a leggere l’articolo di @alecappelli_ al link in bio e su Linkiesta.it
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2 days ago
La Duma ha approvato in prima lettura una legge che amplierebbe i poteri di Vladimir Putin, consentendogli di inviare truppe all’estero per “proteggere cittadini russi” perseguiti, arrestati o processati da tribunali stranieri o internazionali. Una norma che molti interpretano come un possibile pretesto giuridico per future operazioni militari fuori dai confini russi, inclusi i Paesi con minoranze russofone. Nel nuovo episodio di QUEL CHE RESTA DEL GIORNO, @maxcoccia e Nona Mikhelidze analizzano il significato politico della misura e ricostruiscono le radici storiche della strategia del Cremlino verso le minoranze russe nei Paesi ex sovietici, una visione che, spiega Mikhelidze, era già presente negli anni Novanta. L'episodio, come sempre, è disponibile gratuitamente su tu Spotify e su Apple Podcasts.
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2 days ago
Ottopermilleallachiesacattolica ormai si pensa così, tutto attaccato, come se fosse una parola sola. Un po’ come «tuttigiùperterra» o il «tuttointornoate» di Vodafone. O se preferite la citazione colta, il «Doukipudonktan» (Macchiffastapuzza) con cui Raymond Queneau apriva “Zazie nel metrò”, stilizzando il francese popolare. Sappiamo che l’otto per mille di qualcosa può essere dato ogni anno a enti e associazioni e vagamente abbiamo capito che anche il cinque per mille e due per mille seguono la stessa traiettoria, mediata dallo Stato. Ma qual è la differenza? Sono tutte e tre piccole quote dell’Irpef, cioè dell’imposta che si paga sui redditi. L’espressione «per mille» indica quanta parte di quell’imposta viene calcolata: due, cinque od otto euro per ogni mille euro. Non sono soldi in più da versare e non sono una donazione: il contribuente quelle tasse le deve comunque pagare. Con una firma nella dichiarazione dei redditi può solo decidere dove far andare una piccola quota: allo Stato, a una confessione religiosa, a un ente del Terzo settore, alla ricerca, al Comune, o a un partito. Le caselle si trovano nella stessa scheda, ma cambiano tre cose: i destinatari, le regole e cosa succede se il contribuente non firma. Iniziamo dal due per mille, il più piccolo dei tre e il più politico. Vale lo 0,2 per cento dell’Irpef e può essere destinato a un partito iscritto nell’apposito registro. Ma solo se il contribuente lo indica. Senza firma non parte alcun finanziamento. Il due per mille è nato per sostituire, almeno in parte, il vecchio finanziamento pubblico ai partiti. Nel 2025 hanno scelto di destinarlo poco più di 2,2 milioni di contribuenti, su oltre 42 milioni. L’ammontare complessivo ripartito è stato di circa 32,6 milioni di euro. Il Partito democratico è stato il principale beneficiario, con circa 10,6 milioni di euro. Fratelli d’Italia ha ricevuto circa 6,6 milioni, il Movimento 5 Stelle poco più di 3,1 milioni. Continua a leggere l’articolo di @florabant al link in bio e su Linkiesta.it
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2 days ago