Vittoria Mazzieri

@vxttxriam

editor @china_files , scrivo di lavoro e gig economy / biblioteche e @arcijesifabriano per il resto
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Appreciation post per albi che si conclude con un luogo per lui mistico perché dall'energia speciale no non stiamo parlando del col du granon 2022 quando ci passò il tour de france ma dell'hotel a forma di nave soppe una collina A ognuno il suo
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5 days ago
外卖小哥的苦与乐 Gioie e dolori dei fattorini - - - l 5 maggio il quotidiano online statale cinese #ThePaper ( #澎湃新闻) ha pubblicato un approfondimento sulle questioni contrattuali che interessano i lavoratori delle piattaforme Internet. Il caso preso in esame è la controversia sul lavoro presentata dalla signora Sun, che era stata assunta da un’azienda di abbigliamento di Guangzhou come streamer a tempo pieno. L’azienda aveva stipulato con lei un “accordo di collaborazione”, come capita spesso in lavori di questo genere. Nell’accordo veniva specificata espressamente l’assenza di un rapporto di lavoro, ma la donna, in disaccordo, ha deciso di rivolgersi al tribunale. La sentenza del Tribunale Intermedio del Popolo di Guangzhou è chiara: tra le due parti sussiste un rapporto di lavoro e l’azienda è tenuta a pagare la differenza tra le retribuzioni percepite durante il periodo in cui non era stato stipulato un vero e proprio contratto, per un importo che supera i 16.000 yuan. La sentenza del tribunale chiarisce che la determinazione di un rapporto di lavoro non può basarsi esclusivamente sulla denominazione del contratto, ma è necessario considerare la natura stessa dell’impiego L'approfondimento di The Paper indaga tematiche sensibili su cui Pechino è tornato di recente. Il minuzioso articolo non è stato pubblicato per caso, ma serve a validare le intenzioni dichiarate dalla leadership cinese: obbligare le società che operano sulle piattaforme a garantire maggiori tutele alle “nuove categorie di lavoratori” (#新就业群体 xin jiuye qunti) e standardizzare le pratiche lavorative nell’economia delle piattaforme entro il 2027. Il 26 aprile il Consiglio di Stato cinese, congiuntamente al Comitato centrale del Partito comunista, ha pubblicato un nuovo piano per garantire maggiori tutele ai lavoratori della #gigeconomy, che secondo i dati ufficiali impiega ad oggi circa il 27% della forza lavoro cinese, ovvero più di 200 milioni di persone. Ne parlo nella nuova puntata di #Dialoghi di @china_files in collaborazione con @istitutoconfuciounimi
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6 days ago
Luglio 2025: un uomo di Pechino, di cognome Liu, acquista online una torta di compleanno decorata con fiori freschi infilati direttamente all’interno. Insoddisfatto e preoccupato per la sicurezza del prodotto, decide di segnalare il caso alle autorità. Le indagini rivelano che la catena di pasticceria in questione, che dichiara oltre 378 punti vendita e 10 mila ordini mensili, non possiede in realtà nessuna sede fisica. Tutte le licenze commerciali, inoltre, risultano falsificate. Le indagini passano alle massime autorità della State Administration for Market Regulation, che ricostruisce una rete capillare di “consegne fantasma” (幽灵外卖 youling waimai). Il meccanismo è il seguente: quando il cliente ordina un prodotto su un’app di consegna, il commerciante – che si presenta come tale ma non possiede un reale laboratorio di produzione - lo ripubblica su un’altra piattaforma, dove decine di migliaia di produttori competono al ribasso per aggiudicarselo. Un sistema che mette a nudo la natura spietata e competitiva delle piattaforme: enormi margini di profitto finiscono nelle mani delle piattaforme di e-commerce e dei “negozi fantasma”, mentre i reali laboratorio di pasticceria ricevono compensi minimi, spesso a scapito della qualità e della sicurezza dei prodotti. Ad aprile 2026, Pechino ha inflitto una maxi-multa alle sette maggiori piattaforme di e-commerce del paese: JD.com, Ele.me, Douyin, Taobao, Tmall, Pinduoduo e Meituan. Si tratta della cifra più alta mai imposta dall’entrata in vigore della Legge sulla Sicurezza Alimentare e, secondo gli analisti, segna l’inizio di una nuova fase nel controllo che Pechino esercita sulle piattaforme digitali. Tante cose stanno succedendo nel mondo del lavoro e della gig economy cinese. “La filiera nascosta: lo scandalo delle ghost kitchen in Cina” è un mio approfondimento uscito ieri su #IlPartito di @simopieranni
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14 days ago
per la newsletter di architettura #nulladipreciso ho scritto un articolo che riprende le riflessioni fatte qualche anno fa per @siamomine . Grazie @francescaolivieri per l’opportunità. Mi è piaciuto molto scriverlo, parla di crisi abitativa e di richieste estetiche da social media. La realtà è che lo sviluppo urbanistico di una città così peculiare, dotata in un porto naturale - il significato del suo nome è “porto profumato” (香港, Heung-gong in cantonese, Xianggang in mandarino) - ha da sempre affascinato lo sguardo, più o meno attento, di chi la osserva. Hong Kong è una delle aree più densamente popolate al mondo. A partire dal boom demografico degli anni Cinquanta, si è dovuto attendere fino agli anni Settanta perché inizino a svilupparsi nuove aree di costruzione. Nel frattempo, la maggior parte della popolazione si concentra nelle zone costiere. Dal punto di vista spaziale, gli edifici esistenti non sono abbastanza grandi per soddisfare il fabbisogno abitativo dell’epoca. Un’ordinanza del 1955 permette la costruzione di edifici fino a nove piani senza ascensore, segnando l’inizio di una crescita verticale sempre più marcata. Si apre così l’era dei #compositebuilding: tra il 1959 e il 1979 ne vengono costruiti oltre 1.500, molti dei quali superano i quindici piani. I più grandi arrivano a ospitare più di diecimila abitanti in un agglomerato di negozi, fabbriche, templi, cliniche, asili nido, dormitori. Pensati come proiezione della società consumistica per la nascente classe media, questo tipo di edifici sono tradizionalmente caratterizzati da balconi a sbalzo e angoli arrotondati. Ad oggi si stima che in città ce ne siano più di 50 mila. Un mosaico vivente, una rappresentazione concreta di cosa accade quando alla cronica scarsità di superficie edificabile si somma una crescita demografica che per decenni ha registrato una rapida espansione.
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19 days ago
Faking tranquillità nel pieno del cataclisma causato dall'apertura di un mega hub logistico del colosso dell' e-commerce il cui fondatore è tra gli uomini più potenti e controversi al mondo che sta sfanculando il mercato immobiliare locale per cui non si trovano case a prezzi logici però raga abbracciamoci in festa perché arriva il lavoro tanto promesso uiiii chi non vorrebbe mille posti di lavoro di dubbia qualità con arterie stradali soffocate e prezzi delle case alle stelle che meraviglia
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27 days ago
Competizione agguerrita e spesso frustrante. È questo lo scenario descritto da molti giovani che si affacciano sul mercato del lavoro in diversi paesi asiatici. Qualche mese fa ha fatto scalpore la notizia del sovraffollamento di candidati a una fiera del lavoro organizzata a Bekasi, nella provincia indonesiana di #GiavaOccidentale. A fronte di appena 2500 posti vacanti, oltre 25 mila persone si sono accalcate nella speranza di ottenere un impiego stabile e soddisfacente. L’#Indonesia si colloca tra i paesi asiatici con i più alti tassi di disoccupazione tra i giovani tra i 15 e i 24 anni: secondo le stime, la percentuale oscilla tra il 16 e il 17%. Il paese condivide il podio con Cina (16,1%, secondo i dati di febbraio 2026) e India (17,6, secondo la piattaforma di notizie Seasia). Tuttavia, il tasso di disoccupazione nasconde una realtà ben più complessa, in cui pesa soprattutto la qualità del lavoro disponibile. L’ultimo rapporto dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) evidenzia infatti un amento generale del lavoro informale, che negli ultimi dieci anni è cresciuto dello 0,3%. Secondo le stime, nel 2026 il fenomeno interesserà 2,1 miliardi di persone nel mondo. Considerando che la forza lavoro globale è composta da circa 3,7 miliardi di individui, significa che quasi il 60% dei lavoratori nel mondo è impegnato in attività economiche non regolamentate, prive di contratti formali, protezione sociale o copertura fiscale. La maggior parte di questi lavoratori risiede in Africa e nel Sud-est asiatico. Il mio pezzo per il nuovo ebook di @ChinaFiles , "Generazione Z", si concentra proprio sullo stato dell'occupazione nei paesi asiatici in cui i ventenni si ritrovano più intrappolati in impieghi precari e a bassa produttività: Indonesia, #Cina, #India, ma anche i #NEET in CoreadelSud. L'ebook si apre con l'intervista allo scrittore e giornalista statunitense #PeterHessler, a cura di @baochai , e contiene interessantissimi approfondimenti di @molly.huacha , @biadegradabile e @camilde Per capire come ottenerlo ⬇︎ /generazione-z-gli-e-book-di.../
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28 days ago
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1 month ago
A marzo si sono diffuse voci di licenziamenti massicci che starebbero avvenendo in grandi aziende del tech cinese, come #iFlytek, leader nel settore dell’IA e del riconoscimento vocale, la nota piattaforma di video Bilibili e NetEase, colosso di Internet e dei videogiochi. IFlytek, secondo le indiscrezioni, avrebbe licenziato il 70% del personale in outsurcing, quindi esternalizzato, in appalto, il 30% dei dipendenti a tempo pieno e perfino parte degli stagisti universitari. Le percentuali non sono state verificate, ma hanno comunque generato preoccupazioni in un paese in cui il tema del lavoro è una questione sensibile e in cui la disoccupazione giovanile si attesta attorno al 16%, secondo i dati di febbraio. Come si legge in un articolo su WeChat, la notizia “aveva già raggiunto il suo scopo: aveva toccato un nervo scoperto nella classe lavoratrice, spingendo tutti a riflettere seriamente su una domanda prima considerata inopportuna”: 下一个会不会是我 xia yige huibuhui shi wo? Sarò io il prossimo? Toccherà a me? La dichiarazione di smentita di NetEase ha amplificato le preoccupazioni. I portavoce hanno provato a rassicurare spiegando che i recenti cambiamenti erano nient’altro che “sostituzioni”, nell’ambito della normale rotazione del personale aziendale. Ma anziché utilizzare il termine neutro per “sostituire” (替换 tihuan), si legge nella newsletter #RealTimeMandarin, il comunicato dell’azienda ha usato 汰换 taihuan, una parola che combina i caratteri “eliminare” (淘汰 taotai) e “sostituire” (替换 tihuan). Nel linguaggio aziendale taihuan descrive il processo con cui si rimpiazza il dipendente con prestazioni insufficienti con talenti di qualità superiore. O con l’Intelligenza Artificiale. Di fatto, le enormi risorse che il governo cinese sta investendo nell’#IntelligenzaArtificiale, scommettendo su di essa per guidare la crescita economica futura del paese, accentuano l’ansia per la perdita di posti di lavoro. Sulla piattaforma social Xiaohongshu ha preso piede da settimane l’hashtag #AIAnxiety (AI焦虑) Ne ho scritto per la rubrica #Dialoghi di @china_files in collabo con @istitutoconfuciounimi
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1 month ago
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1 month ago
Durante le #duesessioni, l’appuntamento politico centrale che riunisce l’Assemblea Nazionale del Popolo (#ANP) e la Conferenza Politica Consultiva del Popolo Cinese (#CPPCC), la proposta di ridurre la giornata lavorativa da 8 a 7 ore giornaliere sta facendo discutere. Presentata come una misura per limitare gli sprechi e preservare la #stabilità sul luogo di lavoro, l’idea è stata accolta sul web con diffuso scetticismo. Commentatori autorevoli sottolineano che eventuali miglioramenti delle condizioni lavorative dovrebbero andare di pari passo con la garanzia dei livelli salariali. Ne ho parlato per la newsletter #IlPartito di @simopieranni , che mi ha chiesto di fare ricerca sul tema segnalandomi anche un lungo intervent#ZhangDandan 張丹丹, professoressa ordinaria di Economia e vicedirettrice presso la National School of Development dell'Università di Pechino (nota anche per aver stimato il tasso di disoccupazione giovanile in Cina di luglio 2023 al 46,5% nel luglio 2023 - più del doppio del dato ufficiale del 21,3%). Zhang riporta anche i risultati delle sue ricerche sul campo in merito al gruppo che secondo lei è sistematicamente escluso dalle proposte sulla riduzione dell'orario lavorativo: i lavoratori precari, in genere quelli migranti. Sulla base di una sua indagine sui fattorini, è emerso che il 20% del campione di rider riesce a completare circa l’80% degli ordini trasmessi dall’app di consegna. Alcuni di questi lavorano circa 12,6 giorni su un periodo di 14 giorni. La media di ore giornaliere passate su strada è di 10,6 ore, di cui 4 in attesa di ordini e 6,5 in movimento, dal ritiro alla consegna degli ordini. I fattorini appartenenti a questo gruppo sono quelli fissi, che hanno fatto della consegna di cibo il lavoro principale: sperimentano un’elevata intensità di lavoro e vantano un reddito relativamente elevato, con salari mensili che in alcune città superano costantemente i 12 mila yuan (in linea con le stime sul salario medio). Il restante 80% del campione è composto da lavaratori zhongbao (#众包, traducibile come “crowdsourcing”): sono quelli che lavorano sporadicamente, part-time, e quindi difficile da tracciare in termini statistici.
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2 months ago
Tutti conoscono #Shein. Quasi nessuno sa chi l’ha fondata. Di #XuYangtian 许仰天, noto anche come Chris Xu o Sky Xu, si sa poco o nulla, tanto da essere raccontato come il “fondatore invisibile”: certo è che nasce agli inizi degli anni Ottanta da famiglia umile, forse nello Shandong, si laurea alla Qingdao University of Science and Technology e fonda nel 2008 una prima azienda. Per il suo gioiello, Shein, bisogna aspettare il 2014. Il marchio cresce e ottiene rapidi successi nei mercati occidentali. Xu, invece, evita quasi totalmente le interviste. Perfino i dipendenti scherzano sulla sua identità e sul fatto di non essere sicuri di riconoscerlo in ufficio. Nelle scorse settimane, tuttavia, è apparso pubblicamente per la prima volta determinando un cambio di rotta nella comunicazione del marchio Shein. In occasione di una conferenza nella provincia meridionale del #Guangdong, ha rimarcato le radici cinesi dell'azienda e ha annunciato un investimento di 10 miliardi di dollari per costruire una catena di approvvigionamento intelligente e creare nella provincia un cluster dell’industria della moda di livello mondiale. Un cambiamento importante nella narrativa di Shein, che per anni si è presentata come un marchio globale, evidenziando la sede legale a Singapore e minimizzando volutamente le sue origini i cinesi. Nei giorni successivi, tuttavia, l’ufficio di comunicazione del colosso di ultra-fast fashion si è messo al lavoro per cercare di limitare la visibilità dell’apparizione nell'ecosistema mediatico cinese. Da quando ha raggiunto il successo nei mercato occidentali, Shein ha dovuto difendere costantemente la propria #credibilità. E deve farlo a maggior ragione ora, al centro di un nuova inchiesta della Commissione europea e con l'obiettivo di quotarsi in borsa. Dopo il fallimento dei precedenti tentativi nella Borsa di Londra e di New York, l'azienda punta alla Borsa di #HongKong. Per riuscirci serve intrattenere ottimi rapporti con Pechino. L'annuncio dei nuovi investimenti, quindi, era diretto più ai funzionari cinesi che ai consumatori. Ne ho scritto per #Dialoghi, la rubrica in collaborazione tra @china_files e @istitutoconfuciounimi
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2 months ago
Serra San Quirico - Pienza who does it better
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2 months ago