Manuel Beinat

@manuchefacose_

@manuelbeinat ma più serio. Mi prendo cura delle immagini e di altre cose. @pellicolamag @unipd
Followers
710
Following
816
Account Insight
Score
24.17%
Index
Health Rate
%
Users Ratio
1:1
Weeks posts
L’ultimo periodo mi ha allontanato un po’ dalla fotografia.  Non capisco ancora se questo sia un bene o un male, so solo che i venti che soffiano su questo dannato pianeta non mi fanno stare tranquillo. Mi sono lasciato trasportare da una serie di cose molto grandi, decisamente fuori dalla portata di ognuno di noi.  Ho fatto a cazzotti con la crisi abitativa padovana, e nel frattempo è uscito un mio articolo del quale ho parlato molto poco. E mi dispiace non dare spazio (laddove possibile) a ciò che riesco a fare di bello, per quanto piccolo rispetto a ciò che accade nel mondo. Di recente è uscito il primo numero cartaceo di @pellicolamag , nel quale ho avuto la possibilità di stendere due righe sul lavoro di @mathewfg , Chillun’s Croon. Il progetto ha a che fare con lo schiavismo, con l’eredità di questo fardello che gli Stati Uniti si portano appresso ancora oggi, e di come si possa fare i conti con la Storia in modo sano e critico creando nuovi immaginari.  È un lavoro che da spazio alle minoranze (di etnia e di estrazione sociale e geografica), e nel suo piccolo ribalta alcuni schemi di rappresentazione che mi stanno a cuore. Trovo giusto ricordare a me stesso, di tanto in tanto, che per quanto insignificante possa essere ciò che scrivo rispetto alla grandezza degli eventi è comunque fondamentale portare avanti un certo tipo di ricerca. Un’indagine del mondo visuale che “sta nelle cose”, scovare e trattare progetti che ci fanno riflettere a livello politico, collettivo, e partecipato. Il primo numero si può trovare un po’ ovunque ora, online e in negozi fisici, e mi piace l’idea che le mie parole (assieme alle immagini di Mateo) vaghino per conto proprio.  Mi serve come prezioso promemoria, mi ricorda che ciò che faccio (e che facciamo, noi povere creature del mondo creativo) può avere un impatto, seppur piccolo, su questo dannato pianeta.
39 5
2 years ago
Ciao, nel mezzo di una crisi internazionale e dopo qualche giorno dal 8 marzo, scrivo per mettere i miei 2 centesimi non richiesti su questioni politiche ed estetiche. @pellicolamag , mio rifugio digitale nel quale scrivere e rompere le scatole, mi da l’opportunità di parlare di mondi complessi e intricati, costantemente in bilico tra il politico e il personale. @mika_sperling , con la sua pazienza e la sua gentilezza, ha poggiato tra mie mani il suo lavoro, che ho cercato di trattare con la dovuta cura. Si parla di violenza di genere, ma si va un po’ oltre la classica dicotomia vittima-carnefice che ci danno spesso in pasto i media tradizionali. “I have done nothing wrong” parla dell’abuso che Sperling ha subìto durante l’infanzia e l’adolescenza. Il perpetratore era suo nonno “Marichen”, che viene sapientemente (e letteralmente) tagliato fuori dalle fotografie. Ciò che rimane è un horror vacui che assume le sembianze della sagoma di chi ha perpetrato il danno, con tanto di complicità e ignavia familiare. Penso che questo lavoro parli, tra le altre cose, della complicità e dell’incapacità culturale di noi tutti (uomini in prima linea) nel riconoscere la prevaricazione patriarcale: siamo pigri, volutamente o meno, nello scovare quei meccanismi che consentono alla violenza di genere di riproporsi incessantemente anche e soprattutto nelle reti familiari. Perciò, un lavoro intimo e personale come quello di Sperling non può non essere profondamente politico. Dunque, dato che le immagini non nascono nel vuoto sociale, e che spesso nei media mainstream vengono utilizzate come strumento per addolcire la figura del carnefice e rendere la vittima provocante e avvenente, reputo che “I have done nothing wrong” ci aiuti a ricalibrare lo sguardo. Che non è mai innocente. Sperling, infine, ci aiuta anche a re-interrogare la rappresentazione della fotografia vernacolare, degli album di famiglia, e di quel luogo strano e accogliente al tempo stesso che siamo abituati a chiamare casa. Grazie per il tempo dedicatomi fino a qui. Buona lettura, buona visione, e alla prossima.
24 0
1 month ago
Manu sta continuando a fare cose
33 0
3 months ago
Ciao, torno a scrivere sulle pagine digitali di @pellicolamag . @__giuseppemicciche mi ha dato l’opportunità di mettere in fila qualche considerazione sul progetto del ponte sullo stretto, attraverso le sue immagini. Ultimamente il ponte è stato, per me, un fastidioso rumore di sottofondo. Una battaglia più identitaria e ideologica di una certa frangia politica, piuttosto che un progetto serio volto a trasformare una parte del nostro Paese. È diventata una questione di principio, soprattutto per la Lega. Ebbene, questa questione di principio non tiene conto della gravità dei possibili danni ambientali, degli sfollamenti che causerebbe un progetto di tale portata, né tantomeno della quantità di denaro (13 miliardi di euro) che potrebbe essere destinata ad altre necessità del Paese e del Mezzogiorno. Le foto di Giuseppe ruotano anche attorno a queste minacce, che esse siano percepite o meno dagli abitanti di Messina. Il ponte non esiste, ma la sua idea è talmente ingombrante da gettare un’ombra di silenzio e alienazione nelle zone interessate. E le immagini di Giuseppe raccontano anche questo, tra le altre storie. Grazie a chi mi ha letto fin qui, e grazie a chi vorrà dare un’occhiata alle fotografie 🌱
19 2
5 months ago
Ciao, riemergo dalle ceneri per dirvi che ho avuto il piacere di scrivere due righe su questo piccolo gioiello. È un progetto intimo, delicato, e sussurrato. Ma parla di una catastrofe umanitaria in corso tuttora. Tayisir Batniji (@taysir_batniji ) ha raccolto una serie di screenshot fatti durante alcune chiamate avvenute tra lui, che abita a Parigi, e la sua famiglia, che si trovava nella Striscia di Gaza. Batniji ci restituisce un mosaico digitale, immagini spezzate, volti deformati. A essere distrutti non sono edifici o case, ma lo spazio (prima) privato (e poi pubblico) degli abitanti di Gaza. Nessun corpo mutilato, nessuna maceria. Solo l’incapacità di comunicare dettata da una forza militare esterna. Il resto lo trovate su @pellicolamag , che a proposito di spazi, me ne regala sempre uno libero e sicuro nel quale portare questi lavori, con un pizzico di sana rabbia per ciò che sta accadendo laggiù. Grazie per aver letto fin qui, e grazie a chi leggerà tutto il resto.
31 1
1 year ago
Bello tornare qui, dopo qualche mese e un po’ di silenzio stampa 🌱 @pellicolamag mi ha dato l’opportunità di scrivere qualche riga sul lavoro di @eleonore.lubna e Louis Matton, che hanno lavorato attivamente con la comunità sudamericana degli Awajùn per riscrivere un pezzetto di microstoria. “Ipáamamu – Stories of Wawaim”, il loro primo progetto in comune, racconta di spazi di resistenza (mediatica e legale), di vita comunitaria, di storia, e di traumi collettivi. C’entra in parte il colonialismo (o il suo retaggio), un regista tedesco piuttosto amato, e una barca su un monte. Non vi dico di più, sperando possiate trovare qualche minuto per guardare, leggere, e riflettere sul significato di arte, di appropriazione, e di comunità 🍂 Il link per l’articolo lo trovate nelle storie e in bio.
19 0
1 year ago
Per i miei 6 fan: non preoccupatevi, Manu sta continuando a fare cose. Presto news 🌱 (la carta igienica è per le penne a gel, che amo, ma che esplodono.)
33 0
1 year ago
Un po’ di cose nerd, per cinefili e sgranocchiatori di immagini.
33 0
1 year ago
Scrivere riguardo il passato coloniale italiano in fotografia non è una cosa semplice. La tematica con la quale ti trovi ad avere a che fare è spinosa, pungente, e non appena chiudi i mille libri, articoli e saggi che hai aperto per avere almeno un'infarinatura generale sul tema, ciò che ti rimane sulla pelle è uno strano e fastidioso prurito. L'Italia, a differenza di altre nazioni, non ha mai trattato criticamente le proprie avventure oltremare, dimenticandosene e creando un gap narrativo a livello di memoria collettiva che è difficile da recuperare. Mi piace l'idea che sia la fotografia a darci una mano in questo recupero. Ho avuto il piacere di fare una chiacchiera con Marzio Emilio Villa (@you_is_photograph ), artista afro-discendente nato in Brasile nel 1987, che vive e lavora a Milano e la cui ricerca visiva si focalizza sulle disparità sociali, indagando le realtà discriminatorie e le strutture che le compongono. Ne parlo un po' nel nuovo progetto di @vivianabonura , in mezzo a mille altri lavori interessantissimi e le cui pagine spero vedano presto la luce di questo mondo maledetto 🌱
44 2
2 years ago
Di recente mi sono ritrovato a leggere questo articolo del #Guardian, che titolava "It was like an apocalyptic movie: 20 climate photographs that changed the world". Le ho viste, riviste e riguardate un'altra volta, e per quanto appreszassi l'intento dell'articolo, qualcosa continuava a farmi storcere il naso. Poi ho compreso: il mondo non è cambiato grazie a queste immagini. Quale rivoluzione hanno scatenato? Quale nuovo dato hanno permesso di apprendere che non fosse già noto da decenni? Quali politiche (sociali o economiche che fossero) sono state portate avanti in maniera omogenea e collettivamente organizzata dai vari stati? E questo mi ha riportato a: perché titolare così questo articolo? Perché non accettare che forse la fotografia documentaria e reportagistica ha perso effettivamente ( o almeno in parte) un certo tipo di mordente sociale che aveva nel secolo scorso? Cercheremo di sviscerare la questione il 7 e l'8 ottobre a Bologna, grazie all'aiuto di @witnessjournal . E cercheremo di capire quali soluzioni possiamo adottare per comunicare meglio la crisi climatica e tutto ciò che ne consegue. Per info e iscrizioni al corso basta scrivere una mail a [email protected]. Ci si vede là 🌱 #workshop#climatechange#photographyworkshop#photobook#photojournalism#bologna#reportage
48 3
2 years ago
Mi sono fatto molte domande mentre recuperavo gli screen per questo post, mentre mi chiedevo "cosa sto facendo?". Contesto: mi servono degli esempi fotografici per capire come alcuni tra i principali quotidiani e giornali italiani rappresentano l'idealtipo del "migrante". Realizzo che sto strumentalizzando questa ricerca: gli esempi mi servono per un corso che dovrei tenere in ottobre. Sto facendo ciò che chi ha scattato le immagini si è ritrovato/a a dover fare. Ignorare per un istante la soggettività delle persone ritratte e utilizzare la fotografia come prodotto utile (non necessariamente solo per sé stesso/a, non metto in dubbio le buone intenzioni di chi fotografa situazioni critiche). Realizzo dunque (per l'ennesima volta e mio malgrado) che ormai la fotografia è un po' quel "bordello a cielo aperto" che McLuhan profetizzava circa 70 anni fa. E il rischio tangibile è quello di anestetizzare e sminuire la sofferenza di chi, quelle situazioni critiche fotografate, le vive in prima persona. La rappresentazione dell'alterità da parte del mondo bianco e ricco è spesso approssimativa, e genera stereotipi e ideologie dalle quali bisogna riguardarsi e che si ripercuotono sul nostro immaginario collettivo. Nel mio piccolo (anzi, piccolissimo) cercherò di lanciare, grazie a @witnessjournal e insieme a @now_you_see_me_moria , un sassolino nell'oceano. Cercheremo di riflettere (con chi ci sarà) su cosa significhi il termine fotogiornalismo oggi, perché questa pratica sia in profonda crisi, e su come cercare di "salvarla". Per chi fosse interessato/a è possibile mandare una mail a [email protected], e per maggiori informazioni trovate il link in bio🌱 E per il resto, ci si vede il 7/8 ottobre a Bologna. Materiale recuperato da: - Il manifesto - Il Post - La Stampa - Internazionale
27 0
2 years ago
Nei meandri del catalogo di @eleuthera_libriliberi noto questa chicca, il cui titolo mi fa tremare la pancia: "Crocevia Mediterraneo". Ultimamente sto approfondendo il tema della migrazione e della sua complessisima natura (storica e culturale prima, politica e sociale poi), e posso confermare che questo scritto è quanto di più limpido e cristallino possa esserci in termini di ricerca sociale pubblica - che parla dunque direttamente alla società civile - sulla crisi migratoria attualmente in circolazione. Anche le immagini (qualcuna riportata qui) riescono a ritagliarsi un loro spazio all'interno di questa analisi. Ci si chiede quale posizione debba occupare chi oggi fa ricerca visuale in un oceano di disinformazione, soluzioni ideologiche a problemi pragmatici, e sensazionalismo spregiudicato. Qui uno spoiler delle ultime righe: "Cosa possiamo allora restituire in termini visivi, nella fugacità del nostro viaggio, quando determinato giornalismo e certe autoproduzioni audiovisive hanno già descritto tutto e prima di tutti gli altri, e paradossalmente mostrato tutto e da tutti i punti di vista? Forse una visione ragionata e calibrata per innescare e stimolare una riflessione unica, non parcellizzata e frazionata." Ne consiglio la lettura a chiunque lavori o voglia lavorare nel mondo dell'informazione e della comunicazione visuale.
28 0
2 years ago