Dice che a lei «soffrire piace abbastanza».
In questa intervista con @malcompagani , @farchibugi racconta un’infanzia cresciuta in una tribù di «selvaggi» , segnata dalla ferita di una madre persa troppo presto. Dalle lezioni al Centro Sperimentale con Furio Scarpelli, la regista attraversa i ricordi dei giganti che l’hanno adottata: confessa il senso di colpa provato dirigendo Marcello Mastroianni — con cui finì a bere nove grappe la sera prima del set —, il timore reverenziale per Nanni Moretti e le feroci liti affettuose con Laura Betti. Tra il rifiuto dei premi cinematografici considerati «assurdi» e la fatica di mantenere vivo un amore lungo cinquant’anni attraverso il perdono, Archibugi guarda al futuro senza nascondere il terrore per la vecchiaia, augurandosi però di non perdere mai l’antico fascino per la marginalità.
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I suoi cugini dormivano in una camera ricavata sotto la galleria di un cinema parrocchiale, ascoltando le proiezioni che passavano sopra le loro teste: è in quel buio, tra il terrore delle prime immagini e la scoperta di Charlie Chaplin, che ha iniziato a decifrare il linguaggio di un’ossessione che non lo avrebbe più lasciato.
In questa intervista con Malcom Pagani, Alberto Barbera racconta le radici in provincia, vicino a Biella, e la sua epifania con il cinema, che arriva in un pomeriggio di neve alla vigilia di Natale, uscendo dalla sala dopo aver guardato due volte di fila 007 Thunderball. Poi la Torino degli anni Settanta, divisa tra la facoltà di architettura occupata, sfuggendo alle cariche della polizia, e le giornate passate sui tram per scovare i classici di Alfred Hitchcock in terza visione, fino all’esordio come critico pagato in nero alla Gazzetta del Popolo. Barbera spiega che quello del direttore di un festival del cinema è un mestiere che «nessuno ti insegna»: guardare quattromila film all’anno è un incubo in cui «sbagliare è facilissimo» e bisogna imparare l’arte diplomatica di dire no.
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Dice che «l’intelligenza è un rumore» e che delle persone, più delle parole, preferisce leggere i silenzi: «Non credo a quello che dicono gli altri. Credo a quello che tacciono».
Cresciuta nel cinemino sotto casa, in questa intervista con @malcompagani , @giulianadesioattrice ripercorre un’infanzia inquieta, segnata dalla scoperta dell’alcolismo materno spiando «un gesto furtivo» e dall’assenza di un padre avvocato che «la vita se l’è goduta» tra viaggi e matrimoni. De Sio ricorda l’amore con Alessandro Haber, con le fughe nei portoni per l’imbarazzo di fronte alle sue intemperanze, la storia profonda con Elio Petri, uomo di «grandissima eleganza» morto tragicamente mentre lei era sul set con Massimo Troisi, e il surreale provino al buio con Jean-Luc Godard, abbandonato e mandato a quel paese senza troppi complimenti. Il suo racconto arriva fino al misterioso ostracismo subìto dal cinema dopo la vittoria del secondo David di Donatello, forse per la colpa di non essere «mai stata da sistema», perché recitare, per lei, non è un vero lavoro, ma un «modo per svoltare l’angoscia».
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Si ricorda come un bambino che trovava rifugio nei libri, «una sorta di corazza» capace di proteggerlo dal mondo.
In questa intervista con @malcompagani , @__niccolo_ammaniti__ racconta che i suoi libri nascono dai luoghi che «ti rimangono dentro» e spiega come, sl centro delle sue storie, c’è sempre una tensione tra ciò che «la famiglia considera sacro» e il desiderio di libertà, che arriva come «una vertigine» e spesso passa attraverso l’adolescenza, età di metamorfosi e di primi amori vissuti come «una malattia». Ammaniti parla anche della scrittura come necessità nata quasi per caso e del successo che permette di lavorare senza condizionamenti e che, tra memoria e immaginazione: ciò che resta sono le «cicatrici», le uniche prove che la vita è accaduta davvero.
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#podcast #podcastitaliano #libri #Ammaniti
Si ricorda come un bambino che trovava rifugio nei libri, «una sorta di corazza» capace di proteggerlo dal mondo.
In questa intervista con @malcompagani , @__niccolo_ammaniti__ racconta che i suoi libri nascono dai luoghi che «ti rimangono dentro» e spiega come, sl centro delle sue storie, c’è sempre una tensione tra ciò che «la famiglia considera sacro» e il desiderio di libertà, che arriva come «una vertigine» e spesso passa attraverso l’adolescenza, età di metamorfosi e di primi amori vissuti come «una malattia». Ammaniti parla anche della scrittura come necessità nata quasi per caso e del successo che permette di lavorare senza condizionamenti e che, tra memoria e immaginazione: ciò che resta sono le «cicatrici», le uniche prove che la vita è accaduta davvero.
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La solitudine non la teme, anzi, «la amo moltissimo».
In questa intervista con @malcompagani , @fabriziogifuni.official racconta l’incontro con Carlo Emilio Gadda e “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana”, quando capisce che «la scrittura è corpo». Poi l’interpretazione prima di Aldo Moro e poi Enzo Tortora, due figure accomunate da reclusione e abbandono: «quello che le accomuna è il senso di tradimento», dentro una memoria collettiva che, dice, è stata rimossa, lasciando spazio a «un eterno presente» senza responsabilità.
Nel finale, Gifuni si racconta: meno severo con sé stesso, più consapevole sul set — dove oggi, se serve, «mi posso anche incazzare» — e profondamente segnato dall’incontro con Marco Bellocchio, «un patrimonio dell’umanità».
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Secondo lui Aldo Moro e Enzo Tortora sono legati dalla reclusione e dall’abbandono: «quello che le accomuna è il senso di tradimento» dentro una memoria collettiva che, dice, è stata rimossa, lasciando spazio a «un eterno presente» senza responsabilità.
In questa intervista con @malcompagani , @fabriziogifuni.official parte dagli scherzi e le voci imitate, «la prima volta in cui sono stato preso sul serio». Da lì, il teatro e i primi film — quando Gianni Amelio lo sceglie credendolo «un cretino padovano preso dalla strada» — e l’incontro con Ennio Fantastichini, esempio di un mestiere fatto di fiducia e generosità. Racconta i libri, «oggetti animati», fino a capire che «la scrittura è corpo», e un percorso che si lega a Marco Bellocchio, «un patrimonio dell’umanità».
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In questa intervista con @malcompagani , Jasmine Trinca parla del rapporto con lo sguardo degli altri e del desiderio di essere vista, ma anche della difficoltà di sentirsi legittimata, della sensazione «di non poter desiderare quel posto dove magari venivo ascoltata o guardata».
Racconta il lavoro dell’attrice come qualcosa che passa attraverso un «materiale emotivo» ampio, che si mette in gioco ogni volta. Parla poi del momento in cui nasce l’esigenza di «ribaltare lo sguardo»: non solo stare davanti alla macchina da presa, ma provare a guardare lei stessa. Un passaggio che segna una nuova posizione, più consapevole, dentro il lavoro e dentro le storie.
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Ogni venerdì, Dicono di te dà voce a cantanti, attori, scrittori e registi che, insieme a @malcompagani , riportano alla luce frammenti inediti delle loro vite, sorprendendosi nel riscoprire ciò che credevano dimenticato.
Ne nascono conversazioni intime, sincere, a tratti spiazzanti.
Da oggi Dicono di te diventa anche video podcast. Guardalo sul canale YouTube di Chora.
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Giura il mio scrittore preferito che non siano le persone a fare i viaggi, ma i viaggi a fare le persone. Simona, Alex e Ginevra, generosi visionari e demiurghi di un progetto che confinava con l’azzardo sapevano cosa facevano, ma sono stati bravissimi a nasconderlo. Così, con una gratitudine che invece di stingere aumenta di giorno in giorno, ci hanno regalato un sogno e noi, tredici sconosciuti, su un’isola meravigliosa, quel sogno ce lo siamo preso. Sono nate amicizie che sopravviveranno all’avventura e rapporti profondi. Una specie di miracolo tanto inatteso da restituire l’impressione che forse non sia mai avvenuto. Grazie a @simona_voglino_levy ad @alexandropetrizzi e a @gferne fantastica deus ex machina di @fsmaldives e a tutti gli altri compagni di traversata: Giuliano, Elisabetta, Valentina, Francesca, Guido, Massimo, Cristina, Veronica, Camilla, Claudia, Carlo e Melissa