La cosa che più mi porterò dietro di questo viaggio è quando ho iniziato la mia personale goshuin era.
Per chi non sapesse: il goshuin è una calligrafia rituale fatta a mano da monaci o calligrafi nei templi giapponesi, su un libro dedicato.
Non è un souvenir, è memoria fisica. Spesso non sono neanche facili da trovare e sono nascosti alla fine del percorso. Cercarli sembra quasi un’avventura.
La parte spirituale, da non local, forse non la capisco fino in fondo. Ma mi sono fatto prendere dal lato collezionistico, e ancora di più da quello estetico. Tra tutte le cose che mi porto dal Giappone, questa è quella più bella.
In totale ne ho raccolti 19.
Mi sono fatto guidare per scegliere quelli più significativi. E facendolo ho studiato qualcosa che prima mi era del tutto estraneo. La cosa che mi ha colpito di più non è stata la differenza tra templi, ma la personalità dei goshuin stessi.
A Kyoto era tutto equilibrio e stratificazione: segni minimal e silenziosi nei templi zen, calligrafie più teatrali nei complessi più monumentali. Alcuni sembravano design contemporaneo, altri pura solennità.
A Osaka tutto era più fisico e rumoroso. Energia diretta, meno zen.
A Tokyo il contrasto era totale: caos urbano e foresta silenziosa.
Poi c’è stato Ine, un piccolo villaggio di pescatori.
Sono andato nel piccolo tempio locale, dove però non c’era nessuno. Ho aspettato, bussato, aspettato ancora. Alla fine un monaco mi ha aperto. Forse me lo sono immaginato, ma mi è sembrato volesse capire quanto lo volessi davvero, e mi abbia aperto solo dopo avermi visto aspettare un’ora al freddo. Si è seduto, ha preso il pennello, ha scritto lentamente. Cinque minuti di silenzio totale. Un goshuin bellissimo, con timbri in oro che richiamano il villaggio. È diventato senza dubbio il più importante di tutti.
Ho chiuso tutto a Kawaguchiko, nei santuari legati al Fuji. Uno più primordiale, l’altro più cosmico. Sembrava il punto fermo perfetto per chiudere questo capitolo.
Alla fine di tutto ho capito che questa cosa non era solo spiritualità, né solo collezione. Era un pretesto. Un alibi perfetto per tornare in Giappone e continuare a riempire questo libro.
🛍️ due settimane in Giappone, zero autocontrollo.
Post recap degli acquisti giapponesi, per provare a giustificare questo comportamento.
Slide 1 Questo è solo un esercizio di autocompiacimento creativo. Ispirato dalla mente geniale di @taoagou
Slide 2 La quantità di libri che mi ha costretto a comprare una valigia gigante durante il viaggio.
Slide 3 La colonna sonora della mia bancarotta emotiva.
Slide 4 Varie, fase avanzata di accumulo compulsivo giapponese.
Slide 5 Intermezzo fashion.
Slide 6 Qui solo per riempire la mia insana fissazione per le borse di tela e le scatole di latta
Elenco completo degli acquisti nei commenti 👇
Ora devo solo capire dove mettere tutta sta roba.
In realtà manca ancora un acquisto, ma questo merita un post a parte che pubblicherò nei prossimi giorni.