Federico Arduini

@fedearduo

Scrivo e parlo di musica @laragione.eu ✍️ @jamtvit 🖊️ Speaker @radiobrianza 18-19 🎙️🔥 @l_isolachenoncera 🖋️ 🐦 Chi sono? Il saltimbanco dell’anima mia
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Alla fine è successo. Dopo mesi che son sembrati anni sono tornato in onda. La radio, per me, fin dalla prima volta 12 anni fa non è mai stata solo un microfono: è un modo di stare al mondo, di sentirmi vivo. Grazie a Radio Brianza e a chi ha creduto in me 🙏🏻🎙️🔥

Tutti i giorni in onda Dalle 18 alle 19
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Su Radio Brianza

“Vediamo se mi ricordo ancora come si fa”
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24 days ago
“Se ti dicessi” è nata in una tarda serata. E come succede alle cose più vere è nata da sé, da una di quelle chiacchierate preziosi che si fanno solo con un’amica vera, durante il lockdown. È il racconto di come lei si fosse gettata cuore e anima in una relazione a distanza, in un frangente che sfidava l’impossibile. Il brano parla della naturalezza e dell’essenzialità di un amore vero, che ti completa per ciò che è, e non per ciò che vorresti fosse. E sì, è una canzone d’amore. Penso sinceramente che si debba parlare d’amore, oggi più che mai. È la domanda e la risposta “Se ti dicessi” è fuori ora Fatemi sapere cosa ne pensate Io, sto volando #setidicessi #nuovosingolo #cantautore #musicaitaliana #canzoniitaliane #newmusic #newrelease
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1 year ago
“Fede” “Si?” “C’è un po’ di gente” Firenze, sound check assolati. @jackmorons #soundcheck #livemusic #firenzerocks
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3 years ago
Il risultato conferma esattamente questa intenzione: il Liga ha rifiutato la parte della semplice guest star da taglio del nastro, scegliendo invece di infondere un suono, un’anima e un primo ricordo indelebile a uno spazio che doveva ancora iniziare a respirare. Questa arena è destinata a diventare un crocevia fondamentale per i grandi live italiani, ma il dato più rilevante della serata è che la sua prima, vera immagine pubblica porterà per sempre l’impronta di Luciano Ligabue. I numeri, del resto, hanno contribuito a restituire la misura dell’evento. L’Unipol Dome ha aperto le proprie porte con un sold out da 16.000 spettatori, chiamati a vivere il primo live in quella che si propone già come una delle nuove strutture di riferimento del live entertainment italiano. Cinquecento corpi illuminanti hanno disegnato la potenza del grande palco, largo 20 metri e profondo 16, con una passerella di 18 metri pensata per portare Ligabue fin dentro il cuore dell’arena. Tredici telecamere hanno alimentato il racconto in tempo reale del concerto, rilanciato sui tre schermi alle spalle della band, per un totale di 520 metri quadrati di ledwall. Ma al di là dell’impatto scenico, ciò che colpisce davvero dell’Unipol Dome è la sensazione di trovarsi in uno spazio che, per standard e cura dei dettagli, è quanto di più vicino ci sia in Italia a certe esperienze americane. Dalle sedute ampie e comode alla qualità dell’impianto audio e luci, tutto sembra pensato per accompagnare il live con efficacia e comfort, senza trasformare la tecnologia in una sovrastruttura fine a se stessa. È una venue che fin dal debutto manda un messaggio chiaro: qui la spettacolarità conta, ma deve restare al servizio della musica. L’articolo completo di @fedearduo continua su sito e app #ligabue #lucianoligabue #certenotti
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11 days ago
I Black Keys non sono partiti dall’idea di fare un disco. Sono partiti da un bisogno. Da quella spinta quasi primitiva che conosce bene chiunque abbia suonato in una band: chiudersi in una sala prove, lasciare fuori il rumore del mondo e cercare semplicemente un groove. È da lì che nasce Peaches!, il nuovo album di Dan Auerbach e Patrick Carney, un lavoro ruvido, viscerale, istintivo, maturato anche dentro un momento personale difficile segnato dalla malattia del padre di Auerbach. Dentro queste dieci tracce si muove un immaginario che affonda nel classic rock, nel blues rock, nel folk e nel country, restituendo un’America polverosa, fatta di strada, notti lunghe e suono sporco, vero. Ma la cosa più interessante è che Peaches! non cerca di reinventare i Black Keys: li riporta alla loro sorgente più autentica. Registrato dal vivo in un unico take, voci comprese, il disco conserva tutta la tensione del momento. E quando entrano le cavalcate chitarristiche, i soli, le distorsioni e quel groove fisico ma sempre precisissimo, il cuore del progetto viene fuori con chiarezza. Più che un nuovo capitolo, Peaches! è una risalita alla fonte. E forse è proprio per questo che suona così vivo. I Black Keys porteranno il disco anche in Italia il 10 e l’11 settembre all’Alcatraz di Milano. Di @fedearduo #theblackkeys #blackkeys
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13 days ago
In pochi avrebbero messo un euro sull’Inter all’inizio di questa stagione. Non solo per le scorie dell’annata precedente, ma anche perché sulla panchina nerazzurra sedeva Cristian Chivu, promosso a giugno dopo l’addio di Simone Inzaghi e reduce da appena 13 panchine in Serie A con il Parma: abbastanza, per molti, per archiviarlo subito sotto la voce “bella storia, ma vediamo quando conta”. E infatti l’estate raccontava altro. Raccontava rivali più pronte, più rumorose, più celebrate; raccontava mercati più scintillanti, copertine distribuite altrove e la solita tentazione di scambiare il volume per sostanza. L’Inter, pur avendo una rosa forte, non era la favorita romantica di nessuno: troppo solida per fare tendenza, troppo concreta per vendersi bene nei dibattiti da ombrellone. Poi però il campo si è divertito a rovinare la sceneggiatura. Chivu, al debutto su una panchina davvero pesante, ha avuto il merito di stare con i piedi per terra: ha tenuto la struttura del 3-5-2 e ci ha lavorato sopra con intelligenza, senza strappi narcisistici e senza la smania di lasciare la firma a ogni costo. Una scelta meno appariscente di tante letture estive, ma molto più utile. Nel frattempo le altre hanno fatto quello che spesso fanno le rivali quando sentono odore di pressione: hanno giocato a nascondino. Una settimana erano in corsa, quella dopo “pensiamo a noi”, poi “il campionato è ancora lungo”, poi ancora “l’Inter ha più obblighi”. Tradotto: quando c’era da tenere il passo davvero, i nerazzurri andavano avanti e gli altri cercavano un alibi elegante. I segnali, peraltro, erano lì da tempo. Il 2026 si era aperto con cinque vittorie in cinque partite e con Chivu premiato allenatore del mese tra dicembre e gennaio, mentre il 5-2 alla Roma e il 3-0 al Cagliari avevano dato alla fuga scudetto una forma ormai chiarissima. A quel punto più che inseguire l’Inter, molte concorrenti hanno iniziato a raccontarla. L’articolo di @fedearduo prosegue su sito e app. La Ragione Credits video: Gedi #Inter #SerieA #Calcio
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14 days ago
Si può sopravvivere al proprio mito senza trasformarsi in una caricatura? Per una band che suona da trent’anni, che ha perso pezzi di sé per strada e che continua comunque a stare in piedi sotto il peso della propria storia, è forse la domanda più difficile. I Foo Fighters, in fondo, sono da tempo anche questo: un gruppo che deve misurarsi non solo con i dischi che fa, ma con tutto quello che rappresenta. Ed è proprio per questo che Your Favorite Toy colpisce: perché non suona come un album fatto per amministrare l’eredità, ma come un disco che ha ancora fretta, rabbia, fame. Il dodicesimo lavoro in studio della band arriva dopo But Here We Are, album inevitabilmente segnato dall’ombra della morte di Taylor Hawkins, e sceglie una strada diversa. Se quel disco aveva il respiro del lutto, della riflessione e di una ferita ancora aperta, qui domina invece l’energia nervosa del movimento. Non una rimozione, semmai una reazione. Dave Grohl e compagni sembrano aver deciso che il modo migliore per non restare schiacciati dal dolore sia quello di spingere sull’acceleratore, ritrovando il piacere fisico del rumore, dell’impatto, della band che suona come se avesse ancora qualcosa da dimostrare. L’impressione arriva subito, già dall’apertura di Caught in the Echo, dove Grohl ripete quasi come un mantra: “Lo faccio? Lo faccio? Lo faccio?” E la risposta, fortunatamente, è sì. Il disco entra vivo, teso, compatto, e non molla quasi mai la presa. Dentro c’è un impianto sonoro asciutto e tagliente, attraversato da grunge, garage, punk, con qualche riflesso glam e diversi richiami a quell’alternative rock che costituiva il cuore pulsante dei primi Foo Fighters. Niente grandi deviazioni, niente concessioni alla ballata ripiegata su sé stessa: qui si corre, si pesta, si tiene il volume alto. Voi cosa ne pensate? L’articolo di @fedearduo continua su jamtv #foofighters #davegrohl #taylorhawkins
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17 days ago
Inutile girarci attorno: “Il Diavolo veste Prada 2” era tra i film più attesi dell’anno. Tornare su un titolo che, dal 2006 in poi, è diventato un vero punto di riferimento della cultura pop, del costume e dell’immaginario fashion, richiedeva coraggio: il rischio di rovinare un cult, quando si mette mano a un seguito così tardivo, è sempre altissimo. E invece David Frankel e Aline Brosh McKenna scelgono la strada più intelligente: non inseguire il primo film, ma interrogare il tempo che è passato. Il nuovo capitolo non nasce come una semplice operazione nostalgia, né come un sequel costruito a tavolino soltanto per sfruttare un marchio fortissimo. La scommessa è un’altra: capire che cosa significhi oggi tornare dentro quel mondo, in un’epoca in cui la moda è cambiata, l’editoria è cambiata, i linguaggi sono cambiati. Il terremoto che attraversa il film, infatti, non è solo emotivo o relazionale: è anche industriale. Miranda Priestly è ancora al vertice, ma quel vertice si sta sgretolando sotto i suoi piedi. Il marchio resiste, il potere pure, ma il modello delle riviste tradizionali non è più quello di vent’anni fa. Il digitale ha riscritto gerarchie, consumo e autorità. E il film, con una lucidità sorprendente, decide di partire proprio da lì. La forza del sequel sta nel non considerare i personaggi come icone imbalsamate. Miranda, Andy Sachs, Emily, Nigel: nessuno è rimasto fermo dentro la propria maschera. Sono cambiati, si sono adattati, hanno perso qualcosa e guadagnato altro. Ed è proprio in questo quadro che si riallaccia il rapporto tra Miranda e Andy, oggi donna adulta, professionista formata dall’esperienza, non più soltanto la ragazza precipitata nel tritacarne della rivista Runway. Il film lavora bene su questa maturazione e restituisce ai personaggi un peso nuovo, meno legato alla caricatura e più alla verità del tempo. L’articolo di Federico Arduini @fedearduo prosegue su sito e app. La Ragione #IlDiavoloVestePrada2 #IlDiavoloVestePrada
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18 days ago
Inutile girarci intorno: “Michael”, il biopic sul re del pop Michael Jackson, in arrivo nelle sale oggi, era tra i film più attesi del genere. E dunque eccoci qui a tirare le somme. Il film si concentra sui primi vent’anni di carriera di Jackson, accompagnandolo dagli esordi fino all’era di “Bad”, e prova a scavare nel contesto familiare che ha contribuito a generare alcune delle sue fragilità più profonde. Su tutto incombe la figura violenta del padre, presenza decisiva nel costruire il mito ma anche nel segnarne le ferite emotive. Tra gli aspetti meglio riusciti c’è il lavoro sugli interpreti: il nipote di Michael, Jaafar Jackson, è una delle cose migliori del film, così come il bambino che lo incarna da piccolo. Come spesso accade ai biopic, però, anche “Michael” soffre di una certa inevitabile superficialità in alcuni passaggi o scelte narrative che tagliano corto su passaggi cruciali. La musica resta il fulcro assoluto del racconto: i brani immortali di Jackson trascinano il film in cui emerge soprattutto il performer, più del genio creativo che ha rivoluzionato il pop. Gli aspetti più spinosi della sua vita vengono evocati con il filtro della fiaba: Peter Pan, la vitiligine, l’incidente dello spot Pepsi e il dolore che lo legò agli antidolorifici. Ne esce comunque un omaggio sentito e coinvolgente, capace di parlare sia ai fan di lunga data sia ai nuovi, lasciando la sensazione che questo sia solo il primo, importante passo di un racconto ancora tutto da completare. Di @fedearduo #michaeljackson #musica #film #michael
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25 days ago
A dieci anni dalla morte, Prince continua a occupare un posto singolare nella storia della musica: enorme, riconoscibile, celebrato, eppure ancora in parte sottovalutato rispetto alla vastità del suo genio. Il 21 aprile 2016 se ne andava uno degli artisti più completi mai apparsi nella musica popolare del Novecento e forse proprio questa sua irriducibile complessità ha finito per renderlo, col tempo, meno “facile” da raccontare di altri giganti. Perché Prince non è stato soltanto una rockstar, né solo un simbolo di sensualità, trasgressione e libertà creativa. È stato un musicista totale, un autore incredibile, un architetto del suono che scriveva, arrangiava, produceva e spesso suonava praticamente tutto da solo. Nato a Minneapolis il 7 giugno 1958 come Prince Rogers Nelson, figlio di due musicisti, assorbì fin da giovanissimo il linguaggio del rhythm and blues, del funk, del gospel e del rock, trasformandolo in un lessico personalissimo. Già nell’album d’esordio, “For You” del 1978, volle controllare ogni dettaglio, suonando tutti i 27 strumenti accreditati. Era l’inizio di una traiettoria che non avrebbe più separato scrittura, performance e visione. Scriveva con una prolificità quasi inumana, accumulando album, outtake, brani donati ad altri artisti, progetti paralleli, colonne sonore, esperimenti, mutazioni continue. Ecco perché forse per anni è stato raccontato soprattutto come un genio del pop-rock-funk, quando in realtà la sua statura musicale era molto più vasta. Prince è stato anche e senza alcun dubbio uno dei più grandi chitarristi della storia. Non sempre lo si dice abbastanza, forse perché il suo talento melodico, la sua immagine e la sua capacità di stare al centro della scena hanno finito per oscurare la percezione del suo virtuosismo strumentale. Eppure, basta ascoltare il solo di “Purple Rain”, scelta più immediata ma lampante, con quella progressione emotiva che si alza fino quasi a spezzarsi, per capire quanto il suo fraseggio fosse unico: lirico, tagliente, sporco il giusto. L’articolo di @fedearduo continua su sito e app, link nelle storie #prince #princeandtherevolution #purplerain
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27 days ago
Da qualche tempo a questa parte, chiunque parli di musica sembra debba prima o poi arrivare per forza di cose agli Angine de Poitrine. Duo canadese di rock sperimentale, sono diventati virali nelle ultime settimane anche grazie all’assurdo travestimento con cui si presentano dal vivo, trasformando ogni esibizione in un piccolo caso visivo prima ancora che musicale. Si mostrano in forma anonima sotto gli pseudonimi di Khn e Klekde Poitrine e si autodefiniscono “fratelli de Poitrine”. Del resto, tutto nel loro progetto vive sul confine tra invenzione, parodia e provocazione. A partire dalla formula con cui descrivono la propria poetica: “Orchestra rock microtonale dada pythago-cubista”. Una definizione indubbiamente eccessiva, sicuramentecaricaturale, ma perfetta per restituire il senso di un immaginario fuori asse. Musicalmente lavorano su scale con più sfumature, intervalli ravvicinati, dissonanze e ritmi costruiti su pattern volutamente irregolari. Il risultato è spiazzante. Non sono soltanto un meme ben confezionato: dietro l’impatto grottesco e teatrale c’è una proposta sonora riconoscibile, ma di certo non rivoluzionaria. Il punto, semmai, è un altro. Attorno agli Angine de Poitrine si è già acceso il solito circo: chi rivendica di averli segnalati mesi fa, chi li liquida come mera trovata di marketing ben riuscita spinta da una viralità assurda e chi, più semplicemente, non ne può già più. Quanti di quelli che oggi li incensano li ascolteranno ancora fra due mesi? di Federico Arduini @fedearduo #AngineDePoitrine #Musica
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1 month ago
Per i Rolling Stones il tempo passa, ma l’istinto per il colpo di scena no. Il nuovo singolo non è arrivato con il classico annuncio globale, né con una premiere sulle piattaforme, ma attraverso una mossa molto più furba e molto più rock: un’uscita in vinile, in tiratura limitata, pubblicata sotto pseudonimo. Il nome scelto è The Cockroaches, cioè “gli scarafaggi”: un alias che i fan più attenti conoscono già, perché appartiene alla storia laterale della band ed è stato usato anche in passato per esibizioni segrete. Stavolta, però, lo pseudonimo è diventato il centro di una piccola operazione narrativa costruita benissimo, tra indizi, poster, sito dedicato e una diffusione iniziale solo su white label, senza streaming. Il brano si intitola Rough and Twisted ed è il primo tassello del nuovo progetto discografico degli Stones, atteso secondo diverse anticipazioni per luglio. In Germania il vinile è stato persino venduto a 10,07 euro, cifra letta come riferimento alla data del possibile album, mentre in rete continuano a circolare indiscrezioni sul titolo del disco, che potrebbe essere Foreign Tongues. Al di là della canzone in sé, la cosa più interessante è forse proprio questa: in un presente dominato dalla simultaneità dello streaming, i Rolling Stones hanno scelto di rallentare tutto, creare mistero e rimettere il supporto fisico al centro del racconto. Non solo un singolo, quindi, ma una mossa di linguaggio: far parlare della musica prima ancora di renderla davvero disponibile ovunque. Ed è un’operazione perfettamente stonesiana. Perché dentro c’è il gusto della maschera, della messinscena, del richiamo alla propria mitologia e anche un modo molto lucido di stare nel presente senza inseguirlo. Invece di adattarsi al flusso, gli Stones lo piegano alle loro regole: si nascondono, seminano tracce, riattivano l’attesa. E alla fine, ancora una volta, fanno parlare tutti. Di @fedearduo #rollingstones #rollingstonesfans #paintitblack
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1 month ago