A dieci anni dalla morte, Prince continua a occupare un posto singolare nella storia della musica: enorme, riconoscibile, celebrato, eppure ancora in parte sottovalutato rispetto alla vastità del suo genio. Il 21 aprile 2016 se ne andava uno degli artisti più completi mai apparsi nella musica popolare del Novecento e forse proprio questa sua irriducibile complessità ha finito per renderlo, col tempo, meno “facile” da raccontare di altri giganti.
Perché Prince non è stato soltanto una rockstar, né solo un simbolo di sensualità, trasgressione e libertà creativa. È stato un musicista totale, un autore incredibile, un architetto del suono che scriveva, arrangiava, produceva e spesso suonava praticamente tutto da solo. Nato a Minneapolis il 7 giugno 1958 come Prince Rogers Nelson, figlio di due musicisti, assorbì fin da giovanissimo il linguaggio del rhythm and blues, del funk, del gospel e del rock, trasformandolo in un lessico personalissimo. Già nell’album d’esordio, “For You” del 1978, volle controllare ogni dettaglio, suonando tutti i 27 strumenti accreditati. Era l’inizio di una traiettoria che non avrebbe più separato scrittura, performance e visione. Scriveva con una prolificità quasi inumana, accumulando album, outtake, brani donati ad altri artisti, progetti paralleli, colonne sonore, esperimenti, mutazioni continue.
Ecco perché forse per anni è stato raccontato soprattutto come un genio del pop-rock-funk, quando in realtà la sua statura musicale era molto più vasta. Prince è stato anche e senza alcun dubbio uno dei più grandi chitarristi della storia. Non sempre lo si dice abbastanza, forse perché il suo talento melodico, la sua immagine e la sua capacità di stare al centro della scena hanno finito per oscurare la percezione del suo virtuosismo strumentale. Eppure, basta ascoltare il solo di “Purple Rain”, scelta più immediata ma lampante, con quella progressione emotiva che si alza fino quasi a spezzarsi, per capire quanto il suo fraseggio fosse unico: lirico, tagliente, sporco il giusto.
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