Fabio Deotto

@fazdeotto

Unapologetic table drumming 📚 Last book: "Come ne usciremo" @libribompiani 🔦 Science editor > IlTascabile @treccanigram
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📍 Da oggi "Come ne usciremo" è in libreria Qualche tempo fa, insieme all'allegra ciurma che popola queste pagine, abbiamo cominciato a ragionare su un'opera collettiva di speculative nonfiction, un intreccio di articoli e reportage che usasse una sponda futura per raccontare il nostro presente. Costruire un futuro comune e coerente non era impresa semplice: dalla nostra avevamo l'entusiasmo incredulo di chi si avventura in un territorio non mappato, il rischio di perdersi e non uscirne (pun intended) però era altissimo. Se siamo arrivati dall'altra parte, e questo libro esiste, è perché abbiamo imparato a condividere le bussole. Ora non vediamo l'ora di riportarvi in quel territorio e scoprire dove ci porteranno le vostre bussole. ⏱️ ><><><><><><><><>< "Come ne usciremo" (Bompiani) è un'opera collettiva di speculative nonfiction, frutto del lavoro congiunto di nove autori italiani e internazionali: Francesca Coin, Meehan Crist, Sergio del Molino, Fabio Deotto, Claudia Durastanti, Omar El Akkad, Vincenzo Latronico, Chigozie Obioma e Angela Saini. I vari testi sono stati concepiti come se fossero scritti tra il 2030 e il 2040, e proiettano sullo stesso sfondo futuro delle dinamiche e delle questioni attuali, tra cui le migrazioni, il lavoro, la crisi climatica, la gentrificazione e la crisi delle democrazie sotto il peso dell'autoritarismo. . . . . . #comeneusciremo #speculativenonfiction
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1 year ago
Oggi esce “L’altro mondo”. È il libro su cui ho passato gli ultimi due anni e mezzo, ma in realtà mi occupa la testa da molto prima, quando ancora alle Maldive si trovavano spiagge e coralli da cartolina, quando ancora Miami Beach non aveva sollevato le sue strade di un metro, quando in Lapponia nevicava a ottobre, quando l’idea di sgomberare una città dalle automobili pareva ancora blasfema; insomma, quando la crisi climatica era assai meno manifesta di quanto non lo sia ora. Ma cos’è, in sostanza? Un reportage? Un saggio? È un po’ tutti e due. È un libro sulle zavorre biologiche, cognitive e culturali che distorcono il nostro sguardo sul mondo; è un libro che indaga sul perché tendiamo a preoccuparci tantissimo per problemi relativamente piccoli e pochissimo per minacce esistenziali globali, è un libro sulla nostra illusione di poter controllare cose su cui non abbiamo alcun controllo, sulla nostra convinzione che il posto in cui siamo nati ci appartenga e sulla tendenza a trattare come un invasore qualunque cosa (umana, animale o vegetale) ne varchi i confini. È un libro su tutto quello che non riusciamo a vedere, e su tutte le lenti correttive di cui disponiamo. Una su tutte: le storie che ci raccontiamo. Lo trovate in libreria da oggi, e io non vedo l’ora di continuare il discorso fuori dalle pagine. . . . . . #laltromondo #crisiclimatica #cambiamentoclimatico
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4 years ago
Gli @anginedepoitrine sono la band più strana che vi possa capitare di intercettare in questi giorni, la classica novità che arriva quando nessuno se l’aspetta, e proprio perché nessuno se l’aspetta deflagra senza lasciare scampo. Da quando a febbraio una loro session live è stata pubblicata sul canale YouTube di KEXP, il duo di Saguenay (QC) è passato dal relativo anonimato a band di culto. Il che è curioso, visto che stiamo parlando di una band che travalica sistematicamente gli steccati che di solito definiscono il perimetro della musica orecchiabile. Gli AdP pescano a piene mani da prog, jazz, dance, musica classica indiana, e soprattutto dal math rock, ma una volta nel calderone questi ingredienti si sciolgono, diventano quasi irriconoscibili, a emergere è un amalgama inedito, un sapore nuovo che non può essere localizzato né temporalmente («sembra allo stesso tempo musica del 1980 e del 2180» si legge in una delle tantissime recensioni uscite in questi giorni), né geograficamente (parlare di math rock a tinte arabofone, sarebbe una pigra semplificazione). Non sono certo i primi a mescolare generi distanti tra loro, ma sono tra i pochissimi ad aver preso abbastanza slancio da restare in quota. Il fatto che l’ibridazione dei generi sia uno dei tratti distintivi del mainstream attuale sicuramente aiuta (Rosalia e Bad Bunny ci stanno costruendo un impero), ma io credo che la vera ragione del successo degli AdP sia che, più o meno consciamente, stanno muovendo guerra all’algoritmo usando le sue stesse armi. Lo sbilanciamento progressivo verso la tautologia del gusto ha fatto gioco alle piattaforme streaming, e a chi ha imparato a sfruttarle per ottenere profitti nel breve termine, ma ha anche creato saturazione, uniformità, e – cosa da non sottovalutare – stanchezza. Nella prateria uniforme dell’ascolto piattaformizzato, gli Angine de Poitrine spiccano come una mosca nel latte. --- Su Rivista Studio ho scritto degli Angine di Poitrine, del loro dadaismo microtonale e di come hanno mosso guerra all'algoritmo usando le sue stesse armi. (Link nel primo commento)
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1 month ago
Il Festival di Sanremo è una di quelle ricorrenze impossibili da ignorare, e infatti puntualmente l'Italia finisce per spaccarsi in due frange asimmetriche: da un lato quelli (tanti) che seguiranno più o meno fedelmente la rassegna, sceglieranno le canzoni preferite e la mattina si agganceranno al treno di discussioni Sanremo-centriche; dall'altro quelli (meno) che tenteranno di isolarsi tappandosi le orecchie, nella speranza che il supplizio passi in fretta. Che si appartenga a una frangia o all'altra, c'è buona probabilità che le canzoni di Sanremo ci entreranno in testa lo stesso. E per quanto si sia tentato di evitare qualsiasi cosa abbia lontanamente a che fare con l'Ariston, è possibile che fra qualche settimana, nel silenzio della nostra testa, scopriremo che quei ritornelli hanno aggirato le difese e hanno colonizzato anche il nostro paesaggio sonoro. Se questo succede non è perché i brani di Sanremo siano particolarmente belli, ma perché il nostro cervello fa una fatica tremenda a resistere ai ritornelli, e alle ripetizioni musicali in generale. --- Sul Tascabile ho raccontato l’evoluzione del ritornello nella musica popolare e le basi neurocognitive delle nostre ossessioni musicali. Qui il pezzo completo: /scienze/eterno-ritornello/ . . . . #sanremo #musicologia #psicologiadellamusica
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2 months ago
Nel romanzo "La città e la città", China Miéville racconta di due città distinte che occupano lo stesso spazio: gli abitanti dell'una sono educati a non vedere quelli dell'altra, e viceversa. Viene spesso usata come sponda per raccontare le politiche discriminatorie urbane, ma si presta bene anche a raccontare la crisi climatica. Di fronte alle immagini che arrivano da Niscemi, dove un insediamento millenario si sta sgretolando sotto i nostri occhi, tendono a separarsi due interpretazioni: da un lato c'è chi in quel territorio sfigurato vede l'ennesimo evento eccezionale, conseguenza tragica ma inevitabile di una fragilità idrogeologica; dall'altro chi invece vede la conseguenza di una crisi climatica entrata nel suo vivo. In un certo senso hanno ragione entrambi. Il territorio su cui sorge Niscemi ha una conformazione suscettibile a frane di questo genere. La sovrapposizione di uno strato sabbioso a uno argilloso impermeabile fa sì che, con le forti piogge, uno stia scivolando sull'altro, causando il cedimento di decine di metri di versante. Allo stesso tempo, un'analisi di ClimaMeter ha suggerito che il cambiamento climatico abbia potenziato il ciclone Harry, incidendo sulla velocità dei venti, sull'altezza delle onde (9 metri, fuori scala per il Mediterraneo) e sull'intensità delle precipitazioni: tutti elementi che hanno un ruolo nell'erosione costiera. Niscemi sarebbe ancora integra senza la crisi climatica? Probabile. Avrebbe comunque subito una frana devastante, prima o poi? Possibile. Sono domande comprensibili, ma concedono solo risposte di tipo statistico. Il vero punto è che Niscemi, come molti altri insdiamenti, è stata costruita facendo affidamento a una normalità che la crisi climatica sta rapidamente sgretolando. E allora non si tratta di stabilire se sia colpa della vulnerabilità geologica, dell'antropizzazione del territorio e o della crisi climatica, ma comprendere che queste componenti si sommano, si amplificano a vicenda, e sono difficili da separare.  Le due città di Miéville sono in realtà una sola, insomma, la sfida è imparare a osservarla nella sua complessità. (foto: Danilo Arnone/Reuters)
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3 months ago
FUTURO E CAMBIAMENTO CLIMATICO 18.01 Tra scienza, politica e immaginario: come il clima sta riscrivendo l’idea stessa di futuro. A che punto siamo del cambiamento climatico? Quali sono le sfide aperte oggi? Uno sguardo sui movimenti e sulle COP. Talk 17.00 intervengono: Sofia Pasotto, attivista per il clima Ferdinando Cotugno, giornalista Fabio Deotto, scrittore e giornalista Giovanni Mori, Attivista e divulgatore modera: Serena Vitucci, attivista Ingresso gratuito riservato ai soci NAMA Pre-tesseramento obbligatorio 24h prima dell’evento
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4 months ago
Cosa salvare di questo 2025, in ordine sparso e incompleto ✨️
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4 months ago
Quando Stefano Sotgia mi ha chiesto di partecipare a un documentario di Itaca sulla scrittura epistolare ho provato quel misto di sollievo e timore che ti prende quando ti decidi a mettere ordine in una stanza trascurata da troppo. Quella per i romanzi epistolari (e per le lettere cartacee in generale) è una passione che ho sempre coltivato abbastanza in silenzio. Ne avevo scritto diversi anni fa per Il Tascabile, fine. Stefano mi ha dato l'occasione per sbloccare riflessioni che mi fermentavano in testa da un po'. Ho parlato di vecchissimi romanzi epistolari, di quella personaggiona di Helene Hanff, del potere creativo dell'assenza e del valore della scarsità comunicativa (avrei anche qualche hot take in difesa dei messaggi vocali, ma poi finisce che si litiga). La puntata si intitola "Quando scrivevamo lettere", ci hanno partecipato Monica Dengo, Sara De Simone, Silvia Gennaioli, Cristina Marconi, Maria Luisa Usai e Gioia Salvatori. La trovate in chiaro su @raiplay_official . Io però vi invito a guardarle tutte, c'è dentro roba bellissima. Stefano ha fatto un lavoro magistrale, cosa per nulla scontata in questo paese, in questo settore e in questo periodo.
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5 months ago
Tra le tante lezioni che la vittoria di Zohran Mamdani può insegnare, a sinistra prima ancora che a destra, ce n'è una che è ovvia solo in apparenza: per ottenere la fiducia delle persone, bisogna prima ascoltarle. Lo scorso 10 ottobre, nel podcast Radio Hour, David Remnick ha chiesto a Zohran Mamdani come mai secondo lui molti dei newyorchesi che avevano votato per Donald Trump lo abbiano poi scelto alle primarie. "Sono andato nei quartieri con la maggior percentuale di elettori trumpiani," ha risposto Mamdani "ho posto a quelle persone delle domande, e mi sono preparato ad ascoltare le risposte." Gli studi comportamentali su questo sono chiari: le persone che fanno domande (e soprattutto, domande di follow-up) tendono a piacere di più, a ottenere maggiore fiducia e a essere percepite come più intelligenti. Non si tratta di trovare un nuovo trucco da prestigiatori della retorica, è una questione sostanziale: fare domande apre il campo all'interlocutore, gli fa sentire di avere uno spazio nel discorso, di fatto: lo coinvolge. È il classico esempio di condizione necessaria ma non sufficiente. Mamdani non avrebbe vinto se non avesse mobilitato una campagna dal basso senza precedenti, se non avesse spostato il baricentro dalla retorica alla sostanza, se non avesse insistito su affitti, costo della vita, accessibilità dei servizi, sicurezza per la comunità LGBTQIA+, riforma del NYPD e contrasto all'ICE. Ma se ha vinto è anche perché è riuscito a tracciare ponti con persone che fino a un anno fa non avevano mai pensato di poter votare per un candidato sindaco trentenne, musulmano e socialista. Fare politica "parlando ai propri" è come giocare in difesa: l'obiettivo principale è tenersi gli elettori che già ci sono, difficilmente se ne guadagnano di nuovi, spesso si perde comunque. Fare politica a sinistra, oggi, significa anche prepararsi ad ascoltare, e a coinvolgere, le tantissime persone che hanno smesso di votare, o si ritrovano a votare a destra, perché si sentono tagliate fuori dal discorso. Mamdani l'ha capito fin dall'inizio. Per questo la sua vittoria oggi è uno spartiacque. (credit immagine: Thalia Juarez) . . . . #zohranmamdani #newyork
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6 months ago
🇮🇹 📸 Istantanee da 𝐂𝐞𝐜𝐢𝐭𝐚̀ 𝐜𝐥𝐢𝐦𝐚𝐭𝐢𝐜𝐚: 𝐩𝐞𝐫𝐜𝐡𝐞́ 𝐬𝐭𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐬𝐞𝐝𝐮𝐭𝐢 𝐚 𝐛𝐫𝐚𝐜𝐜𝐢𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐬𝐞𝐫𝐭𝐞 𝐬𝐮𝐥𝐥’𝐨𝐫𝐥𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐛𝐢𝐬𝐬𝐨 con Fabio Deotto Un dialogo necessario sul clima e la responsabilità collettiva. 🙏Grazie a chi ha partecipato, fatto domande, ascoltato in silenzio. - - - 🇦🇱 🇦🇱 📸 Pamje nga 𝐕𝐞𝐫𝐛𝐞̈𝐫𝐢𝐚 𝐧𝐝𝐚𝐣 𝐤𝐥𝐢𝐦𝐞̈𝐬: 𝐩𝐬𝐞 𝐩𝐨 𝐪𝐞𝐧𝐝𝐫𝐨𝐣𝐦𝐞̈ 𝐝𝐮𝐚𝐤𝐫𝐲𝐪 𝐧𝐞̈ 𝐩𝐫𝐚𝐠 𝐭𝐞̈ 𝐡𝐮𝐦𝐧𝐞𝐫𝐞̈𝐬 me 𝐅𝐚𝐛𝐢𝐨 𝐃𝐞𝐨𝐭𝐭𝐨. Një dialog i domosdoshëm mbi klimën dhe përgjegjësinë kolektive. 🙏Faleminderit të gjithëve që morën pjesë, bënë pyetje dhe dëgjuan në heshtje. #iictirana #italyinalbania #FestivalTreccani #IICTirana #LinguaItaliana #Responsabilità #SLIM2025 #Italofonia #DialogoCulturale #DiplomaziaCulturale
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6 months ago
🇮🇹 La giornata del 𝟐𝟎 𝐨𝐭𝐭𝐨𝐛𝐫𝐞 del 𝐹𝑒𝑠𝑡𝑖𝑣𝑎𝑙 𝑇𝑟𝑒𝑐𝑐𝑎𝑛𝑖 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝐿𝑖𝑛𝑔𝑢𝑎 𝐼𝑡𝑎𝑙𝑖𝑎𝑛𝑎 si aprirà in mattinata all’Università di Tirana con l’incontro 𝐂𝐞𝐜𝐢𝐭𝐚̀ 𝐜𝐥𝐢𝐦𝐚𝐭𝐢𝐜𝐚: 𝐩𝐞𝐫𝐜𝐡𝐞́ 𝐬𝐭𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐬𝐞𝐝𝐮𝐭𝐢 𝐚 𝐛𝐫𝐚𝐜𝐜𝐢𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐬𝐞𝐫𝐭𝐞 𝐬𝐮𝐥𝐥’𝐨𝐫𝐥𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐛𝐢𝐬𝐬𝐨 di 𝐅𝐚𝐛𝐢𝐨 𝐃𝐞𝐨𝐭𝐭𝐨, scrittore, giornalista e Science Editor per Il Tascabile Treccani, che esplorerà il linguaggio della crisi climatica e la costruzione di una coscienza ambientale condivisa. - - - 🗓 𝟐𝟎 𝐨𝐭𝐭𝐨𝐛𝐫𝐞 – 𝐨𝐫𝐞 𝟏𝟎:𝟎𝟎 📍 Aula Europa, Facoltà delle lingue straniere – Università di Tirana - - - 🇦🇱 🇦🇱 𝐹𝑒𝑠𝑡𝑖𝑣𝑎𝑙𝑖 𝑖 𝐺𝑗𝑢ℎ𝑒̈𝑠 𝐼𝑡𝑎𝑙𝑖𝑎𝑛𝑒 𝑇𝑟𝑒𝑐𝑐𝑎𝑛𝑖, i datës 𝟐𝟎 𝐭𝐞𝐭𝐨𝐫, do të çelet në mëngjes pranë Universitetit të Tiranës me takimin 𝐕𝐞𝐫𝐛𝐞̈𝐫𝐢𝐚 𝐧𝐝𝐚𝐣 𝐤𝐥𝐢𝐦𝐞̈𝐬: 𝐩𝐬𝐞 𝐩𝐨 𝐪𝐞𝐧𝐝𝐫𝐨𝐣𝐦𝐞̈ 𝐝𝐮𝐚𝐤𝐫𝐲𝐪 𝐧𝐞̈ 𝐩𝐫𝐚𝐠 𝐭𝐞̈ 𝐡𝐮𝐦𝐧𝐞𝐫𝐞̈𝐬 nga 𝐅𝐚𝐛𝐢𝐨 𝐃𝐞𝐨𝐭𝐭𝐨, shkrimtar, gazetar dhe redaktor shkencor pranë Il Tascabile Treccani, I cili do të eksplorojë gjuhën e krizës klimatike dhe ndërtimin e një ndërgjegjësimi të përbashkët mjedisor. #iictirana #italyinalbania #FestivalTreccani #IICTirana #LinguaItaliana #Responsabilità #SLIM2025 #Italofonia #DialogoCulturale #DiplomaziaCulturale
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6 months ago
Uno dei grandi meriti della Global Sumud Flotilla, e di tutte le persone che hanno bloccato porti, ferrovie e strade, è di aver spezzato una duplice, pericolosa illusione: da un lato quella di chi pensava di poter perpetrare (o avallare) indisturbato un genocidio, dall'altra quella di chi per due anni ha assistito inerme al peggiore orrore dell'epoca moderna e si è lentamente convinto che non si possa fare nulla per contrastarlo. La seconda illusione è quella più pericolosa, in primo luogo perché rafforza la prima, e in secondo luogo perché va a sommarsi a un fatalismo che da tempo paralizza le coscienze di molti. La ferocia impunita con cui Israele ha sterminato decine di migliaia di persone, raso al suolo intere città, obliterato le testimonianze di una storia e una cultura, reso invivibile e incoltivabile una terra, disatteso e coscientemente minato ogni contrafforte del diritto internazionale, ci ha tramortito al punto da illuderci che tutto sia inutile. Ma c'è sempre qualcosa che si può fare. Sempre. Gli attivisti della Flotilla sono salpati verso il luogo più pericoloso del mondo per portare aiuti, un'azione legale che si è conclusa con un arresto illegale. La risposta dovrebbe arrivare dai governi (quello colombiano ha subito espulso la delegazione diplomatica israeliana), ma siccome il nostro ancora incrocia le braccia, tocca a noi agire. Nel 1968 due psicologi sociali americani fecero sedere degli studenti in una stanza a compilare un questionario. In un gruppo i soggetti erano soli, nell'altro c’erano attori istruiti a rimanere impassibili. Quando dall’impianto di ventilazione cominciò a uscire del fumo, chi era da solo si alzò e chiese di uscire, chi invece era circondato da persone che non reagivano restò seduto ad aspettare che qualcuno intervenisse. L'illusione del fatalismo funziona così: siccome nessuno agisce, ci convinciamo che nulla possa essere fatto, senza renderci conto che noi stessi stiamo alimentando l'illusione. Nel dubbio, la scelta più sensata è alzarsi e uscire dalla stanza. Una volta che le persone iniziano ad alzarsi e a uscire dalla stanza non c'è modo di fermarle. Ora usciamo tutti. Blocchiamo tutto.
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7 months ago