Il gambero rosso di Mazara del Vallo è diventato uno dei prodotti simbolo della cucina italiana e del mercato del lusso alimentare, ma dietro questa narrazione si nasconde una filiera complessa e sempre più sotto pressione.
Ospite della nuova puntata di Newsroom, Eleonora Vio [ @elevio64 ] autrice dell’ultima inchiesta di IrpiMedia sul tema. Insieme a Eleonora ricostruiamo come il gambero rosso “di Mazara” sia diventato un marchio globale e di come oggi il sistema sia in crisi a causa di risorse marine in calo, costi in crescita e i tanti vincoli imposti dall’Ue e l’unica via per gli armatori diventa spostarsi verso acque più ricche come la Libia.
Nel corso della puntata poi con Alessandro Buzzi del @wwf_mediterranean allarghiamo lo sguardo al Mediterraneo, uno dei mari più sfruttati al mondo.
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📌 Newsroom è presentato da @brensino prodotto da @dariopaladiniintreccimedia di Intrecci Media, curato da @giulio.rubino e post prodotto da Riccardo Cocozza @akoros_soundtracks
Per oltre trent’anni, il presunto fenomeno dei “safari umani” a Sarajevo è rimasto ai margini del racconto pubblico. Eppure oggi quella storia è tornata con forza al centro del dibattito, rompendo un silenzio lungo decenni. Il merito – o la responsabilità – è soprattutto dello scrittore Ezio Gavazzeni, che con il suo libro “I cecchini del weekend” ha riaperto una ferita mai del tutto chiusa… Gavazzeni introduce testimoni chiave, che avrebbero partecipato o assistito direttamente ai safari, descrivendo logiche economiche e modalità operative agghiaccianti. Tuttavia, il suo impianto narrativo viene messo in discussione da altri intervistati: Andrea Angeli, ex rappresentante UNPROFOR, evidenzia incongruenze sul ruolo delle istituzioni italiane e sull’assenza di riscontri ufficiali, mentre Mario Boccia, fotografo e giornalista testimone diretto dell’assedio di Sarajevo, invita alla cautela, sottolineando come il contesto estremo della guerra possa aver alimentato voci e interpretazioni distorte. Entrambi riconoscono la brutalità del conflitto, ma si mostrano scettici rispetto alla sistematicità del fenomeno descritto da Gavazzeni. A rafforzare, almeno in parte, le ipotesi del libro interviene il giornalista croato Domagoj Margetic, che amplia il quadro collegando i safari umani a strutture paramilitari e ai vertici della politica balcanica… “I cecchini del weekend” diventa non solo un’opera narrativa ma un elemento attivo nel riaprire il caso, stimolando indagini giudiziarie e dibattito internazionale. Rimane però una tensione irrisolta tra denuncia e verifica: mentre Gavazzeni sostiene che “tutti sapessero”, gli altri interlocutori invitano a distinguere tra ipotesi, prove e memoria, in un terreno ancora segnato da traumi e verità parziali. Mio nuovo audio-doc oggi sul programma Laser di @rsionline con il sempre unico e impareggiabile @tomsooooooon (in grado di amplificare e rendere viva una storia già di per sé macabra e agghiacciante). Grazie a @eziogavazzeni , Andrea Angeli, @mario.boccia.585 e @domagojmargetic Link in BIO
Domani 24 febbraio ricomincia il processo in contumacia contro i quattro agenti dei servizi segreti egiziani accusati della morte e tortura di Giulio Regeni. La storia di Giulio - raccontata nel documentario “Giulio Regeni, tutto il male del mondo” di @mr_manetti - è una storia in cui è stato facile per me immedesimarmi. Giulio sono io e tanti giovani ed ex giovani della mia generazione pieni di voglia di lanciarsi nel mondo senza pregiudizi, che si trovano a dover fare i conti con una realtà molto meno aperta e accogliente di come se l’erano figurata, che - ieri come oggi - vuole piegarli e metterli a tacere. È una storia che mi è entrata dentro, che mi ha fatto riflettere e non mi ha fatto dormire, non per una ma per tante notti. È una storia che purtroppo in Egitto non è un’eccezione o una novità e D.G. - un mio amico italiano che solo per un fortuito gioco del destino non ha fatto la stessa fine di Giulio - è l’esempio lampante di quel sistema ben oliato che, pur essendo peggiorato negli ultimi anni, continua a funzionare da ben prima che Al-Sisi diventasse Presidente nel 2013. Spesso nell’indifferenza di istituzioni che dovrebbero fare i nostri interessi e difenderci. Ma la storia di Giulio, al di là di tutto, porta con sé anche un qualcosa di positivo: si è trasformata in una collettiva ricerca di verità, che si è andata a incarnare nel “popolo giallo” e, oggigiorno, rappresenta una forma di resistenza e dissenso popolare trasversale, strabiliante e, oltremodo, necessaria. Di tutto questo parlo in “Giulio, tutto il male del mondo” su @rsionline Laser: https://www.rsi.ch/rete-due/programmi/cultura/laser/%E2%80%9CGiulio-tutto-il-male-del-mondo%E2%80%9D—3456150.html Grazie a @tomsooooooon che da tanto tempo ormai mi accompagna in tutte le mie avventure sonore con incredibile delicatezza, fidandosi del mio istinto ma senza lesinare consigli sempre preziosi.
Ancora fatico a credere che l’avidità umana possa arrivare a tanto. Purtroppo è così. Anche il Monastero e il villaggio di Santa Caterina sono finiti nelle grinfie del turbo capitalismo del Presidente egiziano Al-Sisi. Il Grande Piano per la Trasfigurazione (nome di dubbio gusto, visto che rimanda a quello dell’antichissima Chiesa situata dentro il famoso Monastero del 6* secolo, dove si dice che Cristo abbia donato le tavole della legge al Profeta Mosè) pian pianino sta mettendo a repentaglio la vita dei monaci greco-ortodossi e di tantissimi beduini che, insieme, nei secoli, hanno creato uno dei rari esempi al mondo di convivenza e mutuo rispetto tra cristiani e mussulmani. Tutto questo e di più su @rsionline Radio 2 - Laser insieme alla compagna di lavoro e di tante avventure @ines.dv e grazie all’impareggiabile aiuto di @tomsooooooon (link in bio)
In concomitanza con l’uscita in italiano del suo ultimo libro, intitolato “Un giorno tutti diranno di essere stati contro”, ecco la mia intervista allo scrittore e giornalista egiziano-statunitense #omarelakkad. El Akkad riflette sul collasso morale dell’Occidente, incapace di chiamare “genocidio” ciò che sta avvenendo a #gaza per timore delle conseguenze politiche e personali. Denuncia l’ipocrisia di leader e istituzioni che, pur vedendo l’orrore, scelgono il silenzio. L’autore parla da una posizione disillusa e profonda, maturata da reporter in Afghanistan, a Guantanamo, durante la prima guerra del Golfo e durante le sollevazioni arabe del 2010-2011.
Figlio del colonialismo, cresciuto tra culture diverse, El Akkad incarna il trauma dell’esilio e la frattura identitaria, oggi aggravata dal massacro in #palestina che considera il punto di rottura definitivo. Il suo libro è un atto di coscienza, più che un tentativo di persuasione, nato da una crisi personale e morale che lo ha spinto a non voltarsi più dall’altra parte. Link in BIO.
Totally mesmerized by @sallyrooneyofficial latest novel “Intermezzo”. The troubled state of mind of one of the two main protagonists becomes the perfect excuse to reflect upon the inutility of sticking too much on certain definitions - the act of naming as Rooney herself defines it - and encourages human beings to part free from stereotypes to embrace life as it is in its fullness.
A perfect start of the year in the city from the infinite possibilities. The place where - like someone once told us - no one really cares who you are and where you come from. You can happily reinvent yourself over and over…!
C’è un freddo pungente. Il Gps indica che sono arrivata, ma la strada trafficata, piena di multistore e insegne fluorescenti, non combacia con quello che mi è stato venduto come un ritrovo di vecchi nostalgici. Finché una signora con i capelli grigi e ispidi, avvolta in una stola leopardata, non mi fa cenno di seguirla. Varchiamo insieme le porte scorrevoli di un centro commerciale, percorriamo un corridoio lungo e anonimo e spuntiamo su un cortile malandato. «Ecco la nuova sede della Società degli eredi ideologici di Stalin», mi dice Tamar Qarqishvili, indicando una casetta con il tetto in lamiera e i muri scrostati. Incollato a una finestra c’è un piccolo ritratto del dittatore sovietico in tenuta militare, l’espressione sorniona, semi nascosta dal baffo alla tricheco che, all’epoca, aveva lanciato una moda. All’interno la temperatura è persino più bassa che fuori. Attorno a un tavolone di legno pesante siede un gruppo di vecchietti stretti in cappotti di alcune taglie in più. A vegliare su di loro ci sono enormi ritratti del loro idolo: Josif Stalin, che assunse le redini dell’Unione Sovietica nel 1922 e regnò incontrastato fino alla morte, nel 1953. Se altre repubbliche post sovietiche hanno fatto di tutto per cancellare la memoria di uno degli uomini più temuti della storia, proprio la Georgia che per prima scese in strada per reclamare l’indipendenza dall’Unione Sovietica, mantiene la posizione più ambigua.
Il resto nel nuovo numero di @mensilemillennium in edicola o in libreria.
Foto di @nina.vaxanski.photos
Eleonora Vio è stata con i nostalgici di Stalin a Gori, città della Georgia che ha dato i natali al dittatore sovietico, e ha seguito una riunione dell’associazione a lui devota. Ne è venuto fuori un bel racconto in presa diretta, che ci dice come la storia possa scorrere, a seconda del luogo, a velocità diverse.
Scopri ‘Le nipotine di Stalin’ il reportage di Eleonora Vio sull’ultimo numero di MillenniuM
« “While we want to lean more and more towards Europe, the EU has major problems defining itself, its own identity. So we look for help from 🇪🇺 Europe, but maybe we have to ask ourselves how we can help it. Maybe we can make our own small contribution too”.
It has been almost ten years since I heard this phrase during a meeting amongst intellectuals from different countries, but I still remember being struck by it. It was pronounced by writer and historian Lasha Bakradze, who is now part of the Georgian opposition coalition.
It was long believed that, with the new century, Europe would be able to assert itself and take control of its own destiny. It was an illusion: today 🇪🇺 Europe appears weak and individual countries are growing more and more distant from each other. (...)
In 🇬🇪 Georgia, years of growth and hope have been followed by others of tension and fear. Until, a few weeks ago, citizens were called to vote in elections with an “existential” outcome - a term that encapsulates a drama so intimate, that the way it is remarked upon by so many of my interlocutors, makes me wince. »
This is how the very long reportage I wrote for @republikmagazin begins. Mine is a journey across a wonderful country that owes its strength to being the crossroads between East and West. Unfortunately, 🇬🇪Georgia is going through a deep political and identity crisis that mirrors the lacerations and failures Europe itself is experiencing and going through.