Ieri io e Teresa, nove anni, per raggiungere il gonfalone della città abbiamo dovuto sgusciare fra le persone. Il corteo era fermo, volavano gli insulti nel giorno della Liberazione.
Teresa ha visto tutto, ha sentito le offese, ha guardato i volti di chi ci stava intorno e mi ha chiesto ‘perché?’. Le ho spiegato che la Brigata Ebraica sfila ogni anno perché ebrei e ebree combatterono nella Resistenza italiana. Le ho detto che alcuni manifestanti con le bandiere della Palestina protestavano contro di loro, che a Gaza muoiono anche bambini della sua età, e che la violenza contro i civili è un dolore che ci attraversa da troppo tempo, da qualunque parte arrivi.
Tenere insieme tutto questo, davanti a una bambina di nove anni, è l'esercizio più difficile che la politica ci chiede oggi, ma è anche quello che dobbiamo fare.
Ieri abbiamo percorso i luoghi della memoria milanese. Piazzale Loreto dei Quindici Martiri, Gorla, il Giuriati dove i partigiani venivano fucilati. L'Ortica Trenno, la Loggia, Le Pietre d'Inciampo, le lapidi commemorative, i monumenti.
La Storia non si trasmette per osmosi, si racconta anche mentre la stiamo scrivendo. La città parla, educa e lo fa di più e meglio se noi le diamo voce.
Intanto, facciamo fatica a stare nella stessa piazza. Il dolore di Gaza diventa un alibi per insulti inaccettabili, la memoria della Resistenza è un valore comune e invece per qualcuno divide. Non è accettabile. La violenza cerca le crepe della ragione, le crepe si aprono quando smettiamo di parlarci e le certezze si sfaldano: le radici della Costituzione, il mondo che vogliamo costruire, mentre le bambine come Teresa ci guardano.
"La storia siamo noi, siamo noi padri e figli, siamo noi, bella ciao, che partiamo. La storia non ha nascondigli, la storia non passa la mano. La storia siamo noi, siamo noi questo piatto di grano”
(Francesco De Gregori, quarant’anni fa)
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