Anna Spena

@anna.spena

#giornalista. Vivo d’ansia e non vivo senza post-it. Poi dissemino refusi 🌙
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Tra qualche giorno su @vitanonprofit troverete il racconto di un viaggio che va dalla Piana di Gioia Tauro, nel Sud della Calabria, fino a Borgo Mezzanone, la più grande baraccopoli d’Europa, nel Nord della Puglia. Un viaggio che voglio iniziare con Lamir, nella tendopoli di San Ferdinando. Un quadrato di terra dimenticato e sovraffollato, senza dignità. Dove le persone sono costrette a farsi strada tra cumuli di spazzature e animali morti. Un luogo che guardi, e già ti ammali. Lamir non vuole essere fotografato. Non vuole che sia registrata la sua voce. Lamir odia i giornalisti. Perché dice che li riprendono come animali nello zoo e poi qua dentro non cambia mai niente. “Posso prendere appunti?” “A che serve?” “A raccontare” “Non c’è niente da dire” “Dimmelo tu se davvero non c’è niente. Dimmi con le tue parole, senza che io usi le mie, com’è vivere così” “Non puoi immaginare” “No, certo che non posso immaginare” È alto almeno il doppio di me, per guardagli la faccia devo alzare il collo. Poi allarga le braccia e con una mano taglia l’aria a destra, con l’altra la taglia a sinistra: “La fiducia è andata qui e io sono andato qua, dall’altro lato”. “Che ti devo dire?”, aggiunge. “Non hai occhi? Guarda tu”. Sì li tengo gli occhi, e me li vorrei cavare.
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3 days ago
Sono passati moltissimi anni, ma @ella_lanzano_ sa sempre come mi deve guardare 💙
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5 months ago
Com’è andato ottobre. Quattro aerei. Troppi, troppi, troppi treni. La prima settimana avevo già smesso di contarli. Molto dolore, tanto degrado. L’ansia perenne, la stanchezza cronica. Nove città diverse, ma sempre valanghe di bellezza e amore (che alla fine conta solo quello).
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6 months ago
Oggi era uno di quei giorni in cui mi “dovevo ricordare perché”. Perché faccio questo lavoro che a volte mi sfianca altre mi emoziona. Poi dal nulla mi ha scritto Emanuela. Ci siamo conosciute alla fine dello scorso inverno. Con una naturalezza rara mi aveva aperto le porte di casa sua e consegnato un pezzo di storia della sua famiglia. Così, senza saperlo, la risposta che cercavo me l’ha data lei. «Mio fratello ha 12 anni, tre più di me, ma mi arriva solo fino a qui». Gabriele cerca l’ombelico da sopra la maglietta. Usa il suo corpo per spiegare che Matteo è «più grande di me, ma più basso di me». Gabriele riempie con le parole tutti gli spazi, Matteo invece non parla. Per dire “ho fame”, si porta le quattro dita della mano sinistra sopra al mento. Per dire “voglio andare a casa” intreccia quelle di entrambe le mani. A Matteo è stata amputata la gamba destra, al suo posto adesso c’è una protesi. Matteo non mastica, non ha suzione. Matteo non vede niente, ma percepisce tutto. Quando sente che Gabriele è vicino, lo cerca. Si lascia prendere in braccio e poi sorridono.
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6 months ago
La nostra Anna Spena è stata a Kharkiv con il Mean - movimento Europeo di azione nonviolenta. Il movimento, con 110 attivisti, ha incontrato la società civile ucraina: “La resistenza non è un fatto solo di armi, di finanziamenti e di intese tra governi, ma è soprattutto un sentimento popolare che porta gli ucraini a portare avanti le loro esistenze quotidiane nonostante tutto. Ed è con gli ucraini e dall’Ucraina che il Mean chiede all’Europa di essere accanto agli ucraini fino a quando sarà necessario e di istituire ed inviare i Corpi Civili di Pace”. @anna.spena @mean.project
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7 months ago
Davanti è solo una distesa di bandiere gialle e blu. L’occhio non può vedere oltre. L’odore è quello della terra appena lavorata. Certe fosse sono ancora vuote, ma pronte: lo sanno tutti che altri corpi stanno per arrivare, arrivano sempre. “Loro non raccontano quanti soldati muoiono”, dice una suora dentro ad uno dei tanti - troppi - cimiteri di Kharkhiv. “Ma guardati intorno”, e mentre parla allarga le braccia. “Ogni giorni ci sono funerali. Questa parte di cimitero tutta nuova, si è riempita in soli sei mesi”. Olga piange, Ludmilla pure. Lo fanno sulla stessa tomba, per lo stesso corpo. Del marito una, del figlio l’altra. Maxim è morto al fronte. “La vedi la tomba di fianco a quella di mio marito?”, dice Olga. “È di un ragazzo. Aveva 31 anni. Avrebbe potuto costruire una famiglia, avrebbe potuto avere figli. Invece niente. Guarda tutte queste persone morte. Lo vedi quanto è spaventoso?” Sì Olga, li vedo tutti questi corpi. Lo vedo quanto è spaventoso.
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7 months ago
La nostra giornalista Anna Spena è in Ucraina per raccontare l’inizio del quarto inverno di guerra e l’ultima iniziativa del Mean - Movimento europeo di azione nonviolenta, che qui ha organizzato un giubileo della speranza. Prima tappa Kyiv @anna.spena @mean.project #ucraina #kyiv
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7 months ago
𝐀𝐋𝐙𝐈𝐀𝐌𝐎 𝐋𝐀 𝐕𝐎𝐂𝐄 𝐏𝐄𝐑 𝐆𝐀𝐙𝐀 Ai colleghi di Gaza manca tutto, tende dove ricaricare le batterie, attrezzatura che non può essere riparata da due anni. In questo momento mancano soprattutto cibo, acqua e medicine per sopravvivere. 𝗗𝗼𝗻𝗮 𝗮𝗻𝗰𝗵𝗲 𝘁𝘂. 𝗔𝗶𝘂𝘁𝗮𝗰𝗶 𝗮 𝘁𝗲𝗻𝗲𝗿𝗲 𝗶𝗻 𝘃𝗶𝘁𝗮 𝗶 𝗴𝗶𝗼𝗿𝗻𝗮𝗹𝗶𝘀𝘁𝗶, 𝗹𝗲 𝗹𝗼𝗿𝗼 𝗳𝗮𝗺𝗶𝗴𝗹𝗶𝗲 𝗲 𝗹’𝗶𝗻𝗳𝗼𝗿𝗺𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗮 𝗚𝗮𝘇𝗮. 𝘾𝙝𝙞 𝙪𝙘𝙘𝙞𝙙𝙚 𝙪𝙣 𝙜𝙞𝙤𝙧𝙣𝙖𝙡𝙞𝙨𝙩𝙖, 𝙪𝙘𝙘𝙞𝙙𝙚 𝙡𝙖 𝙫𝙚𝙧𝙞𝙩𝙖̀. ‼️ Link in bio @gofundme @p.j.s_ps @ifj_journalists #Movimento PaceeGiustiziainMedio Oriente #LiberaInformazione #alziamolavoceperGaza #press #media #journalist #photoreporter #reporter #freepress #journalismisnotacrime #bastasanguesuinostrigiubbotti #stopgenocideingaza #gaza #palestine #gazaisstarving #stopbombing #solidarity #humanity #gofundme
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9 months ago
Qualche sera fa sono tornata al bosco di Rogoredo. “Sono le otto di sera e la luce non si arrende nella quasi estate milanese di un mercoledì qualunque. Il chiarore disegna le sagome delle figure che si vedono arrivare in lontananza dalla stazione di Milano Rogoredo: è l’esercito degli scarti. Con i loro corpi prosciugati, sporchi, sudati. E le vene gonfie, quelle del collo, dell’inguine, nell’incavo che unisce il braccio e l’avambraccio. Con i loro occhi spalancati, che guardano senza vedere e la bocca affollata di parole che non sanno arrivare chiare. «Non prendermi la faccia. Nella foto la faccia». La lingua è impastata, le labbra secche. Non bevono acqua: i soldi che elemosinano servono per comprare una dose. E così quando i volontari del team Rogoredo allungano loro le bottiglie piene, la buttano giù d’un fiato, senza respirare, senza perderne una goccia. Quanti sono? Chi sono? A quali ferite rispondono con la droga? Che vuoto riempie la sostanza? Una volta erano i drogati del boschetto di Rogoredo, una delle più grandi piazze di spaccio del nord Italia. Visibili a tutti affollavano l’ingresso della stazione ferroviaria di una delle città più ricche e contraddittorie del Paese. Ma quei corpi degradati davano fastidio e il boschetto andava “bonificato”. Poco alla volta l’esercito senza armi e dalla pelle fragile è stato spinto fuori, schiacciato sempre più in là verso il comune di San Donato. Micol ha fame. Per tenere su i pantaloni pesanti di tuta nera, da un lato stringe un pezzo di stoffa dentro l’elastico giallo. Mirko arriva in carrozzella, ma non ha voglia di parlare. Lisa sorride, ma ha perso i denti. Ha davvero un solo filo di pelle sottile attaccata alle ossa. È giovane, ma non se lo ricorda più, la droga sì è presa tutto” https://www.vita.it/storie-e-persone/rogoredo-il-binario-delle-persone-spettro/
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10 months ago
A maggio ho preso troppi treni e diversi aerei. Un mese pieno, che mi ha buttata giù. Ho stretto mani per quei saluti lunghi. Ho guardato gli altri aspettare la fine. Ho, come al solito, provato a rubare le storie degli altri. Sono tornata a casa, solo per lavorare. Ma casa per me è diventata un’idea fluida. Ho chiesto aiuto, e l’ho trovato. L’ho chiesto senza usare le parole, e sono fortunata ad avere persone che sanno leggere i silenzi. Sono passata sotto un numero indefinito di metal detector e per la prima volta il mare, così vicino all’inferno di Gaza, mi ha riempita di tristezza. Ho odiato le porte chiuse, e le bombe dietro quelle porte. Le odiavo pure prima, entrambe. Ma questa volta mi hanno fatta vergognare, una vergogna intima. Che non chiama solo in causa la società e il singolo che ne fa parte. Ma ha chiamato in causa proprio me. Stai facendo abbastanza? No, non sto facendo abbastanza.
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11 months ago
Nel sit-in organizzato dalla carovana solidale promossa da @aoicooperazione @arcinazionale e @assopacepalestina al valico di Rafah, ho portato le tutine dei miei nipoti, Diego e Rocco. Da quando sono nati i miei occhi sul mondo sono occhi diversi. Da quando sono nati il loro odore mi è rimasto attaccato addosso. Da quando esistono occupano una parte della persona che sono io. Hanno dei visi straordinari e simpatici. Li penso e mi sciolgo. Da quando sono nati ho visto come sono cambiati i loro genitori, come lo hanno fatto i loro nonni. Allora ricordatevi questo: Israele bombarda su tutto e tutti. Tutti sono 2 milioni di persone, più di 53mila sono state uccise come animali. Tra loro ci sono più di 20mila bambini. E quanti sono i dispersi? Quanti quelli a cui è stato amputato un braccio o una gamba, quasi sicuramente senza anestesia? Nella Striscia di Gaza migliaia di genitori hanno visto i figli fatti a pezzi. Nella Striscia di Gaza migliaia e migliaia di bambini hanno fame e le persone che li amano - ammesso che siano ancora vive - devono dirgli che no, non possono mangiare. Il cibo non c’è. Nella Striscia di Gaza migliaia e migliaia di bambini sono malati e per loro non c’è nessun antibiotico, neanche un po’ di paracetamolo. Come vi sentite quando i vostri figli, i vostri nipoti, i bambini e le bambine che amate stanno male? Il governo israeliano usa la fame come arma di guerra. A Gaza non c’è più un solo ospedale funzionante. Il governo israeliano non lo sta facendo da solo, ma con la complicità di una parte della comunità internazionale. L’Italia non è esclusa. Dal valico di Rafah, dove sull’asfalto ho poggiato le tutine di Diego e Rocco, si sentono solo le bombe. E allora il silenzio di molti davanti a questo genocidio diventa ancora più pesante, più brutale. E io mi sento così piccola e mi vergogno delle società che abbiamo costruito. Ogni volta che stiamo zitti, ogni volta che da tutti i morti di Gaza non ci facciamo toccare, bruciamo un pezzo della nostra umanità. Le vite dei bambini e delle bambine di Gaza non valgono meno di quelle dei bambini e delle bambine che amiamo noi. Le nostre vite non hanno più valore di quelle dei palestinesi.
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11 months ago
Non “vince” mai chi racconta. Vince chi si lascia raccontare. Ci vuole un sacco di coraggio ad affidarsi alle parole di uno sconosciuto. A consegnargli un pezzo di vita. Un pezzo di quello che siamo noi. Non vince mai una sola persona. Ma un gruppo che impara a costruire insieme. E quindi i miei colleghi e colleghe incredibili di @vitanonprofit (non solo i giornalisti e le giornaliste. Perché una redazione è fatta di tante teste, e qui ce ne sono diverse e bellissime) e grazie a @progettoarca che mi ha accompagnata. Però più di tutti oggi vince Riccardo Bonacina, sono tre mesi che ci ha lasciato e ci manca sempre. Quel pomeriggio di giugno in redazione alla parola “Nepal” abbiamo alzato nello stesso momento gli occhi dalla tastiera del computer, il nostro (consueto) movimento istintivo. È arrivato prima il sorriso e poi le parole “Vai eh, se non vai mi incazzo”. Oggi una serie di coincidenze mi hanno riempita di tristezza e tenerezza. Ma mi sono sembrate anche un messaggio chiaro: è tutto uno straripare d’amore.
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1 year ago