Alle 10.45 di oggi l'onorevole di Italia Viva Roberto Giachetti si è ammanettato al montante tra i banchi della Camera. E ha aggiunto allo sciopero della fame — iniziato da 12 giorni — anche quello della sete.
Il motivo è una protesta contro quello che lui chiama il sequestro della Commissione di Vigilanza Rai: da oltre un anno la maggioranza fa mancare il numero legale e la Commissione, semplicemente, non si riunisce. Non lavora, non controlla. È totalmente bloccata.
Piccolo flashback, a tesimoniare che qui non stiamo parlando di una polemica banale: sullo stallo è arrivato anche il monito del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, con parole nettissime.
Perché la maggioranza diserta? Perché l’opposizione non vuole votare Simona Agnes — nome indicato da Forza Italia — alla presidenza della Rai. E la conseguenza è questa: mentre si litiga sulle nomine, il servizio pubblico resta bloccato, e l’organo che dovrebbe vigilare viene reso inoffensivo per assenza programmata.
Nel tardo pomeriggio Giachetti è già stato avvistato in Transatlantico: la maggioranza, in una nota, dice di essere disponibile a garantire il numero legale nella prossima seduta della Vigilanza. La presidente della commissione Barbara Floridia del m5s ha già convocato la Vigilanza pee il 27 maggio. Una seduta, poi si vedrà.
Ecco il punto: la Rai è un pezzo di democrazia del nostro paese. La Vigilanza “spenta” così è un precedente molto pericoloso.
Domenica 10 maggio il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha cambiato i vertici del proprio staff, revocando gli incarichi a Emanuele Merlino, responsabile della segreteria tecnica del Mic e uomo di fiducia del sottosegretario Giovanbattista Fazzolari, e a Elena Proietti, a capo della segreteria personale del ministro.
Oggi la nostra inviata Roberta Benvenuto ha chiesto conto al ministro dell’incontro di ieri con la Premier Giorgia Meloni. Queste le sue parole: “Sì, è vero, ho chiesto scusa a Giorgia Meloni. Ho chiesto scusa perché, durante il Consiglio dei ministri in cui si parlava delle soprintendenze, ho usato un tono molto acceso, forse un po’ sopra le righe. Ed è meglio non farlo”.
Nessuna risposta, invece, sul perché di questi licenziamenti e alla domanda se le scuse riguardassero anche il loro caso.
#Piazzapulita
Alla #Biennale di Venezia, dove le tensioni internazionali hanno alimentato polemiche e proteste intorno alla presenza di Russia e Israele, Roberta Benvenuto incontra Belu-Simion Fainaru, artista israeliano: “Non ho niente contro la giuria. Li conosco e li rispetto, ma voglio essere trattato come un artista. Non sono un politico. Penso che l’arte dovrebbe essere un luogo di dialogo…
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#Piazzapulita #la7
« L’input è stato di Giuli, ma la decisione è stata blindata da Chigi ed eseguita dal sovrintendente Colabianchi. Alla notizia del licenziamento tutto il mondo di destra, influencer, opinionisti hanno detto ‘ma come l’avete difesa per sette mesi e ora la date vinta ai comunisti’. E, quindi, Chigi ha smentito con una nota qualsiasi coinvolgimento”. Così una fonte a Roberta Benvenuto sul licenziamento di Beatrice Venezia dal Teatro La Fenice.
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"Quella gente lì, non ha perso la Memoria, quella gente lì lo fa di proposito. La memoria la vuol far perdere a te!"
Ho intervistato Ferruccio Laffi a Monte Sole, Marzabotto, nel 2019, quando il ministro dell'Interno era Matteo Salvini, il quale decise di non partecipare alle celebrazioni ufficiali del 25 aprile.
Laffi mi ha raccontato di quando ha trovato il corpo del padre nudo e rannicchiato "gli hanno fatto vedere lo spettacolo e poi hanno ucciso anche lui". Ucciso dai nazifascisti insieme ad altre 1830 persone, in uno dei più gravi crimini contro l'umanità durante la II guerra Mondiale: la strage di Marzabotto.
Laffi è morto l'11 gennaio 2024, le sue parole restano vivissime.
🎥 @ram.pace
Qui un estratto dell'intervista integrale che trovate su YouTube e nel link in bio
“Lo avevo messo in conto, ma penso che questo non debba far rinunciare le persone dal dire quello che pensano anche quando non sono d’accordo… Non vuol dire mettere in discussione i nostri rapporti con gli Stati Uniti”. Giorgia Meloni al Salone del Mobile di Milano sulle parole di Donald Trump.
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#piazzapulita
Oggi noi giornalisti ci fermiamo. È la terza data della mobilitazione. Sul tavolo c’è il rinnovo del contratto Fnsi-Fieg, scaduto il 1° aprile 2016: dieci anni senza rinnovo, dieci anni in cui il mestiere è cambiato ma il contratto è rimasto immobile. "Dieci anni, anni in cui gli editori hanno goduto di aiuti pubblici, mentre i nostri stipendi sono stati erosi dall’inflazione", scrive in una nota l'Fnsi.
Lo sciopero dei giornalisti è il punto esatto in cui la libertà di stampa incontra la realtà materiale del lavoro. E la realtà ci dice che non può esistere informazione libera se chi la produce non è tutelato, precario, e quindi ricattabile. In 10 anni le redazioni sono cambiate. Informazione online, canali social, nuove figure professionali, intelligenza artificiale, sfruttamento dei contenuti da parte degli OtT: tutto questo è già la nostra realtà quotidiana.
I numeri raccontano bene la distorsione. I giornalisti dipendenti che versano contributi all’INPS sono 17.179. Gli autonomi, se si considerano anche i collaboratori occasionali, arrivano a circa 48mila: per circa 20mila di loro il giornalismo è il lavoro principale. Per i lavoratori autonomi il quadro è brutale: il 70% guadagna meno di 25mila euro l’anno; le partite Iva si fermano in media attorno ai 17mila euro lordi, i co.co.co. intorno agli 11mila.
In dieci anni l’inflazione ha eroso circa il 20% delle retribuzioni. E dentro il giornalismo resta un gender pay gap significativo: nel 2023 gli uomini hanno guadagnato in media il 16% in più delle donne. Un giornalismo sottopagato è un giornalismo più fragile. E un giornalismo più fragile produce una democrazia più debole.
Per questo lo sciopero di oggi riguarda tutti. La libertà si difende anche garantendo dignità, salario, diritti e tutele a chi ogni giorno prova a raccontare la realtà senza abbassare la testa.
Non avevo mai visto - in questi anni di cronaca parlamentare di estrema polarizzazione - la maggioranza rivolgere un applauso non ironico alla leader del principale partito di opposizione. Ci voleva il Papa
Il presidente del Senato risponde così a noi giornalisti quando gli chiediamo del discorso di Meloni.
Ignazio makes my weeks
Dalla puntata di @piazzapulitala7
del 9 aprile 2026
“La fiducia è come il credito che lei dà a sua moglie anche se le cucina un piatto che a lei non piace…”. La dichiarazione di Roberto Vannacci a Roberta Benvenuto.
Guarda la puntata su App La7 e La7.it (link in bio)
#piazzapulita
"Se la libertà di stampa significa qualcosa, significa il diritto di dire alla gente ciò che non vuol sentirsi dire" scriveva Orwell nella prefazione alla “Fattoria degli Animali”
Per esercitare pienamente questo diritto - di informare, di denunciare, di "dire il non dicibile" - i giornalisti devono essere liberi. Questa libertà ha un costo ben preciso: retribuzioni adeguate, inquadramento solido e fine della precariertà.
La realtà è che il Contratto nazionale dei giornalisti è anacronistico, plasmato sul modello della carta stampata e non offre inquadramenti adeguati al panorama digitale contemporaneo. Parlo dei giornalisti videomaker, dei fact-checker, dei social-media manager, dei podcaster, dei comunicatori digitali. Queste professionalità, proprio perché prive di inquadramento spesso sono freelance o Partite IVA, pagati a pezzo, costretti ad accettare compensi irrisori per un lavoro. E a dover pregare in ginocchio per averli: i lavori e i compensi.
I giornalisti freelance sono quasi il triplo dei giornalisti contrattualizzati: 17mila contro 48mila (fonte Inps). Un esercito di non tutelati.
Un giornalista autonomo o precario è un giornalista più vulnerabile. Da pressioni e intimidazioni. Esterne e interne alla redazione. E da quella bestia nera che è l’autocensura. (Ricordiamo che siamo pur sempre il Paese con il più alto numero di querele contro i giornalisti in Europa).
Nel giornalismo il reddito medio annuo dei liberi professionisti si ferma attorno ai 17mila euro lordi. Per i para-subordinati si scende a circa 11.000 euro lordi. Gli uomini guadagnano in media il 16% in più rispetto alle donne. (INPS, “Lo stato del giornalismo italiano, 2025”
Lo sciopero dei giornalisti non è un tema “di categoria” buono solo per gli addetti ai lavori. Il giornalismo ha un ruolo fondamentale nel gioco democratico. Informa, media e rompe le palle a chi ha il potere. Se vogliamo un giornalismo che sappia dire alla gente ciò che non vuole sentirsi dire, allora dobbiamo mettere in condizione davvero i giornalisti di poterlo fare.
Nella settimana più complessa per il governo Meloni da quando è in carica, con le dimissioni di Delmastro e Bartolozzi e Santanché, il ministro Salvini lo troviamo qui in versione paramedico e occhiatacce. Cute