«Abbiamo bisogno di essere raccontati da qualcun altro per capire davvero cosa ci è accaduto.»
In questo reel Maura Gancitano attraversa tre episodi dell’Odissea per parlare di identità, di memoria e del desiderio profondamente umano di essere narrati.
Da Ulisse che deve, ma non può, chiamarsi “Nessuno” fino al canto delle sirene, ascolterete una riflessione su ciò che resta irriducibile anche oggi, nell’epoca degli algoritmi e delle intelligenze artificiali.
✍️ Maura Gancitano
📖 Animali narrativi
Illustrazione di copertina @lavinia_fagiuoli
🗓️ In libreria
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Ci vediamo al @salonelibro
🗓️ 16 maggio
📍 Torino | Salone del Libro
Pad. 4, Sala Bronzo
ore 14.15
con Fabio Geda
ore 18:00
Firmacopie
📍 Stand Gruppo Feltrinelli U50-V49 Pad Oval
#Marsilio #Nodi #AnimaliNarrativi #MauraGancitano #Storie
Fin dagli albori del tempo, l’uomo ha sentito il bisogno di raccontare, creare mondi, immaginare universi possibili. Viviamo oggi l’epoca della più grande proliferazione narrativa dell’umanità. Siamo circondati da storie, eppure le narrazioni sembrano diventate incapaci di creare un significato condiviso e un orientamento collettivo, e il loro consumo ossessivo non fa che lasciarci inappagati. È questa la contraddizione da cui parte Maura Gancitano per rispondere alla domanda generata da un simile scenario: perché il vuoto che sentiamo non si colma, la fame non si placa?
Se è chiaro che qualcosa nel meccanismo si è rotto, cerchiamo ancora nei racconti quello che non sono più in grado di offrirci: un senso di continuità, una direzione, uno spazio simbolico comune. Perché forse questa fame inestinguibile che ci anima non è fame di narrazioni ma di essere narrati: quello che ci manca è una voce che dica il nostro nome, che ci inserisca in una trama più grande.
✍️ Maura Gancitano
📖 Animali narrativi
🗓️ Da oggi in libreria!
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Ecco i primi incontri con l’autrice:
🗓️ 14 maggio
📍 Castel Bolognese (BO)
ScrittuRa Festival
ore 18.30
📍 Lugo (RA)
Caffè Letterario
ore 21.00
🗓️ 16 maggio
📍 Torino | Salone del Libro
Pad. 4, Sala Bronzo
ore 14.15
con Fabio Geda
#Marsilio #Nodi #AnimaliNarrativi #MauraGancitano #Storie
Perché abbiamo tantissime storie a disposizione, ma nessuna sembra mai saziare davvero la nostra fame?
“Animali narrativi” prova a capire le ragioni di questo paradosso.
✍️ Maura Gancitano
📖 Animali narrativi
🗓️ Dal 12 maggio in libreria
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#Marsilio #Nodi #AnimaliNarrativi #MauraGancitano #Storie
Dal palco di @unomaggiotaranto che sta per cominciare. Dalle 16 potete seguire le nostre interviste sul canale YouTube a artisti, attivisti, volontari del festival.
Maura Gancitano e Andrea Colamedici saranno a Taranto per Uno Maggio Libero e Pensante 2026.
Filosofi, divulgatori, fondatori nel 2015 di Tlon, casa editrice, scuola di filosofia e libreria-teatro, portano avanti da anni un lavoro che tiene insieme ricerca, pensiero critico e progettazione culturale.
Quest’anno racconteranno la giornata dai loro canali attraverso la Maratona @tlon.it un progetto ideato e curato con Uno Maggio Libero e Pensante.
Tutti i dettagli nei prossimi giorni.
In collaborazione con @siae_official
#unomaggioliberoepensante #unomaggiotaranto
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Lo dicono impiegati di banca, medici di base, giornaliste, insegnanti, consulenti, manager di medio livello, designer, avvocati, e lo dicono a bassa voce, come fosse una confidenza imbarazzante, oppure lo dicono ridendo, per non prenderla sul serio.
Non riescono più a convincersi che ne valga la pena.
Si mettono al lavoro (o anche soltanto pensano al lavoro) e qualcosa dentro si rifiuta.
Chi parla di pigrizia o di sindrome degli sdraiati sbaglia di grosso. Chi parla di burnout è del fatto che siamo esausti perché abbiamo lavorato troppo, abbiamo subìto troppa pressione, la pandemia ha lasciato il segno e le tecnologie digitali ci hanno sovraccaricato di stimoli, dice bene ma non coglie tutto il punto.
È qualcos’altro oltre a tutto questo che rende per molti quasi impossibile lavorare.
È la stanchezza di chi, mentre spala un carbone invisibile, sospetta che il carbone non esista, che la caldaia non esista, e che forse nessuno abbia davvero bisogno di riscaldarsi.
La stanchezza contemporanea nasce dal sospetto che il proprio lavoro non serva più a niente.
È una stanchezza metafisica molto prima che muscolare.
Il punto politico reale è che bisogna ricostruire le condizioni della produzione di senso.
Tanto le condizioni esterne, cioè le istituzioni, i tempi, i luoghi, i rituali, le pratiche collettive che permettono a un gesto di essere ricevuto. Quanto quelle interne, cioè un’educazione, un’esperienza di vita, una pedagogia diffusa, una disposizione dell’animo.
E questa crisi non si risolve con interventi psicologici sul singolo o con la mindfulness aziendale, né con i corsi di resilienza o le app per dormire.
Tutte queste risposte individualizzano un problema collettivo e psicologizzano un problema strutturale, e prese da sole lo rendono impossibile da affrontare. Chi si esaurisce davanti al computer non ha bisogno di imparare a respirare meglio. Bisogna smettere di trattare questa stanchezza come patologia individuale e cominciare a riconoscerla come il segnale collettivo di una transizione che il sistema non vuole nominare.
Siamo esposti a più storie di qualsiasi generazione venuta prima di noi. Eppure ci sentiamo meno raccontati, e più ne consumiamo più restiamo affamati.
In “Animali narrativi” ho scritto di neuroscienze e di miti, della filosofia dell’identità e della teoria dei dati, ho raccontato l’Odissea e la fantascienza di Asimov, gli algoritmi predittivi e il Libro rosso di Jung, Ursula Le Guin e María Zambrano, il cinema di Tarkovskij e la Medea di Pasolini, Adriana Cavarero e Edward Said, per cercare di capire cosa stiamo cercando in tutte queste storie senza trovarlo.
“Animali narrativi. Perché non possiamo smettere di credere alle storie” esce il 12 maggio per @marsilioeditori
Chi lo preordina su @ibs.it riceve in regalo una video-lezione extra che descrive il modo in cui la nostra identità narrativa si formi prima ancora che impariamo a parlare.
Da adesso in preorder in tutte le librerie fisiche e digitali.
La pace è un campo di riconoscimento reciproco di misteri. La guerra è quando quel riconoscimento salta. E noi, nel frattempo, abitiamo una colonia cognitiva degli USA senza accorgercene.
Un estratto dall’intervista di Valerio Nicolosi ad Andrea su Scanner Live, per Fanpage.
Bisogna tornare nei territori e dare un’alternativa. Questo referendum ha dato un segnale chiaro rispetto ai giovani, che di solito sono ignorati dalla politica. I giovani hanno rinunciato a tornare a casa perché hanno preferito votare per il referendum. È un segnale di democrazia e di voglia di partecipazione fondamentale.
Maura da Agorà, Rai3.
Arcipelago delle realtà (UTET) è da oggi in libreria.
Nel 1999 Edgar Morin formulava un’immagine che sarebbe poi diventata celebre: «la conoscenza è una navigazione in un oceano di incertezze attraverso arcipelaghi di certezze».
Era un’immagine radicale, la sua. In cui c’era, malgrado tutto, qualcosa di rassicurante: il soggetto poteva immaginarsi a trascorrere buona parte del proprio tempo con i piedi ben saldi sulle isole, esposto alle intemperie del sapere, sì, ma in qualche modo distinto dall’oceano che attraversava. L’umano era ancora terrestre.
Poco più di vent’anni dopo il sociologo francese nato nel 1921, con un secolo di vita alle spalle, ha riformulato quella frase in un’intervista: «vivre, c’est naviguer dans une mer d’incertitudes, à travers des îlots et des archipels de certitudes sur lesquels on se ravitaille». Vivere è navigare in un mare di incertezze, attraverso isolotti e arcipelaghi di certezze su cui ci riforniamo. L’umano si è fatto marino.
Lo spostamento sembra minimo, ma non lo è.
Vivere adesso vuol dire navigare. Non c’è più una vera e propria casa sulla terraferma, un luogo stabile dal quale si parte e al quale tornare: quel che resta della casa è l’imbarcazione con cui affrontiamo il viaggio costante per mare.
E cosa si fa ora sulle isole e su quegli arcipelaghi? «On se ravitaille», dice Morin: ci si rifornisce. Non ci si stabilisce, non si costruisce un’abitazione, non si pianta nessuna bandiera.
Oggi l’isola, infatti, è soltanto un luogo da cui proiettarsi avanti in vista del prossimo viaggio. Quando si sta sull’isola, lo si fa con lo sguardo e il pensiero al mare.
Se le isole-certezze non sono più luoghi in cui stabilirsi ma soltanto soste da cui ripartire, è perché anche la realtà si è fatta arcipelago. Non c’è più un orizzonte condiviso: ci sono le realtà, ciascuna con le proprie isole, le proprie rotte e le proprie costellazioni. È l’arcipelago delle realtà il paesaggio che dobbiamo imparare a navigare.
Negli ultimi due mesi siamo stati a Santiago del Cile, a New York, in Argentina, in Spagna, in Norvegia; abbiamo tenuto conferenze, incontrato istituzioni, portato il nostro lavoro in contesti internazionali.
E abbiamo capito chiaramente una cosa.
A guardarci da fuori, si capisce meglio quanto siamo messi male in Italia.
Perché da dentro ci si abitua, si normalizza tutto: i contratti a tre mesi rinnovati all’infinito, gli stipendi che non crescono da vent’anni, l’idea che per comprare una casa serva un’eredità o un miracolo, il fatto che a trentacinque anni molti vivano ancora nella stanza in cui dormivano alle medie. Finché a un certo punto smetti di pensare che la situazione sia inaccettabile e cominci a pensare che sei tu a non essere abbastanza.
Da dentro sembra normale, perché tutti quelli intorno a te stanno nella stessa situazione.
Da fuori si vede bene.
In questo momento siamo a Oslo, invitati dal sindacato norvegese LO per parlare di lavoro e democrazia in Italia.
Ieri a cena ci hanno chiesto:
è vero che tanti restano a vivere con i genitori finché non si sposano? Come sono gli ambienti di lavoro? Quanto si lavora?
Niente “dolce vita”?
E le pensioni?
Raccontare la “normalità” del vivere in Italia è sempre straniante.
Il pezzo completo è nella Tlonletter di oggi.
Hai presente quando sai che una cosa è vera, la vedi, la senti, e l’altro ti guarda come se il mondo di cui parli non esistesse?
Hai presente quando porti i fatti, quelli che per te sono ovvi, e per l’altro non hanno alcun senso?
Quando le tue fonti non contano e le sue evidenze per te non sono evidenze, finché ti accorgi che non c’è più un terreno comune?
Succede ovunque.
Nelle cene di famiglia, nei commenti online, tra colleghi, tra amici.
Non è cattiveria né malafede.
È che oggi abitiamo mondi diversi, costruiti su misura da ciò che leggiamo, guardiamo, sentiamo, e non ce ne accorgiamo perché visto dall’interno ognuno di quei mondi sembra la realtà.
Ognuno ha le sue prove, la sua logica, il suo senso e i suoi esperti.
E ognuno basta a se stesso.
Non c’è più la realtà. Ci sono “le” realtà. E formano un arcipelago.
Da oggi in preorder “L’arcipelago delle realtà”, il mio nuovo libro che uscirà per UTET il 24 marzo.
Da qui all’uscita: 10 esperienze interattive che anticipano il libro. La prima è già online su arcipelagodellerealta.it