Santa Maria delle Vigne . Un angolo di una delle prime chiese di Genova. Costruita fuori le mura e appunto nelle vigne. Ospito' avvenimenti storici e personaggi importanti. La sua architettura è cambiata nel tempo. Le testimonianze sono molte ed interessanti. Il breve video è un invito a visitarla.
CHI LEGGE CONOSCE TANTE VITE E MEGLIOMLA PROPRIA
SOGNO
C'era un sole che spaccava le pietre.
Seguendo la mia ombra arrivai alla Cattedrale.
La porta era socchiusa.
Un piccolo passaggio obbligato portava all'interno. Osai infilarmi e fui sommerso da archi giganti e colonne in fila come soldati schierati.
In fondo, agevolato dalla luce delle vetrate istoriate, mi pareva di scorgere delle persone.
Fra le persone c’era Monique. Mi pareva.
Affrontai il percorso con timidezza e senso di violazione di non so che cosa. Salendo qualche gradino arrivai alla cantoria. I tasti eburnei dell'organo cominciarono a muoversi in danza. Mi venne voglia di toccarli, ma avvicinatomi, capii subito, che le mie dita non riuscivano a posarsi su di essi. Le canne si muovevano come toccate da vento e disegnavano onde armoniose. Nessuna musica. La musica era dentro di me. Era quella della messa grande della domenica a Notre Dame.
Erano le note che avevo nel cuore.
Mi avvicinavo più che potevo al posto che ritenevo il migliore e con gli occhi alle vetrate, seguivo le mie avventure.
Avrei voluto suonare anch'io e cercare emozioni nelle note che non conosco, e cantare le parole che non so dire.
L'assedio era, la voglia di parlare, di dire qualcosa a chi era lì per ascoltare. Avrei voluto un mondo di occhi aperti.
I banchi vuoti della vasta cattedrale mi facevano immaginare anime che cercavano, che invocavano comprensione.
L'istinto malefico mi portò verso l'altare. Mi sentivo ladro e tenevo le mani strette in pugno, nascoste nelle tasche.
Improvvisamente, una voce mi destò, era una voce di rimprovero, di condanna. Non rimaneva che allontanarmi e cercare l'uscita.
La cattedrale non aveva più porte.
Era diventata un labirinto. I banchi, prima immobili, cominciarono a muoversi. Ognuno per conto proprio. Si scontravano l'uno con l'altro. Sembrava che le anime di tutti coloro che le avevano occupate nel tempo, si volessero muov
Janette
Aveva sempre al collo una pelle di volpe. Anche nel mese di maggio inoltrato. Anche se faceva caldo. Un cappellino, decorato con un grappolo di frutta, sembrava, uva, era sulla testa per raccogliere i radi capelli bianchi. L’avevo conosciuta al ristorante dell’accademia. Seduta di fronte a me, nello stesso tavolo. Aveva già finito di mangiare e navigava con gli nella sala. Si tratteneva, frugando in una grande borsa. Notai, che guardava il mio bicchiere di vino. Quel giorno, il menu consigliava un piatto con carne e verdure, tipico della Provenza. Avevo ordinato una brocca di vino rosso, cosa che non facevo mai, perché costoso come il menù. Gliene offrì un bicchiere e timidamente accettò. Lo sorseggiò con gusto, per tutto il tempo che stette a tavola. Quando ebbi finito di consumare ciò che avevo ordinato, lei era ancora a tavola. Mi chiese chi fossi. Anche se avevo premura di andare. Dissi che in quei giorni esponevo nella mostra Grands e Junes d’aujourd’hui al Grand Palais. Mi trattenne per dirmi, che lei conosceva tanti pittori. Quando era giovane, ma anche dopo, era stata la modella in accademia, per molti anni. Mi sarebbe piaciuto parlare con lei ma dovevo andare. Qualche giorno dopo, accompagnai degli amici genovesi che volevano vedere Mont Matre e in particolare piazza de Tetre. Avevano visto delle cartoline di quella piazza con i cavalletti dei pittori. Seduta ad un tavolino, nell’angolo della piazza, vidi Janette. Questo, imparai poi, era il nome della modella. Vestita come qualche giorno prima. Mi salutò cordialmente, mettendosi in piedi. Con gli amici ci sedemmo allo stesso tavolo. Janette, si era segnato il mio nome in un quaderno e lo ricordava. Mi trattava come se fossimo amici da tanto tempo. Ricordava tutto ciò che avevo detto.
Janette
Aveva sempre al collo una pelle di volpe. Anche nel mese di maggio inoltrato. Anche se faceva caldo. Un cappellino, decorato con un grappolo di frutta, sembrava, uva, era sulla testa per raccogliere i radi capelli bianchi. L’avevo conosciuta al ristorante dell’accademia. Seduta di fronte a me, nello stesso tavolo. Aveva già finito di mangiare e navigava con gli nella sala. Si tratteneva, frugando in una grande borsa. Notai, che guardava il mio bicchiere di vino. Quel giorno, il menu consigliava un piatto con carne e verdure, tipico della Provenza. Avevo ordinato una brocca di vino rosso, cosa che non facevo mai, perché costoso come il menù. Gliene offrì un bicchiere e timidamente accettò. Lo sorseggiò con gusto, per tutto il tempo che stette a tavola. Quando ebbi finito di consumare ciò che avevo ordinato, lei era ancora a tavola. Mi chiese chi fossi. Anche se avevo premura di andare. Dissi che in quei giorni esponevo nella mostra Grands e Junes d’aujourd’hui al Grand Palais. Mi trattenne per dirmi, che lei conosceva tanti pittori. Quando era giovane, ma anche dopo, era stata la modella in accademia, per molti anni. Mi sarebbe piaciuto parlare con lei ma dovevo andare. Qualche giorno dopo, accompagnai degli amici genovesi che volevano vedere Mont Matre e in particolare piazza de Tetre. Avevano visto delle cartoline di quella piazza con i cavalletti dei pittori. Seduta ad un tavolino, nell’angolo della piazza, vidi Janette. Questo, imparai poi, era il nome della modella. Vestita come qualche giorno prima. Mi salutò cordialmente, mettendosi in piedi. Con gli amici ci sedemmo allo stesso tavolo. Janette, si era segnato il mio nome in un quaderno e lo ricordava. Mi trattava come se fossimo amici da tanto tempo. Ricordava tutto ciò che avevo detto.
2 La Speranza oltre il muro
Siamo migranti. L’uomo è migrante da sempre, ma non chiedetemi il motivo perché, non lo so dire. Io sono migrante che cerca di scavalcare i muri della diffidenza, della mala fede e della cattiva conoscenza che governa le nostre azioni. I muri sono difese ideali che costruiscono barriere fisiche insormontabili. Nonostante i muri l’uomo migrerà vedendo oltre, la sua vita rifiorire. Le braccia dei migranti sono rami che cercano il cielo promettendo foglie e frutti copiosi. Anche il mio pensiero è migrante e cosi mi auguro che sia.
Hope beyond the net
Fleeing humanity finds obstacles and nets. You run away for a yearning for life. You run away because you are forced to flee. Do not ask those who run away the story of their destiny. He will tell you that his sky is leaden or that the sun splits stones. He will say words to you, but hands joined in prayer are also words. He will speak words escaped from a stormy fate. But if he lowers his shy and helpless gaze, do not look for his eyes without color, because color has taken away his lived time.