William Golding, secondo cui “gli uomini producono il male come le api il miele”, scrisse "Il signore delle mosche" nel 1954, uno dei libri più pregni di cattiveria che siano stati scritti usando come protagonisti dei bambini e dei ragazzi.
L’esperimento psicologico di Albert Bandura, condotto nel 1961, spiegò non a caso che anche i bambini possono diventare violenti e aggressivi se spronati da un adulto a imitare le sue mosse. La cattiveria, quindi, ci appartiene per natura, ma è anche imitazione.
Il termine originario – il latino captivus – indica un prigioniero, quindi una vittima e non un carnefice. Soltanto nel medioevo si è arrivati al significato che attribuiamo adesso alla parola, in quanto il cattivo veniva visto come una persona “abbandonata da Dio” e “imprigionata dal diavolo” (captivus diaboli), dunque un malvagio.
Non saper riconoscere comportamenti “cattivi”, violenti, irrispettosi, menefreghisti o abusanti, o tollerarli e giustificarli, per non dire a volte addirittura ammirarli e subirne la fascinazione, dipende spesso dall’influenza di una narrazione esterna che distorce la realtà, fino a creare una percezione parallela per chi la assorbe. Le cause possono essere infinite, i cattivi della fiction, le famiglie, l'ordinamento politico.
Estirpare la cattiveria dal mondo è impossibile: come per i virus, dobbiamo convivere anche con quello della cattiveria, sapendo di averlo dentro e attorno a noi. Ma possiamo evitare il contagio dando più rilevanza al bene e impegnandoci in prima persona a rispettare il prossimo, a essere gentili e a coltivare un solido senso civico, contro tutto ciò che invece ci spingerebbe ad agire in maniera egoistica o conservativa.
Questo tipo di attenzione non impedirà mai a certe frange della crudeltà di manifestarsi, ma sicuramente le ridurrà, è solo dando “rilevanza al bene” che si può contrastare la “banalità del male”.
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Dopo anni di militanza social, la gente sembra non poterne più di litigare con sconosciuti in rete e si affretta a bloccare l’interlocutore o andarsene dalla conversazione.
Secondo uno studio del 2021, infatti, sempre più persone evitano le discussioni online. Un atteggiamento comprensibile: i social sono diventati un mezzo per sfogare le proprie frustrazioni sugli altri e spesso le persone evitano il conflitto con i propri cari per paura di rovinare la relazione con loro.
Una tendenza ormai radicata: a volte, fraintendendo le reali intenzioni dell’interlocutore, andiamo sulla difensiva ancor prima che inizi la discussione; ci convinciamo che l’altro abbia intenzioni ostili nei nostri confronti, così lo insultiamo, lo blocchiamo o interrompiamo bruscamente il discorso. Questo meccanismo conflitto-abuso-punizione, ha però i suoi effetti più deleteri a livello sociale.
L’impressione è che che il conflitto si sia spostato su altri piani: quello simbolico e quello repressivo. Da un lato, assistiamo a infinite guerre culturali, in cui ci si scanna sul colore della pelle della Sirenetta come se ne andasse del destino della civiltà.
Dall’altro, vediamo un esercizio del potere repressivo sempre più verticale, in cui i governi diventano maggiormente autoritari e poche persone impongono decisioni sulla vita di milioni. La prima è un gioco a perdere, in cui in palio c’è soltanto l’illusione di un’egemonia culturale; la seconda non ammette nessun dissenso, o lo reprime con la forza.
Il paradosso del conflitto sta nel fatto che vogliamo evitare qualcosa di ineluttabile e, facendolo, ci priviamo della sua capacità trasformativa. Per esempio, le donne non avrebbero mai ottenuto il diritto di voto e gli afroamericani la liberazione dalla schiavitù. Perché il conflitto sia una forza positiva, la priorità è quella di evitare l’escalation, ad esempio evitando la creazione di capri espiatori o la demonizzazione degli aggressori.
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Quando, qualche anno fa, siamo stati invasi da un ritratto di papa Bergoglio avvolto in un piumino bianco Balenciaga, diventato virale nel giro di poche ore, buona parte degli utenti di internet è stata contagiata da un effetto simile alla sospensione dell’incredulità. Poco dopo, è stato chiaro che si trattasse della creazione dell'intelligenza artificiale.
Nell'era dei deep fake – che da quel momento sono aumentati esponenzialmente – diversi studi di psicologia hanno sottolineato come a causa della presenza pervasiva di fattori che ci fanno sentire vulnerabili a ogni tipo d’imbroglio, stiamo assistendo a un’erosione progressiva della nostra capacità di riporre fiducia nel mondo, con dirette conseguenze sui rapporti con gli altri.
Gli psicologi, nello specifico, parlano di una fobia sociale, la “suckerofobia”, che ha la sua origine nella sensazione – spesso non veritiera – che qualcuno si stia approfittando di noi. Nell’innescare questo sospetto, la suckerofobia ci porta a diffidare di chi ci circonda, creando così una coltre di sfiducia collettiva sempre più opprimente.
Un effetto sociale di questa paura è che essa mina alla radice qualunque forma di cooperazione, di collaborazione solidale, avvallando dinamiche di potere che, oltre ad allontanarci gli uni dagli altri, tendono a legittimare le ghettizzazioni sociali. Stando alle ricerche, questo meccanismo vale sia per le discriminazioni razziste, sia per quelle basate sul genere.
Il principale inganno della nostra società, probabilmente, è proprio l’averci fatto credere che fidarci degli altri sia sempre un gioco a perdere. Al contrario, l’impegno più appagante che possiamo prenderci, per migliorare la nostra vita, è proprio quello di stabilire e coltivare relazioni profonde. La paura, esattamente come accade quando si insinua nella sfera dell’informazione, non può che deviarci, portandoci lontano dalla verità.
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La libertà di un rave non l’ho mai trovata da nessun’altra parte. Parlo di ciò che accade tra le persone, tra sconosciuti: quella connessione intangibile, quella sospensione del giudizio che sembra impossibile altrove. È un mondo dove le differenze sociali, culturali o economiche svaniscono nella musica, e ciò che rimane è la pura esperienza del presente.
Sei semplicemente parte di un flusso collettivo, un organismo vivente di suoni, corpi e vibrazioni. È il tipo di sensazione attorno a cui gira – ribaltandola e abbracciandola – “Sirât”, il nuovo film del regista spagnolo Oliver Laxe, al cinema dall’8 gennaio insieme a MUBI Italia.
Inserita nella shortlist di diverse categorie degli Oscar, la pellicola racconta la ricerca disperata di Luis e suo figlio Esteban di Mar, loro figlia e sorella, scomparsa mesi prima durante una festa simile. Mano a mano che si inoltrano nella vastità bruciante del deserto, il loro viaggio si trasforma in un confronto con i propri limiti e con il dolore non elaborato.
“Sirāt” in arabo significa “sentiero”. Nell’Islam indica il Ṣirāṭ al-Mustaqīm, la via retta da seguire nella vita, ma anche il ponte sottilissimo del Giorno del Giudizio, teso sopra l’inferno, che ogni anima deve attraversare. È simbolo di una prova estrema, un passaggio senza scorciatoie in cui si affronta ciò che si è davvero. Così nel film il viaggio nel deserto non è solo una ricerca, ma un cammino iniziatico su un equilibrio precario tra speranza e perdita, senso e smarrimento.
Nel film di Laxe, che tenta di rendere visibile ciò che come società tanatofobica cerchiamo di rimuovere dal discorso pubblico, la libertà del rave non è una fuga ma una soglia. Uno spazio liminale che dissolve identità e certezze. È lì, quando tutto si confonde, che emergono le domande più radicali su cosa significhi amare, perdere.
Non ci sono risposte consolatorie in “Sirât”, solo interrogativi da attraversare come un rito antico. Quando anche loro faranno fatica a emergere, forse non resterà davvero altro che chiudere gli occhi e attraversare la strada, ballando per schivare la morte.
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Negli ultimi anni il dibattito sul greco antico ha cercato di sottrarlo a una difesa nostalgica, riportandolo al presente. Il greco resta una disciplina percepita come elitaria e fuori dal tempo, spesso indicata come simbolo dell’inadeguatezza del liceo classico rispetto alle esigenze contemporanee. Eppure imputare al greco la scarsa preparazione linguistica degli studenti significa confondere il problema: non è la materia a essere superata, ma semmai il metodo con cui viene insegnata.
Rinunciare allo studio del greco perché la lingua “non serve” equivale a eliminare le basi della matematica perché oggi se ne studiano applicazioni più avanzate. Il greco è uno strumento formativo che allena al rigore, alla creatività e alla comprensione di ciò che è complesso. Andrebbe insegnato privilegiando la comprensione dei meccanismi linguistici, la contestualizzazione dei testi e il dialogo tra autori, più che la pura memorizzazione. La letteratura greca continua a parlarci di passioni, conflitti e domande universali.
Il greco è anche un ponte tra passato e presente: non solo perché il greco moderno ne è un’evoluzione, ma perché una parte consistente del nostro lessico deriva da lì, dai termini scientifici ai neologismi contemporanei. Le politiche culturali europee riconoscono il valore del patrimonio come luogo d’incontro tra passato e futuro, e in questa prospettiva il greco non è un relitto, ma una risorsa.
Esistono già tentativi di aggiornamento, come il liceo classico europeo o la riforma della maturità che affianca la traduzione al confronto tra testi. L’obiettivo dovrebbe essere aggiornare, non cancellare. Come ricordava Umberto Eco, il classico non prepara meglio di altri indirizzi, ma prepara allo stesso modo, fornendo un metodo.
Studiare una lingua significa accedere direttamente ai testi, senza filtri. Il greco, con la sua ricchezza lessicale e la sua diversa concezione del tempo e dell’azione, ci costringe a cambiare prospettiva e a uscire dagli stereotipi. È un esercizio di apertura mentale e di “mobilitazione dell’intelligenza”, un antidoto alla superficialità.
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Non è sempre chiaro perché alcuni film restino impressi nella memoria collettiva. Spesso un cult nasce non tanto dalla perfezione cinematografica quanto da una combinazione di fattori: un tema forte, un contesto storico preciso, un realismo capace di colpire in modo diretto. È il caso di "Mery per sempre", film di Marco Risi uscito nel 1989, che a più di trent’anni di distanza continua a occupare un posto centrale nel cinema italiano.
Tratto dal romanzo di Aurelio Grimaldi, il film mette in scena la vita di un carcere minorile palermitano, mostrando non criminali “compiuti”, ma ragazzi all’origine di un percorso di violenza e illegalità. In questo contesto la criminalità non appare come una scelta individuale, ma come il prodotto di un ambiente che non offre alternative.
Il film rifiuta una lettura manichea del bene e del male: quei ragazzi incarnano una colpa collettiva, che riguarda una società incapace di garantire diritti e opportunità. Emblematica è la scena della “minchiadura”, metafora di un sistema di valori fondato sulla forza e sulla prevaricazione, che prende il posto della legalità quando questa è vissuta solo come repressione.
A rendere "Mery per sempre" così potente contribuisce anche il cast: fatta eccezione per Claudio Amendola, gli interpreti sono ragazzi non professionisti, molti dei quali provenienti da contesti simili a quelli raccontati. Questa scelta neorealista conferisce al film una verità difficilmente replicabile, ma apre anche a un destino tragico: le vite di diversi attori saranno segnate da incidenti, morti premature e ritorni alla marginalità, alimentando l’aura di “film maledetto”.
Fondamentale è anche il personaggio di Mery, donna trans in un’epoca in cui una simile rappresentazione era rarissima, che racconta l’emarginazione di chi è rifiutato dalla famiglia e dalla società.
"Mery per sempre" resta un cult perché mostra senza filtri una realtà scomoda e ci costringe a interrogarsi sulle responsabilità collettive. Se non siamo finiti anche noi dietro quelle sbarre, non è per merito, ma per fortuna.
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Da diversi anni la filosofia sta vivendo un declino nella considerazione da parte della società, sempre più in contrapposizione a quelle che vengono definite le “discipline utili”. Questo succede nelle scuole, ormai concepite come corsi di avviamento al lavoro, e nelle università, dove la facoltà di filosofia è vista come l’anticamera del servire panini in una catena di fast food.
Secondo Almalaurea soltanto il 40% di chi ha conseguito la laurea in lettere e filosofia ha dichiarato di essere occupato, ma tra questi più della metà continua a svolgere il lavoro trovato prima di iscriversi all’università. Inoltre, nel 55,5% l'impiego è part-time.
L'idea che una laurea in filosofia sia qualcosa inutile è però stata sfatata da una nuova prospettiva aziendale che all’estero ha già preso piede da diversi anni. I principali colossi del mercato tecnologico globale hanno infatti deciso di affidare a laureati in filosofia a ruoli manageriali per incentivare l’innovazione.
Rimettere al centro un certo tipo di pensiero e di approccio è fondamentale anche quando si lavora in ambiti apparentemente distanti da quelli umanistici. Il pensiero e la pratica filosofica aiutano poi i grandi manager a trovare risposte che esulano dal semplice computo e raccolta dei dati.
Anche in Italia ultimamente c’è la tendenza ad affidarsi ai laureati in filosofia, specialmente nel settore delle Risorse umane, in quanto è necessario avere competenze più avanzate per la scelta di affidare il giusto ruolo a un determinato individuo.Il mondo del lavoro dovrebbe essere capace di valorizzare le reali competenze dei laureati in filosofia, che si adattano a un’ampia gamma di posizioni professionali.
Per arrivare a questo processo è però necessaria una formazione specifica o comunque una predisposizione di un certo tipo, e la scuola e l’università potrebbero già mostrare questo lato più pratico e profondamente utile nel contemporaneo di queste discipline.
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Ho visto "L’attimo fuggente" molti anni dopo la sua uscita e, come è accaduto a tanti della mia generazione, è diventato presto un film da citare a memoria. La sua forza sta proprio qui: parla dell’adolescenza come di un tempo sospeso, valido per ogni epoca. È questo che rende un film un classico, capace di continuare a dire qualcosa a chi lo guarda oggi come ieri.
Diretto da Peter Weir, "Dead Poets Society" esce nel 1989 e arriva in Italia all’inizio dell’anno scolastico. La trama sembra familiare: un college d’élite, un gruppo di studenti e un insegnante anticonformista che rompe la routine. Eppure il successo è enorme, con premi e riconoscimenti internazionali, nonostante alcune critiche negative. L’impatto sui giovani, però, resta indiscutibile.
Ambientato nel 1959 al collegio Welton, il film racconta l’arrivo del professor John Keating, ex allievo e docente di letteratura che invita i ragazzi a scoprire la poesia e se stessi attraverso il carpe diem. Neil, Todd, Knox e Charlie trovano in lui una guida verso il desiderio, il coraggio e l’espressione personale. Il film non è privo di limiti: è centrato su studenti maschi e privilegiati e il metodo di Keating, fatto di frasi memorabili più che di rigore critico, può apparire ingenuo.
Eppure la regia evita la retorica e la fotografia valorizza i paesaggi del New England. Fondamentale è la scelta di non trasformare il finale in un melodramma: il celebre gesto degli studenti sui banchi non è un addio, ma un atto di affermazione personale.
Il personaggio di Keating, interpretato da Robin Williams, non è il vero protagonista: lo sono i ragazzi e l’effetto che le sue parole producono su di loro. Come osserva Daniel Pennac, mentre molti insegnanti accolsero il film con freddezza, gli studenti lo amarono perché vi riconobbero un rito di passaggio.
"L’attimo fuggente" parla dell’ebbrezza della trasgressione condivisa, del bisogno di appartenenza e del rifiuto dell’omologazione. Anche se l’età adulta finisce per ristabilire l’ordine, quello scarto resta decisivo: un momento che segna, per sempre, il passaggio alla consapevolezza di sé.
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Quando il filosofo Herbert Marcuse, in "Eros e Civiltà", definiva i caratteri della nostra società, individuava nel principio di prestazione una delle sue caratteristiche chiave. In una realtà che soffoca il piacere in funzione del progresso, infatti, a muovere gli ingranaggi non può che essere la costante valutazione delle nostre performance.
In una società che pretende di misurare tutto per renderlo efficiente, naturalmente, non stupisce che anche l’intelligenza umana venga spesso trattata come un’abilità cognitiva perfettamente misurabile.
Quando stabiliamo che alcune persone possiedono, in modo univoco, una maggiore abilità intellettiva di altre, tuttavia, commettiamo un enorme errore di approssimazione. Ma, sebbene il metodo sia stato pensato a inizio Novecento, ancora oggi per capire chi a scuola potrebbe avere bisogno di un piano educativo individualizzato, per esempio, si usano test che valutano il QI.
Nel 1983, lo psicologo Howard Gardner pubblicava un libro intitolato "Frames of Mind", in cui enunciava quella che sarebbe poi diventata celebre come la “teoria delle intelligenze multiple”. Secondo Gardner, i test cognitivi si limitavano a indagare solo due sfere dell’intelligenza umana: quella linguistica e quella logico-matematica.
Ben difficili da misurare con dei numeri, ma altrettanto importanti, sono per esempio l’intelligenza intrapersonale e interpersonale. La prima riguarda la capacità di conoscere sé stessi e di comprendere la propria interiorità, la seconda, invece, riguarda l’empatia, oltre alla capacità di comprendere intenzioni, motivazioni, desideri e sensibilità altrui.
Sarebbe difficile, per esempio, lavorare all’interno di un team in modo efficace senza possedere competenze di questo tipo. Una riflessione, quella che scaturisce dalle teorie Gardner, che non può limitarsi al mondo dell’istruzione: deve coinvolgere l’intera società.
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"Parenti serpenti", il film del 1992 di Mario Monicelli, ora disponibile su MUBI Italia, è forse, insieme a "Regalo di Natale" di Pupi Avati, una delle storie più anti-natalizie che ci siano: i sentimenti bonari e morali scompaiono, diventano al massimo maschere da indossare per mantenere viva la tradizione e che sotto nascondono, neanche poi così bene, l’individualismo più spietato.
Al centro di “Parenti Serpenti" c’è la casa di nonna Trieste e nonno Saverio in cui si riunisce tutta la famiglia per Natale e dove gli anziani genitori fanno un annuncio: non è più il caso che vivano da soli, andranno a stare da uno dei figli ma lasceranno a loro la libertà di scegliere chi.
Nelle interazioni dei figli, nel rinfacciarsi mancanze e lontananze, confluisce una fotografia amara della realtà di provincia che non lascia scampo: tanto più è comune il modo in cui è descritta tanto più ci appare grottesca e imminente la crisi della famiglia. Le stesse fondamenta su cui si reggeva, cioè la Chiesa, diventano sì un appuntamento immancabile con la messa di Natale, ma non per onorare la tradizione quanto per sfuggire a cosa avrebbe mai potuto dire la gente.
In “Parenti serpenti", Monicelli indugia sugli elementi più tipici del Natale: il pranzo da preparare, gli uomini che parlano di calcio e politica e le donne di malanni, matrimoni e vip (sempre meno belli che visti sui giornali o in televisione), la processione della Vigilia. E poi i discorsi circostanziali, i convenevoli di rito – “Come stai? Stai bene? Son contenta!” –, le insinuazioni. Tra ricordi e pettegolezzi, panettoni e tv, che con il suo borbottio era ormai diventata un sottofondo immancabile nelle case di tutti gli italiani, si fa strada il trionfo dell’ipocrisia, quella alla base della famiglia come istituzione, pronta a esplodere – anche in senso letterale – nelle occasioni di ritrovo: gelosie, rancori, competizioni.
Il film mette così a nudo i vizi e il perbenismo che spesso sottendono ai rapporti familiari, restando ancora oggi la rappresentazione più fedele e veritiera delle feste natalizie nelle case degli italiani.
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All’estero la poesia è ancora tenuta in considerazione, mentre in Italia viene spesso vista come qualcosa di ostico, per pochi eletti, con un mercato inesistente.
Secondo le stime del Rapporto sull’Editoria dell’Aie, l’Italia è il Paese con il più basso indice di lettura di libri tra la popolazione adulta. Dietro di noi si trovano solo Slovenia, Cipro, Grecia e Bulgaria. Inoltre, il nostro Paese si colloca all’ultimo posto per il livello di comprensione dei testi. Tra i titoli letti, la poesia ha sempre avuto uno spazio molto piccolo, perché considerata difficile ed elitaria, oppure è stata ridotta a strumento di marketing, inserita nell’involucro dei Baci Perugina o nelle didascalie di Instagram.
Oggi, che forse si legge più per status che per curiosità, e che tutto nella nostra società è sempre messo in chiaro fin nel dettaglio, la poesia, però, dovrebbe essere prima di tutto un modo di ricominciare a percepire noi stessi e il mondo che nasce dall’ascolto dell’incomprensibile, portando con sé sempre una parte di oscuro, di indecifrabile.
È proprio nella percezione del non aver capito una parola o un concetto, infatti, che si crea la possibilità di ampliare la propria conoscenza. Ormai non solo i nostri pensieri sono sempre più rigidi, e quindi violenti, ma sono sempre più tratteggiati, come se lo spirito del nostro tempo, fatto dai sentimenti, dai sogni, dai simboli che ciascuno di noi porta con sé, fatto dalla nostra personale poesia, si stesse sfaldando di più ogni giorno che passa.
Dato che la scuola, di ogni ordine e grado, tende sempre più spesso a omologare il pensiero, considerando gli studenti solo dei vasi da riempire, la lettura potrebbe essere un valido aiuto per analizzare e comprendere i fatti del mondo che ci circonda. È ora di darsi l’occasione di cercare, iniziare, non finire e soprattutto di non capire tutto. È solo così che la poesia potrà tornare a essere utilizzata per produrre sapere e farci da guida nella vita.
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Il 9 marzo 1973 Franca Rame fu rapita a Milano, torturata e violentata da un gruppo di neofascisti in uno stupro punitivo mirato a colpirla per le sue idee politiche e il suo impegno civile. L’obiettivo era zittirla, umiliarla e “dare una lezione” a una donna considerata scomoda. Rame sopravvisse alla violenza e, anziché tacere, trasformò quel trauma in denuncia pubblica, facendo del teatro uno strumento di resistenza e verità.
Attrice, drammaturga e attivista cresciuta nel teatro, Rame condivise con Dario Fo un sodalizio artistico e politico fondato sulla satira, sulla critica del potere e sull’impegno sociale. Dagli anni Sessanta in poi, tra palcoscenico, televisione e militanza, non smise mai di esporsi. Negli anni Settanta aderì al movimento femminista e portò in scena spettacoli centrali per la riflessione sulla condizione femminile, come "Tutta casa, letto e chiesa".
In questo lavoro entrò il monologo "Lo stupro", scritto nel 1975, che racconta con crudezza l’esperienza di una donna violentata. Solo nel 1987 Rame rivelò che quel testo era autobiografico.
Il monologo non denuncia solo la violenza fisica, ma anche quella istituzionale e culturale: la colpevolizzazione delle vittime, l’incredulità di polizia e tribunali, un sistema giuridico che fino al 1996 considerava lo stupro un reato contro la morale e non contro la persona. Nonostante le testimonianze emerse negli anni, che hanno rivelato il coinvolgimento di ambienti neofascisti e settori deviati dello Stato, i responsabili non furono mai condannati per prescrizione.
Franca Rame, però, vinse sul piano simbolico e politico. Portando il suo corpo e la sua voce in scena, trasformò la violenza subita in un atto collettivo di accusa contro il potere e il patriarcato. Il suo teatro, come quello di Fo, ha sempre legato le storie individuali ai rapporti di forza sociali. Lo stupro resta ancora oggi un’opera attuale, perché la violenza di genere e l’uso del corpo femminile come campo di battaglia non appartengono solo al passato.
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