“Now and Then” ha attraversato uno spazio di quasi cinquant’anni, in essa vivono ricordi e amicizia, tristezza e nostalgia. Un viaggio lungo che completa un cerchio iniziato da quel “one, two three four!” Pronunciato da Paul all’inizio del primo brano del primo disco dei Beatles. Forse per questo motivo ha deciso di ripetere le stesse parole anche qui, come a ribadire che il tempo e lo spazio sono due concetti imbrigliabili e aggirabili, manipolabili. John e George non sono in questo mondo da tempo ma la loro memoria annulla e sconfigge anche l’ineluttabilità della morte. Le leggi fisiche e biologiche non possono nulla contro l’incontro di anime, contro la spiritualità di due o più esistenze che quando sono insieme vivono su un piano di realtà differente. Senza tempo. Senza contesto. Esistono e se ne fregano di tutto il resto.
Now and then è per quegli incontri che sono adesso e sono poi, manifestando la bellezza nel caos, la pace nell’imprevedibilità, il destino nel caso.
-
#analogphotography #analogicphotography #analoguevibes #analogfilm #portraitphotography #portraitvision #analog #ifyouleave #friendsinstreets #filmphotography #filmisnotdead #filmcommunity #filmportrait #casadiringhieraselection #filmfeed #analogcamera #35mmfilm #lightbox #35mmcamera #photooftheday #photocinematica #dreamermagazine #filmshooterscollective #filmshooters #filmshooting #nowherediary #theanalogclub #FILMnalogue #filmportrait #shootitwithfilm
Pasquale mi vede ogni anno da quando sono bambino e forse ha smesso di riconoscermi in quel piccoletto con la voce squillante che scorrazza in bici già da molto tempo, tempo che per quanto io possa riavvolgere mi restituisce sempre la stessa immagine di un anziano signore, silenzioso e pacato, che legge la bibbia tutto il giorno all’ombra di uno dei tanti alberi di eucalipto che si stagliano al cielo, danzando nel vento di ponente oggi furioso, domani chissà. Pasquale non è mai stato giovane e non è mai invecchiato, è fermo nel tempo come quell’altarino appena fuori dal camping ma mai dentro al paese, una stazione intermedia in cui non sei da nessuna parte ma vicino a tutto il resto, vicino come sei vicino al mare prendendo la discesa che ho percorso in braccio a papà, da solo, cadendo, correndo, a notte fonda e in pieno giorno, aspettando con eccitazione la fine di quei pochi metri che mi separano dalla caletta con l’argilla, gli scogli, i gommoni parcheggiati, quella piccola lingua di terra che chiamo spiaggia che ha sempre meno spiaggia, anno dopo anno. Non ricordo quando ho usato per l’ultima volta la frase “ci vediamo al ping-pong”, perché il tavolo prima era da un’altra parte ed era un luogo di ritrovo, l’appuntamento di ogni sera in cui si decideva cosa fare e dove andare, c’era un frigorifero da bar, di quelli orizzontali in cui ci trovi i gelati, ci si sedeva sopra guardando gli altri ragazzi giocare con racchette logore, rotte, a volte senza manico, prima di incamminarsi verso il paese che è un po’ cambiato nel suo aspetto ma non nel suo spirito, la piazza con il busto di Uccialì è sempre la stessa, l’edicola che vende le esche non si è mai spostata di un centimetro e vende ancora le stesse cartoline erotiche che da bambino mi facevano tanto ridere e che non ho mai avuto il coraggio di comprare. Poco più avanti, il castello aragonese e la sua piccola spiaggia, dove non ho mai fatto il bagno, il punto in cui tutto il ponente del mondo sembra convogliare soffiando raffiche a volte così forti da farti venire voglia di aggrapparti a qualcosa per restare ben saldo a terra.
[CONTINUA NEI COMMENTI]
Poche poltrone più in là, alla mia destra, è seduto un signore che mi ricorda mio padre.
Non gli somiglia, ma da questa prospettiva e dalla posizione che assume me lo ricorda.
Indossa la mascherina, quindi non posso vedere oltre il suo naso, porta degli occhiali da vista piccoli come quelli che papà utilizzava per leggere o riempire i cruciverba. Ha i capelli scuri e folti come li aveva lui, taglio corto, molto simile a quello solito di mio padre che andava a farsi ogni tot mesi dal suo amico barbiere, un pensionato che alzava la saracinesca solo per lui in quel singolo appuntamento fisso, senza mai chiedergli soldi, da diversi anni. Scruto quel signore prendendomi delle pause, lo guardo per qualche secondo e poi torno alle mie cose. Più lo guardo, più mi rendo conto che non gli somiglia quasi per niente, ma nel momento preciso in cui i miei occhi lo cercano e cadono su di lui, egli assume quell’aria incredibilmente familiare che mi avrebbe fatto riconoscere papà tra migliaia di persone.
Ogni volta che mi giro, sento un sussulto e quasi spero di vederlo ancora. Ha le orecchie più piccole di quelle di mio padre, le mani più affusolate, la pelle più scura, forse è stato al mare e in qualche modo mi ricorda lo stesso colore di pelle che aveva papà dopo aver preso il sole. Ha pochi capelli bianchi come li aveva lui, mi chiedo se sotto la mascherina nasconda dei baffi bianchi e ogni volta che se la tocca spero non se l’abbassi rivelandosi una persona totalmente diversa cancellando definitivamente questa sensazione strana che va avanti da ore. No, non gli somiglia per niente ma qualcosa nella mia testa non mi permette di razionalizzare il pensiero in quei 2 secondi iniziali in cui il mio sguardo si posa su di lui.
Ha qualcosa negli occhi e nelle sopracciglia che me lo ricordano, uno sguardo un po’ languido, un po’ dolce, come l’aria che mi capita di tanto in tanto di assumere quando sono assorto nei miei pensieri, quello stesso sguardo languido che aveva papà e che ho avuto per 34 anni sul mio viso senza mai rendermi conto che fosse esattamente uguale al suo.
Sono appena finiti questi 4 giorni della 4a edizione di Desina, e noi 4 di 327.studio stiamo già dando i numeri.
Nuove persone conosciute, nuovi legami ma sopratutto grandi inspirazioni da tutto il mondo del design e non solo.
Questo è il nostro recap, non ci siete tutt* ma per concentrare abbastanza immagini vi abbiamo azzeccati e sovrapposti a tutte le cose belle che abbiamo visto!
Viva la resistenza!
Ci vediamo l’anno prossimo, saluti e baci da N4PL
La resistenza parte da un sentimento di amore per la libertà, si insinua dentro ogni pensiero, fiorisce come la primavera. Finisce nelle nostre parole, si riversa nelle piazze. In maniera trasversale si accomoda nelle nostre vite, diventa linguaggio, codice visivo. Il @desinafestival quest’anno ci emoziona come non mai, mostra la storia tinta di rosso del nostro paese, ci presenta designers che con il loro segno hanno dato un veicolo visivo alla lotta, ci mette in contatto con chi ha trasformato la propria vita in lotta e ci fa sognare un futuro colorato e pieno di strumenti nuovi. Questo è e continuerà ad essere il Desina, una grande opportunità per noi e la nostra città, una lente d’ingrandimento sul mondo tramite il design e la comunicazione. In questo post c’è tutto quello che c’è piaciuto oggi. Ci vediamo domani per il terzo giorno!
Intervals racconta come un volto cambi nel tempo di una conversazione.
Un’ora di conversazione, un rullino da dodici pose.
Un progetto intimo che osserva l’emergere graduale della persona, negli intervalli tra il dire e l’ascoltare.
Per partecipare, inviami un messaggio :)
-
Ieri Napoli è rimasta orfana di un luogo d’arte e spettacolo, il teatro Sannazzaro. Avvolto dalle fiamme per una buona parte di giornata, quel che resta è la lugubre sensazione di aver perso qualcosa di importante a cui tutti siamo legati, direttamente o indirettamente. Coincidenza grottesca che questa sessione ritragga proprio una persona che palchi come quello del Sannazzaro, palchi più piccoli, più grandi, più improvvisati o anche solo immaginati come le porte di un campo da calcio che non esiste delimitate da due bottiglie o due zaini, li ha calcati davvero, e spesso forse da protagonista.
Due giorni fa, viene a mancare improvvisamente anche Federico Frusciante, noto al pubblico di Youtube come uno dei più controversi e preparati critici cinematografici in Italia.
Non voglio far sembrare le foto di @fefealtamura un necrologio, li accosto solo per rimarcare quanto pensava proprio il compianto Frusciante, ovvero che l’arte deve essere e restare libera essendo “l’unica cosa davvero socialista esistente”. Luoghi come il Sannazzaro se muoiono è ben più di un edificio che crolla su sé stesso nel fumo, è un pezzo di libertà, di espressione, di creatività che ci viene strappato. Nel postare questa sessione, voglio ricordare quanto quella sera si è parlato proprio di questo, di arte, espressività, libertà.
-
#filmphotography #filmneverdie #shotonfilm #portrait #analoguephotography
Dieci anni fa di fianco a me c’era mio padre, mentre firmavo l’acquisto della mia prima auto, la prima totalmente mia e di nessun altro. Stamattina con mia madre ho firmato il suo passaggio di proprietà.
Quello strano scarafaggio nero da ottanta cavalli era forse più simile a un calabrone, non progettato per fare i centosessanta in autostrada solo per farmi arrivare in tempo per il gol scudetto di McTominay contro il Cagliari, ma l’ha fatto lo stesso, forse quella è stata l’ultima vera avventura memorabile vissuta tra le sue lamiere, altre sono lo sono state un po’ meno ma comunque degne di un ricordo e qualche lacrimuccia da versare col senno di poi al netto di molteplici bestemmie rivolte a frizioni bruciate, valvole fuse, marmitte a terra, motociclisti richiedenti asilo nella fiancata destra, graffi, specchietti distrutti, la radio sempre a palla e il bagagliaio sempre troppo piccolo.
In qualche modo mio padre c’è stato anche oggi, apparso in sogno all’improvviso per chiedermi se fossi convinto di darla via. Data via in pochi minuti, giusto il tempo di svuotarla per l’ultima volta di piccoli oggetti personali e infiniti ricordi, in una strana giornata di sole tiepida e piacevole dopo le incessanti piogge di questo inizio anno.
Non so perché ci si affezioni a questo o quell’oggetto. So solo che fin da bambino ho subìto la fascinazione per le automobili, chiedevo a mio padre di guidare fino a “ottantotto miglia orarie” come se avesse una Delorean, guardavo Miami Vice con mia madre perché c’era la Ferrari Testarossa colore bianco, mi piaceva andare in vacanza in Calabria con la Lancia Prisma, ho sempre desiderato una Golf.
Ho amato molti oggetti inanimati, forse in maniera un po’ infantile e irrazionale.
Con lei sono diventato un po’ più grande. Ultimamente, troppo per quel bagagliaio che davvero progettisti giapponesi, che cazzo di borse o valigie avete?
Disclaimer: @raffaeleaquilante in foto non serve a umanizzare l’auto. Non avevo una foto migliore.
In giro per il mondo tra le sette meraviglie più qualcuna che non è proprio una meraviglia ma tutto sommato bella roba.
Foto sceme da un rullino in India, che dovevo terminare prima di tornare in aeroporto. Feat. @_na_rossa
#funny #viral #filmneverdie #filmisnotdead #travel
Intervals racconta come un volto cambi nel tempo di una conversazione.
Un’ora di conversazione, un rullino da dodici pose.
Un progetto intimo che osserva l’emergere graduale della persona, negli intervalli tra il dire e l’ascoltare.
-
È una dote forse innata.
Proteggere me stesso da ciò che considero pericoloso. Una specie di allarme silenzioso che risuona sottopelle nel momento in cui uno dei percorsi che si dirama dal bivio che ho davanti sembra essere oscuro. Di questi bivi ne ho visti tanti, soprattutto in giovane età, e poco importa se l’aver scelto diversamente mi abbia condotto su strade più impervie, in salita, lastricate di solitudine, isolamento e problemi a relazionarmi con i miei coetanei. Quella sensazione di allarme può avermi salvato la vita diverse volte, rendendomi sulla lunga distanza più forte, più coriaceo. Sul momento mi ha reso a lungo più solo, non compreso o semplicemente più vulnerabile in un’età in cui ogni i colpi non fanno male, è la guarigione a creare sofferenza. Che poi svanisce. Diventa essa stessa nuova forza. Lucidità. Anticipazione.
In foto per Intervals: @catinodizinco11
-
#filmportrait #filmneverdie #mediumformatphotography #portrait #blackandwhitephotography