L’opera come dono. Sai che la Vittoria alata che il Napoleone/Marte di Brera tiene nella mano destra venne sostituita nel 1978? L’originale è stata rubata. Andiamo al bar. @giancarlonorese
Si fa il meno possibile. Norese opera in economicità e con poche cose, con la giusta lentezza e attenzione per leggere bene gli eventi. Il suo è un flusso creativo lento e meditato, con spunti colti dal reale, dall’esperienza, in cui lo stile è non aver uno stile, per essere quasi inafferrabile.
È il giorno dopo del secondo giorno del tempo pasquale. Si visita la mostra di Giancarlo Norese. Ma cosa succede ora? È una domanda che nel suo lavoro non cerca risposta, ma funziona come condizione permanente, fa girare il senso. La sua ricerca si muove in una zona di sospensione, a volte di buio, con luci improvvise dove l’opera appare come effetto secondario o quasi, a volte è fatta di relazioni, traduzioni, scarti e piccoli fallimenti, messi in scena con serietà ma anche leggerezza.
Il titolo è “Tante volte”. Presenta un dipinto che può essere fatto tante volte.
Giancarlo Norese sin dagli anni Ottanta si è dedicato a pratiche collaborative con altri artisti e con istituzioni, alla realizzazione di progetti editoriali, azioni pubbliche, artist-run spaces, esperimenti educativi indipendenti. È stato uno degli iniziatori del Progetto Oreste e l’editor delle sue pubblicazioni.
«Voglio invitarti a fare una mostra a Surplace, a marzo. Pensavo di chiederti un lavoro dedicato, un dipinto. Ti commissiono un dipinto.»
«Allora mi darai tutto il materiale con cui lavorare.»
«Certo, e sei libero di fare quello che vuoi, magari un nuovo Marx.»
«Mi piace avere delle regole a cui sottostare. Quindi devi darmi anche un titolo, un tema. Un paesaggio? Anzi no.»
In mostra ci sarà solo un lavoro. «Ricordamelo cosa voglio fare.»