Circa due anni fa @giordana.sterlino ha conosciuto l’artista visuale e fotografa @natalie_ayoub . Una notte, a casa sua. Una parete bianca, tre video proiettati uno dopo l’altro, un gatto di nome Oscar e qualche amico. Da quella sera è nata una storia che, insieme a @superottomag , abbiamo deciso di raccontare sul magazine.
Leggi l’articolo completo su Collater.al Magazine
OFF SCREEN è il format di @cinemadue e @superottomag che esplora il confine tra cinema e fotografia.
Il terzo episodio lo dedichiamo a Mark Seliger, capo fotografo di Rolling Stone, e al servizio che nel 1999 trasformò Brad Pitt in una figura aliena e indecifrabile.
✍️: @gaia.forlin
#cinemacult #bradpitt #fightclub
Mathieu Dalle
A metà tra parco giochi decadente e rifugio estivo, Coney Island nelle fotografie di Mathieu Dalle
perde l’immaginario turistico classico e diventa qualcosa di più intimo.
Scattata su pellicola Harman Phoenix 200, questa serie restituisce tutta la materia visiva del luogo: luce sporca, colori instabili, pelle salata, attrazioni consumate e quell’energia caotica che rende Coney Island uno dei simboli più umani di New York.
Dalle fotografa il momento in cui la città rallenta. Famiglie, ragazzi, corpi distesi al sole e persone
che sembrano cercare, anche solo per poche ore, una forma temporanea di evasione. Le im-
magini hanno il ritmo di qualcosa vissuto velocemente ma osservato con attenzione, quasi con la
paura che tutto possa sparire da un momento all’altro.
Julie Blackmon costruisce fotografie che sembrano momenti rubati alla quotidianità, ma che in realtà sono scene attentamente orchestrate.
Partendo dalla vita suburbana americana, l’artista trasforma case, giardini e ambienti domestici in composizioni dense di dettagli, dove bambini, oggetti, schermi, cibo e accumuli convivono in un equilibrio continuamente instabile.
Le sue immagini oscillano tra ironia e inquietudine: nulla appare completamente spontaneo, ma nulla sembra nemmeno totalmente artificiale. È proprio in questa tensione tra realtà e finzione che il suo lavoro prende forma.
Nel lavoro di Elinor Carucci la maternità viene raccontata lontano da ogni rappresentazione idealizzata. Le sue fotografie mostrano il rapporto tra madre e figli nella sua forma più fisica, vulnerabile e quotidiana, trasformando la vita familiare in uno spazio di osservazione intima e universale.
Nata a Gerusalemme nel 1971 e trasferitasi a New York nel 1995, Carucci ha costruito gran parte della propria ricerca attorno alla famiglia e alle relazioni personali. Le sue immagini fanno parte delle collezioni del Museum of Modern Art di New York, del Brooklyn Museum e del Museum of Fine Arts di Houston.
Con il libro Mother, pubblicato da Prestel nel 2013, la fotografa affronta direttamente l’esperienza della maternità attraverso fotografie realizzate nell’arco di quasi dieci anni, dalla gravidanza fino ai primi anni di crescita dei suoi figli gemelli.
Le immagini di Carucci mostrano scene domestiche intime: corpi stanchi, abbracci, momenti di cura, tensione e vicinanza. La maternità non viene trattata come simbolo astratto, ma come esperienza concreta fatta di amore, caos, esaurimento e trasformazione personale. Sul proprio sito ufficiale, Carucci descrive Mother come un progetto che esplora “gli alti e bassi della maternità” e che mette in discussione le rappresentazioni idealizzate della figura materna.
Ciò che rende il suo lavoro particolarmente rilevante nella fotografia contemporanea è l’assenza di retorica. Le sue immagini non cercano la perfezione familiare, ma documentano la complessità emotiva dei legami affettivi. Come osservato da Aperture Foundation, il lavoro di Carucci approfondisce “le fratture e la complicità della famiglia” attraverso una fotografia profondamente personale.
In occasione della Mother’s Day, il lavoro di Elinor Carucci rappresenta uno dei racconti più sinceri e intensi sulla maternità nella fotografia contemporanea. Le sue immagini ricordano come il rapporto tra madre e figli non sia mai semplice o perfetto, ma costruito attraverso contatto, fragilità, fatica e presenza quotidiana.
Il realismo magico di Shanti Simonetti
Qui la fotografia non dà risposte, ma genera domande,
andando a creare uno spazio in cui scene ordinarie vengono trasformate in narrazioni sospese. La realtà rimane riconoscibile, ma dettagli insoliti ne alterano la percezione.
“Protagonista per me è il silenzio.”
Titolo del progetto fotografico: IDENTITA’ SOSPESE
Il presente progetto fotografico si concentra sulla città di Belgrado come luogo simbolo della condizione balcanica contemporanea. Capitale della Serbia, Belgrado rappresenta un punto di convergenza tra istanze storiche, tensioni geopolitiche e trasformazioni sociali che interessano l’intera area dell’Europa sudorientale. La città si configura come uno spazio di transizione permanente, sospeso tra memoria e ridefinizione identitaria.
La fotografa Viktoria Sorochinski (@viktoria_sorochinski ), di origine ucraina ma canadese di adozione, utilizza una tecnica antica che continua a trovare terreno fertile nella fotografia contemporanea: al posto del reportage e della fotografia documentaria, costruisce vere e proprie messe in scena teatrali. È a Montreal che prende forma uno dei suoi progetti più longevi, la serie fotografica Anna ed Eve (2005-2012).
Leggi l’articolo completo su Collater.al Magazine
#collateral #photography #superotto
OFF SCREEN è il format di @cinemadue e @super8otto che esplora il confine tra cinema e fotografia.
In questo terzo episodio scopriamo come alcuni registi usano la composizione del fotogramma per raccontare il finale in anticipo.Senza parole, senza didascalie, senza che tu te ne accorga.
Scorri il post per approfondire il tema!
✍️: @gaia.forlin
#cinemacult #filmdavedere #cinemaita
Nikita Teryoshin non fotografa la guerra, ma tutto ciò che la rende possibile. Il suo lavoro si concentra su un territorio poco visibile e raramente raccontato: le fiere internazionali di armi, luoghi in cui il commercio militare si presenta sotto forma di esposizione, networking e spettacolo.
Attraverso il progetto Nothing Personal — The Back Office of War, Teryoshin documenta questi ambienti con uno sguardo diretto, quasi distaccato. Le immagini mostrano stand ordinati, luci artificiali, tappeti puliti, oggetti perfettamente disposti. Missili, fucili e tecnologie militari vengono presentati come prodotti qualsiasi, inseriti in un contesto che ricorda più una fiera commerciale che un sistema legato al conflitto.Il punto centrale del suo lavoro è proprio questa dissonanza. Non c’è violenza visibile, nessuna scena di guerra, nessun corpo ferito. Eppure, ogni oggetto fotografato è progettato per quello scopo. Teryoshin non denuncia in modo esplicito, non costruisce immagini drammatiche. Si limita a mostrare, lasciando che sia il contesto a generare tensione.
Lo stile è coerente con questo approccio. La fotografia è chiara, leggibile, spesso frontale. Non cerca effetti estetici marcati, ma una neutralità apparente che rende ancora più evidente il contrasto tra forma e contenuto. Le persone presenti — venditori, visitatori, militari — appaiono immerse in una normalità quasi surreale.
Mária Švarbová è una delle figure più riconoscibili della fotografia contemporanea, nota per un linguaggio visivo costruito su minimalismo, simmetria e controllo formale. Nata in Slovacchia nel 1988, si avvicina alla fotografia all’inizio degli anni 2010, sviluppando rapidamente uno stile personale che la porta all’attenzione internazionale.
Il suo lavoro si colloca nell’ambito della fotografia staged: le immagini non documentano, ma sono costruite con precisione. Ogni elemento — architettura, colore, posizione dei corpi — è attentamente orchestrato. Le ambientazioni, spesso piscine pubbliche di epoca socialista, diventano spazi visivi ideali per esplorare ordine, ripetizione e isolamento.
La serie Swimming Pool, tra le più note, sintetizza questi aspetti. Figure umane, spesso immobili e distaccate, sono inserite in composizioni rigorose dominate da linee nette e tonalità pastello. Il risultato è un’estetica sospesa tra realtà e finzione, in cui il tempo sembra fermarsi.
Un elemento centrale nella ricerca di Švarbová è il trattamento del corpo. I soggetti non sono ritratti come individui, ma come presenze che contribuiscono alla struttura dell’immagine. L’espressività è ridotta al minimo: sguardi neutri, posture controllate, distanza emotiva. Questo approccio rafforza la dimensione concettuale del lavoro, spostando l’attenzione dalla narrazione alla composizione.
Anche il colore gioca un ruolo fondamentale. La palette, composta da tonalità morbide e uniformi, contribuisce a creare un’atmosfera atemporale e rarefatta. Azzurri, verdi e rosa sono utilizzati non per descrivere il reale, ma per costruire uno spazio visivo coerente e controllato.
Il lavoro di Švarbová è stato esposto a livello internazionale e pubblicato su riviste come Vogue e Forbes, consolidando la sua posizione nel panorama della fotografia contemporanea.
La sua pratica ridefinisce il rapporto tra fotografia e realtà: non rappresentazione del mondo, ma costruzione di un’immagine autonoma, in cui forma, spazio e corpo esistono in equilibrio. In questo senso, il suo lavoro si avvicina più alla pittura e al cinema che alla fotografia documentaria.