Secondo il rapporto annuale di FLAI - CGIL, nel 2024 ci sono state 1.226 segnalazioni da parte dei lavoratori per caporalato e sfruttamento lavorativo. Con il termine “caporalato” ai sensi dell’articolo 603 bis del Codice Penale si intendono tutta una serie di condotte, tra cui l’uso della violenza fisica e verbale da parte del datore di lavoro o del proprio capo nei confronti del lavoratore in una condizione di sottopagamento e sfruttamento.
Dal 2020 al 2024 in totale ci sono state più di 8.327 denunce, con una media di 4,5 segnalazioni al giorno.
Il settore agricolo si conferma il più colpito dallo sfruttamento lavorativo, con il 47% delle inchieste. Sebbene la diffusione del fenomeno abbia carattere nazionale, presenta intensità diverse a seconda dell’area geografica di riferimento: al Nord emerge l’area di Asti e del Monferrato, mentre nel Centro le situazioni più gravi si registrano nel Lazio e nella Toscana, soprattutto con il fenomeno della “profughizzazione”, ossia l’impiego di richiedenti asilo e migranti vulnerabili in condizioni di forte sfruttamento. In generale la situazione è più grave al Sud, in particolare nelle province di Ragusa e Foggia, dove sono più frequenti forme di caporalato e intermediazione illecita, anche tramite cooperative fittizie o aziende create per aggirare le norme.
Le vittime sono prevalentemente cittadini di Paesi terzi, che risultano nell’86% dei casi analizzati, a conferma di come la precarietà dello status giuridico aumenti la vulnerabilità.
@sergionazzaro , giornalista e studioso di caporalato e tratta migratoria, ha spiegato a Scomodo come «il caporalato è diffuso in qualsiasi settore, e che lo sfruttamento lavorativo in qualsiasi campo è un dato di fatto, dato anche dai bassi salari che esistono in Italia. C’è un sistema economico-criminale che vuole “risparmiare” sulle spalle di coloro che lavorano, ed è più diffuso di quanto si creda. C’è veramente bisogno di un nuovo tipo di visione di insieme e non immaginare che certi temi toccano solo certe località, certe regioni e soprattutto certe categorie lavorative”.
di
@eugenia_elettra_bonanno_ e
@jonathan_piccinella