Ogni giorno piango e una volta non mi basta più. Piango per me e per tutte le altre anime, quelle che sono, quelle che smettono di essere. Per la bellezza inanimata che sacrifichiamo, anche se ci sopravvivrà, adornata di altri motivi e altri colori. Per il dolore onnipresente. Per il non senso, l’incoerenza, la crudeltà, i traumi che si annidano nel profondo di ogni esistenza. Piango perché non farlo sarebbe una vergogna per la lucidità che mi lacerà. Piango perché sono troppo sensibile. O forse non piangete perché non lo siete abbastanza?
[…] Una moltitudine di segreti sinceri che ormai esistono solo tra ognuno di questi “noi due”. E nello luccichio salvia dei tuoi occhi, ho lasciato uno di questi frammenti: quei pochi effluvi d’anima che si offrono o che si acconsente ad abbandonare. Amami abbastanza da non scalfirli prima di dimenticarmi.
L’amore si disegna nell’equivoco e si afferma nello scetticismo. La sua grandezza non risiede nella sicurezza, ma in ciò che sconvolge sradicando le nostre certezze. Amare è interessarsi all’altro, abbastanza da lasciarsene attraversare. È ammettere che il suo prisma abbia abbastanza importanza da influenzare i nostri colori. È valorizzare il suo mondo e avere il coraggio di scoprirlo per mescolarne le sfumature alle nostre. Amare è riconoscere la realtà altrui come una verità possibile.
Non sono forse belli, questi amori estivi, quando si concede loro un inverno?
Il canto della risacca e delle cicale, l’aria ancora calda al crepuscolo e carezze che non implicano né domande né risposte; queste passioni rivestono un’estetica lieve e docile.
Eppure, non meritiamo più di qualche frammento d’effimero?
E se la grazia dell’amore risiedesse oltre questi slanci levigati dalla leggerezza dell’istante, quando vi si lasciano intrecciare i dolori passati e le apprensioni future?
L’amore è prezioso perché ci fa piangere, dubitare e restare nonostante tutto. Ci spoglia e, vulnerabili, ci mostriamo finalmente per intero, oltre un’estate.
I nostri cuori sono fragili. Come la polpa dei cachi sotto la pressione delle dita. Come il riflesso cangiante della luna sull’oceano. Ma c’è forse qualcosa di più fragile di una convinzione di fronte al desiderio di potere?
Sono davvero reale o soltanto un’illusione? Non so più nemmeno che cosa fosse vero. Incapace di sapere ciò che ho provato, ciò che ho vissuto. L’ignoranza sarà la tua unica risposta.
Le nostre stelle cadevano in questa pozza di sangue. In ginocchio dentro questa lenta agonia, le ripescavo una a una. Le mani viscide, lo sguardo vitreo, l’anima lacerata. Le vedevo sprofondare, asfissiando nei loro ultimi istanti di luce. Il tempo mi mancava, ma non potevo rassegnarmi ad abbandonarmi in mezzo ai loro corpi caduti. E questo silenzio rimane assordante.
Ho rispetto per l’amore. E se non possiamo vegliare sull’amore, non è forse preferibile offrirlo a ricordi più dolci, o a speranze cadute? Oppure preferiamo consumare lentamente questi legami preziosi?