Cos’hanno in comune un #mare gelido, una #torbiera urbana e una #piazza universitaria? La voglia di #rigenerazione e una comunità umana incline ad aiutarle, alleandosi con la scienza.
Cercando nature based solution autentiche, community based e non marchettare, sono finita in #Ucraina, a Leopoli, dove i cittadini coccolano In Groenlandia, dove la saggezza inuit affianca gli scienziati nel trovare soluzioni per un mare malato. E a Milano, dove una grigia piazza universitaria si è trasformata in un laboratorio di biodiversità grazie a squadre di studenti e residenti attivi.
In tutti questi tentativi di soluzioni di adattamento e mitigazione alla crisiclimatica c’è lo zampino dell’uomo, ma di una umanità locale alleata al pianeta. Si, esiste ancora, anche nella nostra antropocentrica civiltà occidentale il concetto di popolazione indigena connessa con la natura esiste. E possiamo farne parte.
Ne scrivo su
@wireditalia con Raul Primicerio e Margrete Emblemsvåg, Bohdan Prots , Emily Palm e Chiara Baldacchini
https://lnkd.in/dUEWH2NF
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What do a frozen sea, an urban peat bog, and a university square have in common? The desire for regeneration and a human community inclined to help them, allying with science.
In search of authentic, community-based nature-based solutions—not just marketing gimmicks—I ended up in Ukraine, in Lviv, where citizens nurture In Greenland, where Inuit wisdom supports scientists in finding solutions for a sick sea. And in Milan, where a drab university square has been transformed into a biodiversity laboratory thanks to teams of active students and residents.
In all these attempts at climate adaptation and mitigation solutions, there is the hand of humans—but of a local humanity allied with the planet. Yes, it still exists: even in our anthropocentric Western civilization, the concept of an indigenous population connected to nature still exists. And we can be part of it.
I’m writing about it on Wired