Una tragedia umanitaria di proporzioni immense, di cui si parla troppo poco.
Con la caduta di El-Fasher, ultima roccaforte dell’esercito sudanese nel Darfur, la guerra civile in Sudan entra in una fase ancora più drammatica.
La città, nodo strategico che collega il Darfur alle regioni centrali e corridoio logistico essenziale per aiuti e rifornimenti, è caduta nelle mani delle Forze di Supporto Rapido (RSF) dopo mesi di assedio: un duro colpo per le Forze Armate Sudanesi (SAF), ma anche un disastro umanitario con decine di migliaia di civili intrappolati, ospedali distrutti e convogli ONU bloccati.
Il Sudan vive oggi la più grave crisi umanitaria del mondo, secondo le Nazioni Unite: oltre 25 milioni di persone – più della metà della popolazione – necessitano di assistenza, con 10 milioni di sfollati interni e milioni di rifugiati nei Paesi vicini.
In termini assoluti, i bisogni umanitari superano quelli di Siria, Yemen e Gaza.
È un collasso di proporzioni continentali, aggravato dal crollo del sistema sanitario e dall’insicurezza alimentare.
Sul piano geopolitico, il conflitto è diventato un campo di competizione regionale.
Le RSF, guidate da Mohamed Hamdan Dagalo, detto “Hemedti”, ricevono sostegno economico e militare dagli Emirati Arabi Uniti e, indirettamente, da reti legate alla Russia, interessate all’oro del Darfur.
L’esercito regolare (SAF), fedele al generale Abdel Fattah al-Burhan, è invece appoggiato da Egitto, Arabia Saudita, Turchia e Qatar.
Questo intreccio di alleanze esterne ha trasformato la guerra in un conflitto per procura, rendendo quasi impossibile ogni mediazione.
Le radici della crisi affondano nel 2019, dopo la caduta del dittatore Omar al-Bashir.
Il fragile governo civile-militare nato dalla rivoluzione è crollato quando SAF e RSF – alleate nel colpo di Stato del 2021 – si sono scontrate per il controllo del potere e delle risorse.
Da allora, il Sudan è precipitato nel caos.
Le violenze sistematiche su base etnica, con accuse di genocidio, lasciano oggi il Paese lacerato da ambizioni personali e interessi stranieri, mentre milioni di civili continuano a pagare il prezzo di una guerra dimenticata.
Donald Trump ha concluso il suo ultimo round di colloqui con Xi Jinping e ha terminato la sua visita di Stato a Pechino.
Il Presidente americano ha definito l’incontro “molto riuscito, storico e indimenticabile”, mentre Xi lo ha descritto come una visita “storica e fondamentale”, secondo i media statali cinesi.
La visita è stata scandita da gesti simbolici, grandi cerimonie e toni sorprendentemente distensivi. Trump ha definito Xi Jinping un “grande leader”, gli ha detto che è “un onore” essere suo “amico” e ha aggiunto che i rapporti tra USA e Cina saranno “migliori che mai”.
Xi ha risposto dicendo che “Make America Great Again” e il “grande ringiovanimento della nazione cinese” possono andare “mano nella mano”.
Parole che fino a pochi mesi fa sembravano impensabili.
Trump ha infatti costruito parte della sua carriera politica proprio attaccando la Cina, accusandola di “derubare” gli USA, distruggere l’economia americana e diffondere il “virus cinese”. Solo l’anno scorso, i due Paesi si erano imposti dazi oltre il 100%.
Ma quindi Trump e Xi sono ora alleati?
Dietro sorrisi, complimenti e strette di mano restano tensioni molto profonde. Secondo i media statali cinesi, Xi avrebbe avvertito Trump che Taiwan potrebbe diventare un punto di scontro tra i due Paesi. Gli Stati Uniti continuano infatti a sostenere militarmente l’isola, che Pechino considera parte del proprio territorio.
Anche le cerimonie e le coreografie della visita non erano pensate solo per Trump e i 30 CEO americani presenti: erano una dimostrazione di forza rivolta agli USA e al resto del mondo.
Perché, nonostante i toni più distesi, tra USA e Cina resta una competizione intensissima per economia, tecnologia, commercio e influenza geopolitica.
Ma a che punto è questa sfida?
Abbiamo messo a confronto le due superpotenze nel carosello.
Il governo spagnolo guidato da Pedro Sánchez ha avviato l’iter per una riforma della Costituzione che inserirebbe una tutela esplicita del diritto all’aborto.
La proposta, già approvata dal Consiglio dei ministri, modificherebbe l’articolo 43 della Costituzione spagnola, che oggi tutela il diritto alla salute.
Secondo il governo, l’obiettivo è rafforzare le garanzie legali esistenti e rendere più difficile per futuri governi modificare o limitare questo diritto. Oggi infatti l’accesso all’aborto è regolato da leggi ordinarie, che possono essere cambiate con una maggioranza parlamentare.
Ma c’è anche un altro tema centrale: le forti differenze territoriali nell’accesso ai servizi.
Anche se l’aborto è legale in tutta la Spagna, la sua applicazione concreta varia molto tra le diverse comunità autonome. In alcune regioni il numero di medici obiettori nel sistema sanitario pubblico è molto alto, portando a una forte dipendenza dalle cliniche private.
Secondo il governo Sánchez, questo crea di fatto “diritti diversi” a seconda di dove si vive. Negli ultimi anni l’esecutivo aveva già introdotto misure per migliorare l’accesso ai servizi, chiedendo alle autorità regionali di garantire la possibilità di interrompere la gravidanza all’interno del sistema pubblico.
La legge spagnola consente oggi l’aborto su richiesta fino alla 14ª settimana di gravidanza, con possibilità di accesso anche successivamente in specifiche circostanze. Il sistema attuale era stato introdotto nel 2010 ed è stato aggiornato negli anni successivi.
La riforma dovrà però superare un ostacolo politico importante: per modificare la Costituzione serve una maggioranza dei tre quinti sia al Congresso sia al Senato. Questo significa che il governo avrà bisogno anche del sostegno di una parte dell’opposizione.
Se approvata, la Spagna seguirebbe il percorso già intrapreso da altri Paesi europei come Francia e Lussemburgo, che negli ultimi anni hanno inserito il diritto all’aborto nelle proprie garanzie costituzionali.
L’Eurovision Song Contest 2026 inizia oggi a Vienna, nel 70º anniversario dello show.
Ma l’edizione di quest’anno è già segnata dalle polemiche sulla partecipazione di Israele, che ha spinto cinque partecipanti storici - Irlanda, Islanda, Paesi Bassi, Slovenia e Spagna - a boicottare l’evento.
Formalmente, l’Eurovision non è una competizione tra governi ma tra emittenti appartenenti all’European Broadcasting Union (EBU), una rete di broadcaster pubblici che nel corso dei decenni si è espansa ben oltre i confini europei. Non a caso, lo slogan ufficiale del contest è “united by music”.
L’attuale boicottaggio, quindi, non riguarda direttamente gli Stati ma le emittenti, contrarie alla partecipazione di Israele e dell'emittente pubblica israeliana Kan.
Le reti coinvolte sostengono di aver preso decisioni autonome, anche se molti dei rispettivi governi hanno recentemente assunto posizioni molto critiche verso Tel Aviv. Il mese scorso, politici di Spagna, Slovenia e Irlanda hanno tentato, senza successo, di convincere l’Unione Europea a sospendere i rapporti commerciali preferenziali con Israele.
L’emittente islandese RÚV ha dichiarato di avere “seri dubbi” sulla condotta del governo israeliano e dell’emittente Kan rispetto alle regole della competizione.
La tv olandese Avrotros ha invece denunciato “interferenze politiche” nell’edizione 2025, sostenendo che partecipare sarebbe andato contro “i valori fondamentali” della rete.
In Spagna, RTVE ha parlato della necessità di “coerenza etica” rispetto ai valori del servizio pubblico, mentre l’emittente irlandese RTÉ ha chiesto all’EBU un confronto urgente sulla partecipazione israeliana e sull’impatto politico che starebbe avendo sul contest.
RTV Slovenia ha dichiarato che, al posto dello show, trasmetterà una rassegna cinematografica dedicata alla Palestina.
La politica ha sempre avuto un ruolo centrale all’Eurovision, dove Paesi storicamente vicini tendono spesso a favorirsi nel voto popolare. Quest’anno, inoltre, artisti ed emittenti partecipanti non possono rilasciare dichiarazioni pubbliche su temi che potrebbero danneggiare la reputazione del contest.
Per la prima volta nei 25 anni del Press Freedom Index di Reporter Senza Frontiere, oltre metà dei Paesi del mondo rientra nelle categorie “difficile” o “molto grave” per la libertà di stampa.
Il punteggio medio globale non è mai stato così basso. Oggi meno dell’1% della popolazione mondiale vive in Paesi con una stampa “libera”.
Secondo RSF, oggi il giornalismo viene colpito in modo più indiretto: meno censura esplicita, ma più pressione politica e leggi usate contro media e reporter indipendenti.
Il peggioramento più forte riguarda il contesto legale. In oltre 110 Paesi su 180, negli ultimi 12 mesi sono peggiorate le condizioni giuridiche per chi fa informazione. Sempre più governi usano leggi sulla sicurezza nazionale, accuse di terrorismo o procedimenti giudiziari per limitare il lavoro dei giornalisti.
Succede in Russia, dove decine di reporter sono in carcere o costretti all’esilio. A Hong Kong, dove Jimmy Lai è stato condannato a 20 anni con la legge sulla sicurezza nazionale. In Turchia, dove accuse come “disinformazione” o “insulto al presidente” vengono usate contro i media. E perfino in democrazie come Giappone e Filippine, dove le leggi sulla sicurezza stanno restringendo sempre di più lo spazio dell’informazione indipendente.
Le guerre continuano a colpire il giornalismo. A Gaza, dall’ottobre 2023, oltre 220 giornalisti sono stati uccisi dall’esercito israeliano, almeno 70 mentre lavoravano sul campo. Sudan, Yemen e Iraq restano tra i Paesi più pericolosi per i reporter.
Nel frattempo, gli Stati Uniti sono scesi di 7 posizioni nel ranking mondiale. Secondo RSF, il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha aggravato la pressione politica contro i media, mentre broadcaster storici sono stati ridimensionati o sospesi.
Ma nel report c’è anche un’eccezione: la Siria. Dopo la caduta del regime di Assad, il Paese ha guadagnato 36 posizioni in un solo anno, registrando il miglior miglioramento del ranking globale.
Nel tempo, il Press Freedom Index è stato criticato per la metodologia, il peso dato delle percezioni soggettive e possibili bias politici. Nonostante questo, resta uno dei report più citati al mondo sulla libertà di stampa.
La guerra in Iran avviata dall’amministrazione Trump ha già raggiunto livelli di disapprovazione paragonabili a quelli registrati durante i momenti più critici del conflitto in Vietnam - un dato insolito se si considera quanto presto sia arrivato.
Secondo un sondaggio Washington Post–ABC News–Ipsos, il 61% degli americani considera l’intervento militare un errore, mentre meno di due su dieci lo giudicano un successo. Una quota simile lo ritiene un fallimento, e una parte consistente pensa sia ancora troppo presto per valutarne gli esiti.
A differenza di conflitti passati, però, l’opinione pubblica si è mostrata fin dall’inizio più scettica. Nei primi giorni dell’intervento, il sostegno all’azione militare è risultato significativamente più basso rispetto a guerre come Iraq o Afghanistan, quando la maggioranza degli americani appoggiava l’intervento.
Il dato è particolarmente rilevante anche in prospettiva storica: per Iraq e Vietnam, livelli simili di disapprovazione erano stati raggiunti solo dopo anni di guerra e con costi umani molto più elevati.
Oltre alla dimensione militare, pesano le conseguenze economiche e di sicurezza. Il 60% degli americani teme una possibile recessione, mentre una maggioranza ritiene che il conflitto possa aumentare il rischio di terrorismo e indebolire le relazioni con gli alleati.
Il quadro resta fortemente polarizzato: il sostegno all’intervento è elevato tra gli elettori repubblicani, mentre democratici e indipendenti esprimono in larga parte una valutazione negativa.
Resta incerta la durata del conflitto, mentre una guerra già impopolare potrebbe diventare un elemento di vulnerabilità politica per l’amministrazione in vista delle elezioni di midterm.
Gli Stati Uniti sotto Donald Trump sono sempre più percepiti come una minaccia che come un alleato, secondo un nuovo sondaggio European Pulse condotto in sei grandi Paesi dell’UE.
Dal suo ritorno al potere nel gennaio 2025, Trump ha messo in discussione l’impegno di Washington nella NATO, minacciato annessioni territoriali, imposto dazi agli alleati e avviato una guerra contro l’Iran, alla quale i Paesi europei hanno scelto di non partecipare, ma che inevitabilmente li riguarda.
Un conflitto che, a oltre due mesi dall’inizio, sta colpendo anche le relazioni tra Unione Europea e Stati Uniti: sul piano diplomatico, i rapporti transatlantici attraversano uno dei momenti più tesi di sempre. Alle cautele dei leader europei si contrappongono le parole sempre più dure di Trump, che ha accusato gli alleati di non aver sostenuto Washington e li ha invitati a “cavarsela da soli”, anche sul fronte energetico e della sicurezza.
I numeri riflettono questo clima. Solo il 12% degli intervistati in Polonia, Spagna, Belgio, Francia, Germania e Italia considera oggi gli Stati Uniti un alleato stretto, mentre il 36% li vede come una minaccia. La Cina si ferma al 29%.
In quattro Paesi su sei - tra cui l’Italia - Washington supera Pechino nella percezione della minaccia. Solo in Francia e Polonia accade il contrario.
Il dato segnala un cambiamento più profondo: la fiducia negli Stati Uniti si indebolisce, mentre cresce il desiderio di un’Europa più autonoma e capace di difendersi.
Tuttavia, il sostegno a questa linea cala quando implica costi concreti - più spesa militare, sacrifici personali o un impegno prolungato in Ucraina.
In questo quadro, la Russia resta il principale avversario ed è vista come una minaccia dal 70% degli intervistati.
Le differenze tra Paesi sono marcate: la Spagna è la più critica (51%), seguita da Italia (46%), Belgio (42%), Francia (37%) e Germania (30%). La Polonia è l’eccezione: solo il 13% vede gli Stati Uniti come un rischio.
Nonostante tutto, il sostegno alla difesa collettiva resta alto: il 76% degli intervistati si dice favorevole a intervenire militarmente per difendere un alleato NATO, quota che sale all’81% nel caso di un Paese dell’UE.
Dal 7 ottobre a oggi, Israele ha preso il controllo di oltre 1.000 km² di territorio. È il cosiddetto Yellow Lines Circle (“cerchio delle linee gialle”): una strategia che Israele presenta come parte del suo nuovo sistema di “difesa avanzata”, ma che di fatto sta ridisegnando – anche se non ufficialmente – i suoi confini.
Si tratta di un sistema di zone cuscinetto, corridoi di sicurezza e linee di demarcazione militari, tutte contrassegnate da “linee gialle”, che oggi permettono a Israele di controllare ampie porzioni di territorio a Gaza, nel sud del Libano e in Siria.
A Gaza, dopo il cessate il fuoco dell’ottobre 2025, la Yellow Line divide la Striscia in due: circa il 53% del territorio (la parte orientale e settentrionale, inclusi i corridoi Netzarim e Philadelphi) è sotto controllo diretto dell’IDF. Nel tempo, la linea si è spostata verso ovest, ampliando l’area controllata oltre quanto previsto inizialmente. Demolizioni sistematiche e fortificazioni permanenti rendono questa zona una barriera quasi invalicabile, limitando fortemente la mobilità palestinese.
Dopo i combattimenti con Hezbollah e i fragili accordi di cessate il fuoco del 2026, Israele ha tracciato una Yellow Line che penetra tra i 4 e i 10 km all’interno del Libano, dal Mediterraneo fino al confine siriano. Almeno 55 villaggi sono stati dichiarati off-limits: ai residenti è vietato tornare, mentre case e infrastrutture vengono demolite per creare una fascia “pulita” e disabitata. Netanyahu ha ribadito che le forze israeliane resteranno in questa “zona di sicurezza rinforzata” a tempo indeterminato.
Nelle Alture del Golan e in Siria, dopo il crollo di Assad nel dicembre 2024, Israele ha occupato l’intera zona cuscinetto demilitarizzata del 1974, ampliandola con nuovi avamposti e basi e impedendo il ritorno dei residenti siriani. Anche qui, Netanyahu ha parlato di una presenza “illimitata nel tempo”.
I critici vedono nelle Linee Gialle una ridefinizione unilaterale dei confini e un’espansione territoriale de facto, con pesanti conseguenze umanitarie e il rischio di tensioni regionali permanenti.
Oggi, quarant’anni fa, esplodeva il reattore 4 della centrale nucleare di Chernobyl, nell’allora Unione Sovietica.
Fu il più grande rilascio accidentale di materiale radioattivo mai registrato nella storia.
Nel giro di pochi giorni, le particelle si dispersero ben oltre i confini sovietici, fino a gran parte dell’emisfero settentrionale.
Eppure, all’inizio, Mosca rimase in silenzio.
L’esplosione - causata da un test di sicurezza e aggravata da difetti di progettazione - venne nascosta, anche ai propri cittadini.
Cinque giorni dopo, a Kiev, migliaia di persone parteciparono alla parata del Primo Maggio senza sapere di essere esposte a una nube radioattiva.
Solo quando in Svezia furono rilevati livelli anomali di radiazione, l’Unione Sovietica fu costretta ad ammettere che qualcosa era andato storto.
Il primo annuncio ufficiale arrivò la sera del 28 aprile e durò appena 20 secondi.
Si parlava di un reattore danneggiato e di una situazione “sotto controllo”, senza rivelarne la reale gravità.
Le autorità sovietiche nascosero la portata del disastro per mesi, persino alle migliaia di persone inviate a contenerlo.
Vigili del fuoco, minatori, soldati e civili - i cosiddetti “liquidatori” - spalavano detriti, spegnevano incendi e sigillavano il reattore distrutto, senza comprendere pienamente i rischi. Molti lo pagarono con la vita.
L’esplosione iniziale uccise due lavoratori. Altri 134 tra personale e soccorritori svilupparono la sindrome acuta da radiazioni; di questi, 28 morirono nei mesi successivi.
I dipendenti continuarono a lavorare nella centrale di Chernobyl anche nei mesi successivi al disastro. L’esplosione, infatti, distrusse il reattore 4, ma gli altri reattori dell’impianto rimasero in funzione per anni.
Le conseguenze sanitarie furono profonde e durature.
Tra il 1991 e il 2015 sono stati registrati quasi 20.000 casi di tumore alla tiroide tra chi aveva meno di 18 anni nel 1986, in Bielorussia, Ucraina e nelle regioni più contaminate della Russia.
Chernobyl fu anche uno shock politico: minò la fiducia nelle istituzioni sovietiche e contribuì al collasso dell’Unione Sovietica.
Dal ritorno alla Casa Bianca, il patrimonio di Donald Trump è quasi triplicato, riaccendendo il dibattito su quanto possano intrecciarsi potere politico e interessi personali.
Per decenni, i presidenti americani hanno cercato di evitare non solo i conflitti reali, ma anche la loro apparenza. Truman rifiutò qualsiasi uso commerciale del suo nome. Nixon arrivò a far controllare il telefono del fratello per timore che potesse sfruttare il cognome. George W. Bush vendette le sue azioni prima di entrare in carica. La maggior parte dei presidenti ha collocato i propri beni in blind trust o fondi diversificati per evitare sospetti che le decisioni pubbliche potessero essere influenzate da interessi personali.
Trump ha scelto una strada diversa. Non lo ha fatto nel primo mandato e non lo fa nel secondo. Da quando è tornato alla Casa Bianca, è rimasto coinvolto nei suoi affari, aprendo nuovi fronti di guadagno.
Una parte della crescita passa dalle criptovalute: la famiglia Trump ha venduto quote della sua società crypto a investitori legati agli Emirati per centinaia di milioni; poco dopo, gli Stati Uniti hanno concesso agli Emirati l’accesso a chip avanzati. Le memecoin con il suo nome hanno generato altri profitti. Il nodo è che, mentre queste attività crescono, l’amministrazione regola lo stesso settore e prende decisioni che riguardano quegli attori - come la grazia al fondatore di Binance, nonostante si fosse dichiarato colpevole di gravi reati - alimentando dubbi su possibili conflitti di interesse.
La Trump Organization, inoltre, sta vivendo una fase di forte espansione internazionale nel settore immobiliare. Nel secondo mandato, in poco più di un anno, sono stati firmati diversi accordi in contesti dove il confine tra pubblico e privato è sottile: in Qatar con una società statale, in Vietnam con il sostegno del governo e in Arabia Saudita con progetti legati a sviluppatori vicini alla famiglia reale.
Nel frattempo, Eric e Donald Jr. Trump investono in aziende che puntano a contratti pubblici, mentre Trump continua a monetizzare il proprio nome con prodotti e licenze. Solo nel 2025 ha guadagnato milioni da Bibbie, orologi, chitarre, libri, scarpe e profumi.
Mentre l’attenzione del mondo è concentrata sull’escalation tra Iran, Stati Uniti e Israele, non dobbiamo dimenticarci di Gaza.
La guerra in Iran sta producendo effetti ben oltre i suoi confini, aggravando una crisi già profonda nella Striscia. Il protrarsi delle tensioni regionali ha messo in secondo piano l’attuazione del piano di pace, incidendo su prospettive di governance, assistenza umanitaria e ricostruzione.
Nel frattempo, la situazione sul terreno continua a deteriorarsi. Con l’apertura di nuovi fronti, le forze israeliane hanno chiuso i valichi per settimane, limitando drasticamente l’ingresso di aiuti. Con Kerem Shalom come unico punto di accesso per merci e aiuti, cibo, medicinali e beni essenziali sono sempre meno disponibili e più costosi. Le interruzioni nelle catene di approvvigionamento stanno inoltre aumentando tempi, costi e incertezza nelle operazioni umanitarie.
Le conseguenze sono evidenti: il 77% della popolazione affronta livelli di insicurezza alimentare acuta, centinaia di migliaia di persone vivono in condizioni di emergenza e il sistema sanitario è al collasso.
La guerra ha avuto effetti anche sugli equilibri interni. Hamas, parte dell’Asse della Resistenza sostenuto da Teheran, appare oggi più debole, più diviso e sotto pressione finanziaria, mentre perde consenso anche nei Paesi del Golfo. La sua strategia appare sempre più orientata alla sopravvivenza, più che all’espansione del conflitto.
Sul terreno, Israele sta consolidando il controllo lungo la cosiddetta “linea gialla”, che divide Gaza in due e concentra oltre due milioni di persone in meno della metà del territorio, rafforzando una presenza militare sempre più stabile.
A sei mesi dal cessate il fuoco del 10 ottobre 2025, la situazione resta profondamente instabile: gli attacchi non sono cessati, la ricostruzione non è iniziata e più di due milioni di persone vivono nell’incertezza.
Oggi, ancora una volta, il rischio è che la crisi venga oscurata da eventi più ampi, nonostante il suo impatto umanitario resti gravissimo.
Il 15 aprile 2023 scoppiava la guerra in Sudan.
Tre anni dopo, è diventata una delle crisi umanitarie più gravi al mondo - e una delle meno raccontate.
Il conflitto nasce dallo scontro tra le Forze Armate Sudanesi (SAF) e le Forze di Supporto Rapido (RSF). Quella che doveva essere una lotta per il potere si è rapidamente trasformata in una guerra estesa su tutto il territorio, sostenuta anche da attori esterni.
Il bilancio è devastante. Secondo ACLED, almeno 59.000 persone sono state uccise, ma il numero reale è probabilmente più alto, anche per le morti indirette causate da fame, malattie e mancanza di cure, oltre che per le difficoltà di accesso alle aree di combattimento.
La guerra ha provocato una delle più grandi crisi di sfollamento al mondo (oltre 14 milioni di persone costrette a fuggire), mentre 19 milioni affrontano livelli acuti di insicurezza alimentare.
Entrambe le parti sono responsabili di attacchi diffusi contro i civili: bombardamenti, saccheggi, esecuzioni extragiudiziali e violenza sessuale sistematica.
Sempre più osservatori segnalano dinamiche con caratteristiche riconducibili al genocidio: le RSF e milizie alleate sono accusate di violenze sistematiche contro comunità non arabe, tra cui stupri, esecuzioni e uso della fame come arma.
L’ONU ha accertato che le RSF e le SAF hanno commesso crimini di guerra.
Uno degli epicentri più recenti è El-Fasher, nel Darfur, caduta nelle mani delle RSF nell’ottobre 2025, dove la popolazione ha affrontato violenze estreme, con analisi satellitari che mostrano segni di uccisioni di massa.
Nel frattempo, la crisi rischia di aggravarsi. Le tensioni in Medio Oriente stanno aumentando il costo di cibo, carburante e fertilizzanti, con effetti a catena anche sull’accesso agli aiuti e sulla sicurezza alimentare nel Paese.
Eppure, nonostante la portata della crisi, il Sudan resta ai margini dell’attenzione internazionale, complice la sua contemporaneità con la crisi russo-ucraina prima e mediorientale poi.
Difficoltà di accesso, blackout delle comunicazioni e un’agenda globale sempre più affollata rendono questa guerra sempre meno visibile.
Tre anni dopo, il rischio è che continui a esserlo.