Emanuele Centola

@emmaboshi

🍄 Emmaboshi presso @emmaboshi.studio . ✨ Gran ciambellano presso @metodoboshi . 🎤 Co-organizzatore di @bologna_front_end e @freelancecamp
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Pensando ad alta voce, come migliorare questa parte del mio contratto tipo. Troppo cautelativo?
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3 days ago
Dal 2000 lavoro nella grafica, dal 2010 come libero professionista. So che chi deve scegliere a chi affidare il proprio rebranding o un nuovo progetto di comunicazione si pone una domanda ricorrente: meglio rivolgersi a un’agenzia strutturata o a unə art director freelance? Non è una questione di prezzo. È una questione di come vengono distribuite le risorse, di quanti passaggi ci sono tra il cliente e il lavoro finale, di che tipo di attenzione riceve ogni singolo progetto. Ecco dieci differenze concrete tra i due modelli. Entrambi legittimi, ognuno con la sua logica. Commenta con la tua esperienza!
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20 days ago
Fatti recenti
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1 month ago
Quante volte ho rifatto il mio sito dal 2004 a oggi? Innumerevoli. In questo episodio guardiamo le versioni storiche di Emmaboshi.net, partendo dalla prima che si riesce a recuperare, datata 8 febbraio 2004. Per farlo utilizzo @internetarchive , che permette di rivedere le pagine così come erano pubblicate in quel momento. Nel 2004 moltissimi siti erano costruiti usando Flash, una tecnologia che consentiva animazioni, movimenti e interazioni che oggi è stata definitivamente dismessa. Anche il mio sito dell’epoca era interamente basato su Flash, quindi l’esperienza era fatta di transizioni, elementi che si muovevano e cambi di stato al passaggio del mouse. La prima versione in assoluto di emmaboshi.net l’avevo chiamata winter version con l’idea iniziale di aggiornarla ogni tre mesi (LOL) seguendo le stagioni. All’interno del sito c’erano le mie illustrazioni e collage, all’epoca mi piaceva molto cimentarmi in quei lavori. Compariva il personaggino che diceva ‘bestiale’ e c’era Ploki (in da baita), una micro crew che ci eravamo inventato con Lorenzo Lazzari. In parallelo avevo realizzato anche Pixpics, un piccolo sito pensato per raccogliere le mie fotografie, sì perché in quel periodo avevo anche aspirazioni da fotografo e stavo cercando uno spazio web separato dove mostrare quel tipo di produzione. Si vede inoltre il primo logo Emmaboshi, con la E e la B tridimensionali. L’illustrazione principale aveva un’impronta anni Cinquanta americana e un font molto marcato.
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2 months ago
Ricerca visiva 77 Le migliori copertine di libri degli ultimi dieci anni, secondo Literary Hub @literaryhub Una lettura critica delle copertine editoriali più citate dell’ultimo decennio, tra scelte tipografiche, collage ricorrenti e strategie visive pensate per farsi notare sullo scaffale In questo episodio della ricerca visiva quotidiana mi sono immerso nella classifica delle migliori copertine editoriali degli ultimi dieci anni pubblicata da Literary Hub, una piattaforma statunitense curata da editor ed editori indipendenti, che si occupa di critica letteraria, editoria e cultura del libro. Il sito ha raccolto, anno per anno, le copertine più citate e discusse dal 2016 al 2025, riunendole in un unico articolo che diventa una panoramica molto ampia sullo stato della grafica editoriale contemporanea. Ho sfogliato questa selezione come farei davanti a uno scaffale, soffermandomi su ciò che emerge a colpo d’occhio e su ciò che invece resta più debole nonostante una buona esecuzione. Alcune copertine lavorano sulla materia stessa del libro, come Cannibals in Love (2016), progettata da Na Kim @na_son dove la carta sembra tirata, lacerata, quasi epidermica, e il gesto fisico diventa parte del contenuto visivo. Altre si affidano a soluzioni più tipografiche, come But What If We’re Wrong di Chuck Klosterman, con design di Paul Sahre @psahre , dove il titolo rovesciato diventa un dispositivo immediato per emergere nello spazio della libreria. Nel corso degli anni tornano con insistenza il collage, l’assemblaggio analogico, il ritaglio, spesso usati come segni riconoscibili ma non sempre necessari. Alcune copertine risultano eleganti e misurate, altre più cariche, talvolta eccessivamente complesse. Il tema della visibilità sullo scaffale è costante: molte scelte grafiche sembrano pensate per distinguersi dalla media più che per costruire un sistema coerente. Una presenza ricorrente è quella di Peter Mendelsund @petermendelsund , designer statunitense nato nel 1968, tra i più influenti nel panorama editoriale angloamericano.
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2 months ago
Ricerca visiva 76, Gradient Pills by @felixturner : gradienti generativi, forme elastiche, codice visivo. Un esperimento web in cui gradienti animati, shader e controlli parametrici convivono in tempo reale dentro il browser, mostrando come il codice possa diventare materia visiva. Ti porto a esplorare un esperimento visivo di Felix Turner, un creative technologist di Los Angeles specializzato in sviluppo web front-end, WebGL e shader GLSL. Il progetto si chiama Gradient Pills ed è una serie di animazioni di gradienti in forma di “pillole” scalabili e deformabili direttamente nel browser. Ti accoglie una prima schermata in cui il gradiente pulsa e si muove con un ritmo fluido, e cliccando puoi avanzare per scoprire altre variazioni. Ogni composizione è generata via codice e manipolata tramite parametri che puoi regolare in tempo reale. Una delle caratteristiche più intriganti del progetto è il pannello di controllo in basso a destra con cui si rivelano i parametri che permettono di ruotare la forma, alterarne la frequenza delle onde, cambiare l’ampiezza della deformazione e persino modificare l’intensità del bagliore esterno. Tra i controlli più divertenti c’è anche la possibilità di switchare i livelli di visualizzazione tramite la “Debug view”, che evidenzia la struttura sottostante della forma — bordi sfocati, maschere generali e tracciati che danno corpo al gradiente con sfumature organiche e dinamiche. Oltre alla semplice variazione di colore (puoi scegliere due palette di base, ad esempio aggiungendo toni gialli o più freddi), si può regolare la proporzione del gradiente stesso, spingendo l’animazione verso risultati più lineari o più caotici, a seconda di ciò che stai cercando di ottenere. Tutto questo è eseguito in tempo reale nel browser, sfruttando tecnologie web aperte come JavaScript e WebGL, senza alcuna dipendenza da tool esterni, caratteristica che rende Gradient Pills interessante sia come esperimento visivo sia come laboratorio di interfacce e interazioni grafiche.
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3 months ago
Nel video di oggi esploriamo archiviograficaitaliana.com, un progetto fighissimo ideato da @munaridesign , per comprendere, studiare o semplicemente lasciarsi ispirare dalla storia della grafica italiana del Novecento. L’archivio ha una struttura rigorosa con progetti filtrabili per anno, autore, medium o tipologia di lavoro. In questo video ci guardiamo il progetto per La Rinascente nel 1951 firmato da Max Huber, maestro del modernismo svizzero attivo in Italia che ha lasciato un’impronta decisiva nel visual design del secondo dopoguerra. Diamo un'occhiata anche ai logotipi Olivetti disegnati nel 1970 da Walter Ballmer, anche lui svizzero attivo a lungo in Italia, al logo Coin del 1955, ancora firmato da Max Huber, meno noto rispetto ad altre versioni successive ma molto figo. Una delle sezioni che più mi piacciono di archiviograficaitaliana.com è quella dedicata agli anni Cinquanta, con i progetti, tra gli altri, del mitico Erberto Carboni, artista e grafico parmense classe 1899. Il suo lavoro per Barilla del 1956 – in particolare guardiamo un packaging per la pasta a fondo blu con pattern fatti di pasta che cade – rappresenta secondo me un vertice espressivo per la grafica industriale italiana. Navigando questo sito nella sezione anni Novanta incontriamo un visual progettato da Pierpaolo Vetta (dello studio Tassinari/Vetta), uno dei protagonisti della grafica editoriale e culturale italiana contemporanea, per una presentazione di un libro di Frank Gehry. L’archivio, pur essendo monolingua inglese, è estremamente accessibile e rappresenta un vero strumento di consultazione per chi lavora nel mondo del design visivo. archiviograficaitaliana.com
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3 months ago
Ricerca visiva 74 Atextures: texture perdute, carte parlanti, immagini profonde Un viaggio dentro una galleria Flickr fatta di carte, scansioni, fotografie e superfici imperfette, dove la texture diventa linguaggio e ispirazione progettuale. In questo episodio della ricerca visiva quotidiana continuo l’esplorazione degli abissi di Flickr e mi imbatto in una galleria che mi ha letteralmente risucchiato: Atextures. È una raccolta curatoriale che vive dentro Flickr e che funziona come un grande contenitore di immagini accomunate più da una sensibilità che da una regola precisa. A curarla è Paratext Archive, un archivio che raccoglie materiali visivi eterogenei, spesso storici, spesso anonimi, sempre fortemente materici. Atextures è una galleria aperta ai contributi di più utenti e proprio per questo risulta imprevedibile, discontinua e sorprendente. Dentro ci trovi di tutto: fotografie pubblicitarie anni ’50, carte marmorizzate dell’Ottocento, pagine di libri scientifici, scansioni microscopiche, botanica, astronomia, quaderni, francobolli, pattern, noise puro. Ogni immagine ha una texture forte, sgranata, imperfetta, di quelle che ti viene voglia di usare subito come base per un progetto grafico. La cosa che mi interessa di più è che molte di queste immagini potrebbero vivere una seconda vita: diventare palette cromatiche, fondi, pattern, icone, addirittura loghi. Alcune hanno una regolarità quasi scientifica, difficilissima da ricostruire in vettoriale, altre invece sono pura casualità analogica, ed è proprio lì che succede qualcosa di interessante. Atextures è uno di quei posti in cui puoi perdere ore senza accorgertene, passando da una foto all’altra come in un archivio infinito. È un pozzo di ispirazione visiva, disordinato ma curato, che consiglio a chiunque lavori con grafica, immagini e materia. Ti lascio il link in descrizione: se ti va, preparati a perderci una giornata intera.
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3 months ago
Fatti recenti
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3 months ago
Ricerca visiva 72 Rituals for good: report narrativo, dati illustrati, corporate fantasy. Un impact report trasformato in racconto digitale, dove numeri, tipografia e illustrazione guidano la lettura In questo episodio della ricerca visiva quotidiana guardiamo Rituals for Good che è un impact report, un bilancio annuale che invece di presentarsi come un documento tecnico, ha la forma del racconto e diventa un sito da esplorare. Questo report è costruito come una pergamena che si srotola, ci sono un prologo, capitoli intermedi e un epilogo finale. Tipografia decorativa, cornici illustrate, palette ridotta e animazioni leggere accompagnano KPI, score e indicatori senza interrompere la lettura. I dati restano centrali, ma vengono inseriti dentro una struttura narrativa continua. Il progetto è firmato da Something Familiar @familiarsomething , un’agenzia inglese che si occupa di branding, identità visiva e progetti digitali, ed è anche una B Corp, ovvero un’azienda certificata che rispetta standard verificati di impatto sociale e ambientale, trasparenza e responsabilità. Le B Corp sono tenute a pubblicare un bilancio di impatto annuale in cui rendicontano governance, persone, comunità, ambiente e clienti, seguendo criteri condivisi a livello internazionale. Qui la rendicontazione diventa esperienza editoriale. I dati sono spiegati con un linguaggio accessibile, accompagnati da illustrazioni e micro-testi che mantengono alta l’attenzione. Questo progetto ci dimostra come anche un documento obbligatorio possa trasformarsi in uno strumento di comunicazione coinvolgente e ben progettato.
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3 months ago
Faccio fatica a buttare via le shopper quando sono carine. In questo video ti mostro tutte quelle che ho accumulato di recente, con le loro grafiche
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4 months ago
Ricerca visiva 71 Zorg van de Zaak: rosa sanitario, corporate gentile, texture imperfette. Quando la sanità aziendale smette di essere grigia e trova una voce visiva più umana, fatta di colore, tipografia e piccoli segni imperfetti. In questo episodio della ricerca visiva quotidiana diamo un'occhiata all’identità realizzata per Zorg van de Zaak dall’agenzia di Amsterdam Revolte. Mi ha colpito l’uso di un rosa molto acceso e di una tipografia tutta minuscola, essenziale, che imposta immediatamente un tono preciso e riconoscibile. Zorg van de Zaak opera nella sanità per le aziende, un settore solitamente comunicato con codici visivi neutri e istituzionali. Qui invece il colore diventa protagonista e la tipografia introduce una dimensione più umana. È una scelta che sposta l’attenzione dalla burocrazia alla persona, rendendo il brand più vicino e contemporaneo. Mi piace la combinazione tra elementi digitali e interventi di sapore analogico. Pattern puntinati, rigature, texture bitmap e segni che ricordano la matita convivono con superfici pulite e vettoriali. Questo contrasto costruisce un sistema visivo dinamico, capace di restare ordinato senza risultare piatto. Le illustrazioni e i doodle lavorano per sottrazione: cerchi, frecce, sottolineature che accompagnano il testo e ne rafforzano il ritmo. Questo approccio mi ha ricordato il lavoro di Blexbolex, soprattutto per l’uso misurato della figura e per quella qualità grafica che resta funzionale alla comunicazione. Dal sito alle brochure, fino alle animazioni e alle fotografie monocromatiche, il progetto mantiene una forte coerenza. La tipografia principale, più morbida e umanistica, dialoga con un carattere a bastoni più rigoroso. Ne risulta un’identità solida, ben strutturata, che dimostra come anche ambiti complessi possano essere raccontati con un linguaggio visivo chiaro e personale.
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4 months ago