Phil Elverum l’ho scoperto neanche un anno fa grazie ad un podcast. Mi ha colpito per la musica e perché in lui vi è una fusione totale tra arte e vita. Una visione romantica, forse ingenua ma di cui ho immediatamente subito il fascino.
Real death è il pezzo di apertura del disco “A Crow Looked at Me” scritto e registrato da Phil dopo la morte della moglie Geneviève a soli 35 anni e solamente un anno dopo la nascita della loro unica figlia Agathe. E’ un disco di una sincerità disarmante, dal suono minimale e spoglio, registrato in presa diretta nella camera in cui è morta la moglie, e con dei testi diretti, spietati dove non c’è traccia di poesia:
“Death is real
Someone's there and then they're not
And it's not for singing about
It's not for making into art
When real death enters the house
All poetry is dumb”
A differenza di altre canzoni scritte sul tema della morte, questa mi aveva lasciato addosso un grandissimo disagio fin dal primo ascolto. Non c’è catarsi. L’arte ha fallito. Non c’è conforto nella natura. Non c’è nessuna trascendenza. Solo la drammatica banalità della morte.
“It’s dumb, and I don’t want to learn anything from this
I love you”
Non c’è la volontà di imparare nulla da questa tragedia. Solo il vuoto.
L’ho ascoltata la sera in cui è morto mio papà, mentre tornavo a casa. Era l’una di notte e non mi sono sentito mai così stanco in vita mia. Volevo solo tornare a casa, sdraiarmi nel letto e dormire.