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Cristina Resa

@bansheec

A rubber chicken with a pulley in the middle. (Folk) horror is kind of my thing. ✒️ @ignitalia , @i400calci , @ghineanewsletter 🎙 @incompetenti.podcast
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#JohnCarpenter vs #horrorcontemporaneo, secondo Cristina Resa (@bansheec ), nostra ospite in occasione della proiezione de “Il signore del male”. Dopo la pausa di una settimana lunedì 30 riprende la restrospettiva 𝐽𝑜ℎ𝑛 𝐶𝑎𝑟𝑝𝑒𝑛𝑡𝑒𝑟’𝑠 𝑂𝑡ℎ𝑒𝑟𝑤𝑜𝑟𝑙𝑑 da dove avevamo rimasti: 𝐈𝐥 𝐬𝐞𝐦𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐟𝐨𝐥𝐥𝐢𝐚, che sarà introdotto da @niccolo.testi . Come sempre spettacolo unico, in lingua originale, e chi non si presenta è... un folle. 👉🏻 𝐋𝐔𝐍𝐄𝐃𝐈̀ 𝟑𝟎 𝐌𝐀𝐑𝐙𝐎, 𝐎𝐑𝐄 𝟐𝟏.𝟎𝟎 Media partner: @horroritalia24 In collaborazione con: @fipilihorrorfestival
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1 month ago
Se non siete riusciti ancora a vedere “La Cosa” e “Il signore del male”, avete una settimana esatta per mettervi in pari e godervi a pieno l’ultimo capitolo della trilogia dell’apocalisse di John Carpenter, sul grande schermo. 𝐈𝐥 𝐬𝐞𝐦𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐟𝐨𝐥𝐥𝐢𝐚 concluderà un percorso iniziato idealmente con l’apocalisse corporea del primo film e che esploderà nell’apocalisse psicopatologica (il crollo totale dell’”io”) in questo terzo capitolo. E se eravate tra i fortunati partecipanti all’incontro di approfondimento con Cristina Resa (@bansheec ) sapete *esattamente* di cosa stamo parlando. Spettacolo unico 𝐈𝐥 𝐬𝐞𝐦𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐟𝐨𝐥𝐥𝐢𝐚 (v.o.sot.ita) 𝐋𝐔𝐍𝐄𝐃𝐈̀ 𝟑𝟎 𝐌𝐀𝐑𝐙𝐎, 𝐎𝐑𝐄 𝟐𝟏.𝟎𝟎 Media Partner: @horroritalia24 In collaborazione con: @fipilihorrorfestival
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1 month ago
Questo libro è uscito due mesi fa e ci ho messo un po’ per scrivere questo post, il che dice qualcosa su come funziono con le cose a cui tengo molto. Le rimando, ci giro intorno, aspetto di trovare le parole giuste. #DarkestMargins, curato da Matt Rogerson @bavalamp e publicato da 1428 Publishing, è una raccolta di saggi sulla liminarità nell’horror e contiene un mio contributo. Ho scritto di Il Demonio di Brunello Rondi, una delle mie ossessioni: Purif, una figura mostruosa per la sua comunità non perché posseduta, ma perché il suo corpo e il suo desiderio sfidano la morale cattolica e patriarcale che la circonda. Una donna sospesa ai margini, tra l’esistere e il non esistere. Matt ha creduto in me quando mi ha proposto di far parte del volume e ha continuato a farlo durante tutto il percorso, anche nei giorni in cui non ci credevo io. E per questo non smetterò mai di ringraziarlo. Darkest Margins si trova in molte librerie fisiche e online nel Regno Unito. Se siete in Italia, il sito è ancora in costruzione ma potete scrivere a @1428publishing per informazioni. This book came out two months ago and it took me a while to write this post, which tells you something about how I relate to the things I actually care about. I put them off, circle around them, wait until I find the right words. Darkest Margins, edited by Matt Rogerson and published by 1428 Publishing, is a collection of essays about liminality in horror, and I have an essay in it. I wrote about Brunello Rondi’s The Demon, one of my obsessions: Purif, a monster for her community, not because she is possessed, but because her body and her desire defy the Catholic and patriarchal morality that surrounds her. A woman suspended on the margins, between existence and non-existence. Matt believed in me when he asked me to be part of this volume, and kept believing in me through the whole process, including on the days I didn’t. And for that, I will never stop being grateful. Darkest Margins is available in many physical and online bookshops across the UK (contact @1428publishing for info). Cover by @kim_a_tron
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2 months ago
C’è un modo rassicurante in cui il cinema, quando guarda ai videogiochi, prova a farli rientrare nelle proprie forme, anche fuori dagli adattamenti diretti. Di solito a passare da un medium all’altro è un’idea, una meccanica, un’estetica, spesso il rapporto con la reiterazione e il trial and error, tradotti in qualcosa di riconoscibile, che si inserisce nella grammatica cinematografica. È un approccio comprensibile, perché ogni medium ha il proprio linguaggio. E succede anche il contrario, con i videogiochi che rielaborano elementi drammaturgici e li mettono in relazione con l’azione. È la storia dei media: codici che si mescolano, si accumulano, si contaminano e generano nuovi linguaggi. #HundredsofBeavers di Mike Cheslik, scritto con Ryland Tews, fa entrambe le cose, ma con una lucidità rara. Conosce perfettamente i codici che usa e li piega a una commedia che guarda al passato ma suona sorprendentemente contemporanea, creando qualcosa di originale e artigianale. Il punto di partenza è quasi opposto al solito processo di traduzione tra media. Non è il videogioco che diventa cinema, ma il contrario. Il film si ispira al muto, prende lo slapstick e l’azione fisica alla Buster Keaton, li unisce alla commedia animata surreale in stile Looney Tunes e li incastra in una progressione videoludica pura. Il videogioco non è solo un repertorio di riferimenti, ma grammatica: le sue regole e la sua fisica costruiscono l’universo del film, un mondo surreale ma coerente. Il risultato è una divertente e orgogliosissima commedia con persone in buffi costumi di animali, capace di raccontare molto più di quanto promettano le sue gag fuori di testa, ma è anche un’opera che capisce una cosa raramente detta con questa chiarezza: la progressione videoludica non è solo accumulo e potenziamento, è un modo di organizzare il mondo e dare senso alle azioni. È un playthrough in cui Cheslik costruisce su questa intuizione una macchina comica purissima, in cui cinema e videogiochi coesistono e si alimentano a vicenda. Se vi va, ne parliamo allo @spaziogloria di Como oggi (13 maggio) alle 21, dove introdurrò il film con @andrea_peduzzi . @hundredsofbeaversit
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4 days ago
Buona parte del lavoro su questo libro l’ho svolto in una biblioteca pubblica; e più si frequentano le biblioteche, più ci si rende conto della loro importanza non solo culturale, ma anche sociale, per il territorio. Sono spazi liberi, aperti e condivisi, forse i più preziosi tra tutti i terzi luoghi. È stato quindi naturale - grazie a @paolaisontheline - organizzare una presentazione in biblioteca, e in particolare in quella di Lambrate: oltre a essere la più grande di Milano per la libera consultazione, è stata anche tra le prime a proporre la Gaming Zone, in cui è possibile giocare ai videogiochi in loco o prenderli in prestito. Con me ci sarà ancora @bansheec per una chiacchierata su retrogaming, nostalgia e dissenso. Vi aspettiamo mercoledì 20 maggio alle 18!
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13 days ago
🎬 HUNDREDS OF BEAVERS di Mike Cheslik / Questo cult che fonde commedia slapstick e videogiochi arriva allo Spazio Gloria per un evento speciale – Con presentazione di Cristina Resa e Andrea Peduzzi, critici di IGN Italia ✨Jean Kayak, un venditore di sidro che ne è anche un assiduo bevitore, perde sia tutti gli alberi da frutto che i suoi macchinari in un incendio e si ritrova nudo in mezzo alla neve. Per sopravvivere deve diventare il miglior cacciatore di grossi castori i quali, a loro volta, hanno piani molto ambiziosi. 📅 Mercoledì 13 maggio - Ore 21:00 Ingresso riservato ai soci Arci – Iscriviti online su www.tessera-arci.it 📍 Spazio Gloria – Via Varesina 72, Como 🍺 Bar attivo dalle 20:00 🍔 Cinemenù (ingresso + panino + bevanda + caffè) a 15€ 🎫 Biglietti disponibili in cassa e online 📞 +39 351 6948307 ℹ #Cinema #SpazioGloria #HundredsOfBeavers
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20 days ago
C’è un film che amo molto e al quale finisco sempre per tornare: Non aprite quella porta di Tobe Hooper del 1974. Una storia che sembra innestarsi nell’esperienza dell’hixploitation, filone exploitation che sfrutta gli stereotipi della cultura rurale degli USA, ma racconta una storia molto diversa e sovversiva, che colloca le origini dell’orrore al di fuori del contesto rurale, nella realtà industriale. La famiglia Sawyer, infatti, perde il lavoro al mattatoio per essere sostituita da mezzi di abbattimento più efficienti e inizia a consumare carne umana. Non credo sia un caso se Joan Samson, nel 1975, lavori sulla stessa frattura con strumenti e linguaggio diversi. In Il banditore - di cui parlerò domani al Bookclub @neripozza (che ringrazio tanto) con @emanuele_malpezzi e @francescadiotallevi_ a moderarci - non è così esplicitamente violento, ma tratta dello stesso sfruttamento del capitalismo. Un banditore arriva nel piccolo centro rurale di Harlowe sostenendo che la compravendita sia la migliore tradizione statunitense, organizza aste con gli oggetti che riesce a recuperare dalla comunità e con i guadagni contribuisce a far crescere il corpo di polizia locale, che progressivamente acquisisce sempre più potere. In sostanza, la legalità diventa la maschera dell’autoritarismo. Vi suonano dei campanelli? La comunità al centro del romanzo cede lentamente: viene meno la spinta a un agire collettivo, insieme ai legami e alla fiducia reciproca, sotto la pressione di logiche che riconosce troppo tardi per quello che sono. Samson viene spesso accostata a Shirley Jackson per la capacità di rendere perturbante lo spazio quotidiano. Quello che fa qui è ancora più preciso: mostra come l’autoritarismo sia legato a doppio filo al potere economico, e per attecchire gli basta insinuarsi nel quotidiano e aspettare. Il banditore racconta una storia dell’orrore che non ha bisogno di mostri per essere spaventosa. Già negli anni Settanta, lo sguardo lucido di Samson coglieva dinamiche di potere ormai radicate nel nostro presente. Se vi va, ne parliamo domani 25 marzo al Bookclub Neri Pozza dalle 18.30. È online e per partecipare potete scrivere a [email protected].
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1 month ago
La memoria culturale non si conserva, si trasmette. Non è una sfumatura da poco: conservare significa tenere fermo, al riparo, come se il passare del tempo fosse un pericolo. Trasmettere significa rimettere in circolo, lasciare che ogni passaggio trasformi la forma senza svuotarla. Le narrazioni popolari funzionano così: si reiterano, cambiano, accumulano significati. È un gesto attivo di trasformazione che mantiene viva una voce e mette in relazione passato, presente e futuro. Il blues è un esempio di questo meccanismo. Nasce per tenere insieme memoria e identità. Non è stato solo intrattenimento, è un archivio affettivo e politico dell’esperienza della tratta e della schiavitù che ha attraversato generazioni, geografie e contesti. Paul Gilroy, studioso della diaspora africana, definisce questo processo connective culture: una cultura che mette in connessione radici, creando identità nuove che non cancellano le precedenti, ma restano in dialogo, in un intreccio di riconoscimenti. Forme e significati cambiano, la funzione resta: ricordare, riallacciare legami, resistere, curare. C’è una sequenza in Sinners di Ryan Coogler in cui tutto questo prende forma. Nel juke joint, Sammie inizia a suonare e compaiono figure di epoche e culture diverse, corpi che danzano nello stesso spazio, fantasmi del passato, del presente e del futuro. Non è una visione, è un rito. La macchina da presa segue il movimento in un piano sequenza quasi circolare, che richiama il ring shout bakongo, pratica in cui il movimento in cerchio convoca gli antenati e apre una soglia. Il juke joint diventa uno spazio liminale in cui tradizioni segnate da esperienze di oppressione condividono un momento gioioso e furioso di libertà. La sequenza è il cuore tematico ed emotivo di un film stratificato che funziona come una canzone popolare. È tante cose: period piece, musical, action horror d’assedio carpenteriano con i vampiri, riflessione sul colonialismo. Sinners si fa archivio vivente senza mai dimenticare, proprio come fa il blues, di essere grande intrattenimento. Ne ho scritto su @ignitalia . Volevo farlo da tanto e spero di aver reso almeno po’ di giustizia al mio film preferito del 2025.
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2 months ago
Venerdì 6 marzo presenterò Giocare con il passato alla libreria Ubik di via Monterosa 91, a Milano! Con me ci sarà @bansheec per una chiacchierata su retrogaming, nostalgia, il loro significato politico e altro ancora. Vi aspettiamo!
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2 months ago
Ci siamo, abbiamo il nuovo libro del bookclub Neri Pozza. #NeriPozza
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3 months ago
Su @i400calci ho scritto di, surprise, un folk horror diretto dalla mia famiglia preferita, #MotherofFlies. Che voglia bene alla Adams Family è noto, nel pezzo dico perché. Per chi non la conosce, si tratta di un collettivo familiare che lavora insieme da quando le figlie erano bambine. Si occupa di tutto e realizza film artigianali con microbudget, capaci di trasformare i limiti in opportunità creative. C’è poi il modo particolare in cui la famiglia Adams fa film, la stima reciproca che si percepisce e diventa parte dell’esperienza di visione. Da questo punto di vista, Mother of Flies, scritto e diretto da Toby Poser, John e Zelda Adams, è la sintesi più matura di un percorso nel genere horror iniziato con The Deeper You Dig. La storia è semplice: Mickey e Jake, figlia e padre, si spingono fino alla casa di Solveig, che vive nei boschi e promette di curare Mickey, la cui malattia non lascia prospettive di guarigione, attraverso rituali di necromanzia. Solveig è un personaggio ambiguo, una strega che abbraccia l’immaginario tradizionale. Non si tratta di una rilettura rassicurante, non ci sono recuperi simbolici anacronistici o discorsi emancipatori semplificati. Questa strega è legata alla morte, al dolore, al desiderio, al trauma. Il film prende la strega dell’immaginario persecutorio e la racconta come figura mostruosa e tragica. Così, si appropria dell’idea di strega - che, ci tengo sempre a ricordare, nasce come costrutto dei persecutori - senza addomesticarla. Il potere di Solveig è legato al ciclo naturale e alla decomposizione: è una necromante ma anche una guaritrice. In questo senso, Mother of Flies dialoga con l’antropologia medica, con l’idea che la cura non sia solo un fatto clinico, ma anche un processo simbolico. In questo percorso la famiglia Adams non ci rassicura, ci invita ad assistere a una sorta di rituale privato che ha scelto di condividere. Lo fa girando un buon horror, che non colpisce perché impeccabile, ma perché calibrato. Pur lasciando al genere la libertà di esplorare le dimensioni più crude, maneggia dolore, paura e perdita con attenzione. Dico di più su I 400 Calci, link nei soliti posti.
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3 months ago
La retrospettiva 𝐉𝐨𝐡𝐧 𝐂𝐚𝐫𝐩𝐞𝐧𝐭𝐞𝐫’𝐬 𝐎𝐭𝐡𝐞𝐫𝐰𝐨𝐫𝐥𝐝 si arricchisce di tre momenti di approfondimento, analisi e confronto sul regista. 𝐓𝐡𝐞𝐲 𝐋𝐢𝐯𝐞, 𝐖𝐞 𝐓𝐚𝐥𝐤 Tre appuntamenti concepiti come tappe distinte di un unico discorso critico, che permetterà di attraversare l’universo carpenteriano accogliendone la complessità, le connessioni, l’eredità, sia tematiche che artistitche. Ingresso gratuito con prenotazione (max 35 persone) già attiva sul nostro sito. La durata di ogni incontro è di circa 1 ora. 𝐼 𝑝𝑜𝑠𝑡𝑖 𝑠𝑜𝑙𝑜 𝑙𝑖𝑚𝑖𝑡𝑎𝑡𝑖, 𝑠𝑖 𝑝𝑟𝑒𝑔𝑎 𝑑𝑖 𝑖𝑠𝑐𝑟𝑖𝑣𝑒𝑟𝑠𝑖 𝑠𝑜𝑙𝑜 𝑠𝑒 𝑟𝑒𝑎𝑙𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑖𝑛𝑡𝑒𝑟𝑒𝑠𝑠𝑎𝑡ə, 𝑎𝑣𝑒𝑛𝑑𝑜 𝑐𝑢𝑟𝑎 𝑑𝑖 𝑐𝑜𝑚𝑢𝑛𝑖𝑐𝑎𝑟𝑒 𝑖𝑛 𝑎𝑛𝑡𝑖𝑐𝑖𝑝𝑜 𝑒𝑣𝑒𝑛𝑡𝑢𝑎𝑙𝑖 𝑐𝑎𝑛𝑐𝑒𝑙𝑙𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑖, 𝑖𝑛 𝑚𝑜𝑑𝑜 𝑑𝑎 𝑙𝑖𝑏𝑒𝑟𝑎𝑟𝑒 𝑖𝑙 𝑝𝑜𝑠𝑡𝑜 𝑝𝑒𝑟 𝑎𝑙𝑡𝑟𝑒 𝑝𝑒𝑟𝑠𝑜𝑛𝑒. _____ LUNEDì 16 FEBBRAIO, ORE 19.00 Marco Nucci (@marconucci86 ) e Niccolò Testi (@niccolo.testi ) 𝐄𝐬𝐬𝐢 𝐩𝐚𝐫𝐥𝐚𝐧𝐨 - 𝐉𝐨𝐡𝐧 𝐂𝐚𝐫𝐩𝐞𝐧𝐭𝐞𝐫 𝐞 𝐢𝐥 𝐥𝐚𝐭𝐨 𝐨𝐬𝐜𝐮𝐫𝐨 𝐝𝐞𝐠𝐥𝐢 𝐚𝐧𝐧𝐢 ‘𝟖𝟎 A seguire, ore 21.00, proiezione in sala di “La Cosa” (1982) _____ LUNEDì 9 MARZO, ORE 19.00 Cristina Resa (@bansheec ) 𝐈𝐥 𝐬𝐢𝐠𝐧𝐨𝐫𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐦𝐚𝐥𝐞: 𝐟𝐨𝐫𝐦𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐩𝐨𝐜𝐚𝐥𝐢𝐬𝐬𝐞 𝐧𝐞𝐥 𝐜𝐢𝐧𝐞𝐦𝐚 𝐝𝐢 𝐂𝐚𝐫𝐩𝐞𝐧𝐭𝐞𝐫 A seguire, ore 21.00, proiezione in sala di “ll signore del male” (1987) _____ LUNEDì 16 MARZO, ORE 19.00 Emanuele Rauco (@grouchoromano ) 𝐂𝐫𝐨𝐧𝐚𝐜𝐡𝐞 𝐝𝐢 𝐮𝐧 𝐚𝐬𝐬𝐞𝐝𝐢𝐨: 𝐮𝐬𝐨 𝐝𝐞𝐠𝐥𝐢 𝐬𝐩𝐚𝐳𝐢 𝐜𝐡𝐢𝐮𝐬𝐢 𝐞 𝐬𝐜𝐞𝐧𝐨𝐠𝐫𝐚𝐟𝐢𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐫𝐢𝐥𝐞𝐠𝐠𝐞𝐫𝐞 𝐢 𝐠𝐞𝐧𝐞𝐫𝐢 A seguire, ore 21.00, proiezione in sala di “Essi vivono” (1988) Media partner: @horroritalia24 In collaborazione con: @fipilihorrorfestival
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3 months ago