Se non fosse stato per @tegamini non mi sarei mai imbattuta in questo trend. E chi sono io per sottrarmi dal condividere la mia faccia da schiaffi con voi? Eccomi in tutta la mia monelleria, con le guance da chilo, meno fastidio verso l’umanità, ma sempre piena rasa ✨
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#trend #iodabambina #memories #childhood #babyaniastef
Il #2026 è il nuovo #2016
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Ho avuto difficoltà a trovare delle foto, non tengo quasi niente nel telefono e, a parte le foto fatte durante i viaggi, non conservo praticamente nulla. Questa è una cosa che sicuramente non è cambiata in dieci anni. Non avevo Instagram, ho aperto il profilo solo nel 2018, prima usavo facebook, ma era già un luogo ostile, pieno di commenti ignoranti e cattivi, un posto che sentivo molto stretto. Anche questo non è cambiato tanto in dieci anni, anzi forse è pure peggiorato, la pandemia non ha aiutato. Nel 2016 sicuramente non c’era l’odore di un imminente lockdown, ero senza lavoro e non avevo un mutuo sulle spalle. Forse è stato l’ultimo anno dove ho preso sole per abbronzarmi e uno degli ultimi in cui ho festeggiato la vigilia di Natale; sono diventata madrina di una polpetta che adorava Masha e Orso, ora fa judo e legge Dragonball, chissà tra dieci anni pure lei come sarà cambiata. Avevo ancora voglia di fare dolci, pochi, anche se lo spazio nella vecchia casa scarseggiava. Ora che lo spazio abbonda, sono piena rasa di un po’ tutto e non mi va più. Cannella era una cucciola di 2 anni. Il 2016 è anche l’anno in cui mi sono sposata, avevo i capelli lunghi e portavo cappelli di paglia, oggi indosso con fierezza il mio cuoio capelluto. Sono stata in vacanza negli States, un luogo che non faceva paura come oggi, ho visto luoghi che porto ancora nel cuore, sono diventata un puntino verde nella Monument Valley e ho incontrato e abbracciato Olaf (chiunque tu fossi sotto quel costume, grazie per quell’attimo di felicità). Come ogni anno, ha avuto i suoi alti e bassi, ero decisamente un’altra persona, ma una cosa è certa: non vedrete mai più così tante foto che mi ritraggono unite in un singolo post. 🚀🤣
Hai detto trend? 👀
Poi, trattandosi di libri, ancora meglio.
Visto da @piccolomicrocosmo e @iamdianacolucci mi sono detta “andiamo a rispolverare vecchie foto”. Ero indecisa se usarne una dove faccio la scimmietta al parco, ma alla fine ha vinto la sobrietà (più o meno).
Tutto è iniziato con La piccola fiammiferaia. Lo portavo ovunque, anche all’asilo, l’ho consumato quel librino fine fine. Ho iniziato la mia vita libresca in allegria 🤣. Sarà per questo che ancora oggi amo leggere le storie che mi devastano? Non lo escludo.
Mai sono mancati i fumetti, sono cresciuta con le edizioni in francese di Tintin e di Asterix, collezione di mio papà, meravigliosi volumi singoli e cartonati dei quali ancora ricordo le copertine colorate 🤩 (l’edizione che ho io di Tintin con le storie raggruppate non ha lo stesso fascino).
E Jules Verne, mio grande amore ancora oggi, e l’Isola del tesoro letto in classe in terza elementare - quindici uomini sulla cassa del morto - chi se lo dimentica. Alle medie mi sono innamorata di Ariosto e il suo Orlando furioso che ho preso in mano seriamente dopo la maturità… che immensa bellezza.
Oggi continuo a leggere un po’ di tutto, ho molti libri del cuore, ma non un preferito (giammai!). A volte affronto periodi in cui ho meno voglia di leggere, ovvio, subentra la stanchezza, la vita, non ci sono più soltanto i compiti di matematica da fare dopo pranzo e poi tutta la sera libera. Però posso dire che sono stati pochi questi momenti e sono durati poco, mai un blocco totale, un libro in mano o in borsetta c’è sempre. E direi per fortuna. ❤️
Il nostro protagonista si chiama Mocci, ha trenta e qualcosa anni e fa un lavoro strano (e precario): ogni giorno prende la sua utilitaria e, da Cagliari, va nello spazio a recuperare le cose che la gente perde e vuole recuperare. Non ha un gran rapporto con sua sorella e ancor meno con suo padre, che è malato, forse più gravemente di quel che si crede, e che Mocci non va mai a trovare, inventando sempre nuove scuse, il cui riassunto è che “deve andare nello spazio”. Ma un giorno il padre sparisce e dove sarà andato a finire? Riuscirà Mocci a trovarlo e a fare i conti con il dolore e la rabbia che si porta dentro?
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Riccardo Atzeni debutta come autore completo FINALMENTE (evviva! Che gioia e che felicità) e lo fa con un fumetto che è un balsamo per cuori un po’ stropicciati. Un racconto tenero e deliziosamente ironico sull’importanza della comunicazione e sul peso dei non detti, che tra meme famosissimi, foto di persone che vendono specchi e letture in corso, ci parla di amicizia, famiglia, lavoro e rapporto con la tecnologia.
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Tutte queste parole per dirvi che il grande giorno è arrivato. Siamo prontissimə e carichissimə per andare nello spazio! 🚀 Vi aspettiamo stasera alle 18:45 in libreria insieme a Riccardo, Carol Rollo e Alessandra Cadeddu per due chiacchiere su questa nuova uscita letteralmente SPAZIALE. E tu sarai dei nostri?
Ps. E siccome la storia è ambientata a Cagliari, ho pensato fosse carino lasciarvi - nel carosello - un po’ di cartoline della mia città, realtà vs visione di Riky. Io innamorata 🤩.
E se vi ho incuriositə e andrete al Salone del libro, fate un salto allo stand @baopublishing per sfogliare il fumetto e conoscere Mocci (e anche l’autore). Non ve ne pentirete 💖
#citazionilibri
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Sforzandomi di comprendere mia madre, di vedere le cose dal suo punto di vista, di compiacerla, di capire cosa la feriva, cosa la spingeva a fare quel che faceva e di prevedere cosa avrebbe potuto o non avrebbe potuto fare dopo, mi sono trasformata in un labirinto, un dedalo di sentieri che corrono a zigzag sottoterra e affiorano in posti strani, nella speranza di ottenere un punto di osservazione privilegiato, con una prospettiva diversa dalla mia. Vederla attraverso lenti che non erano del tutto colorate dalla mia esperienza me l’ha fatta apprezzare per la donna che era. Mi ha reso una scrittrice. Una romanziera. Perché è questo che sono i romanzieri: labirinti. E adesso questo labirinto deve dare un senso al suo sé labirintico senza di lei.
Colmare l’abisso tra l’eredità d’amore che ha lasciato a coloro a cui ha cambiato la vita e le spine che ha piantato dentro di me, piccoli galleggianti nel mio flusso sanguigno, ami da pesca che continuano a impigliarsi nei miei tessuti mentre il sangue si fa strada verso e dal mio cuore: ecco perché scrivo questo libro. Scriverlo è difficile quanto non scriverlo.
Forse ancor più che da figlia che piange la scomparsa di sua madre, la piango da scrittrice che ha perso il suo personaggio più avvincente. In queste pagine, mia madre, la mia gangster, vivrà. Lei è stata il mio rifugio e la mia tempesta.
«Non chiamammo subito la polizia». Con questa frase si apre il romanzo: la voce narrante è Mia, ventenne lucida e iperlessica, che racconta la scomparsa del padre durante una passeggiata con il fratello minore Eugene. Quando quest’ultimo torna a casa da solo, ferito e sconvolto, il mistero si addensa immediatamente attorno a lui: è l’unico testimone, ma non può raccontare nulla perché è un adolescente autistico con sindrome di Angelman, una condizione che lo rende persona non verbale.
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Tutto ci dice che siamo di fronte a un thriller familiare, ma in realtà è qualcosa di molto più complesso: una riflessione stratificata sul linguaggio, sulla conoscenza e sul modo in cui interpretiamo gli altri — soprattutto quando non rientrano nei nostri schemi.
La potenza del romanzo sta proprio nel modo in cui Kim smonta l’equazione implicita e pericolosa tra linguaggio verbale e intelligenza. Eugene non parla, ma questo non significa che non comprenda, che non pensi, che non sia presente. È la società, piuttosto, a non avere gli strumenti (o la volontà) per riconoscere forme diverse di comunicazione. Il romanzo insiste su questo errore sistemico: l’idea che ciò che non è espresso secondo codici normativi semplicemente non esista. Ed è qui che entra in gioco il discorso sull’abilismo, trattato con spietata lucidità. “Io sono qui” mostra quanto profondamente interiorizzata sia la gerarchia delle abilità: chi parla è credibile, chi non parla è automaticamente sospetto; chi sa raccontarsi è soggetto, chi non può farlo diventa oggetto — di indagine, di pietà, di paura. Eugene, in questo senso, non è solo un personaggio, ma un dispositivo narrativo che mette a nudo i limiti della nostra società.
La famiglia stessa non è immune: Mia, pur animata da amore, cade continuamente in bias interpretativi, cercando di “tradurre” Eugene dentro categorie che possano rassicurarla. Si assiste così a un cortocircuito continuo tra ciò che Eugene è e ciò che gli altri credono che sia. (Continua nei commenti ⬇️)
Eccomi, non a metà del mese, per questo #wrapup di aprile che mi ha dato delle soddisfazioni, lo ammetto. Ma la smetto di tergiversare e giungo al dunque.
Che bello tornare nell’universo di Blacksad. Sono una ragazza semplice, quando prendo in mano un libro con su scritto Diaz Canales io sono felice. La perfezione dei finali imperfetti grande rivelazione del mese, non gli davo due lire e invece mi è piaciuto tanto. Guillaume Musso fa sempre il suo sporco lavoro, la casa editrice un po’ meno, specialmente con la revisione delle bozze. La mia casa lontano da qui, invece, un po’ ha toppato. Mi aspettavo della sofferenza vista la tematica, invece - a parte qualche passo interessante - è rimasto tutto molto tiepido. Stefano Piedimonte con il suo Un momento di debolezza, lo ripeto, è una cazzo di bomba! Tanta gioia e meraviglia anche per il primo volume della trilogia fantasy di Lawrence - di cui esce il secondo volume a fine giugno - e per Io sono qui di Angie Kim. Poi sempre un viaggetto nel mondo dei manga con Inuyasha che sta per arrivare alla fine, Kaiju che invece è terminato, e Naruto che è ancora in viaggio.
Bon, ho detto quello che dovevo dire, ci rivediamo il mese prossimo per un nuovo recap 📚✨
Sarah ha appena compiuto 50 anni, lavora in una casa di riposo e ha sviluppato un’abitudine singolare: quando un anziano viene a mancare lasciando qualcosa di incompiuto — un puzzle, un lavoro a maglia, un libro — è lei a portarlo a termine. Un gesto apparentemente altruistico, che però nasconde un bisogno molto più profondo.
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Il romanzo tocca molti temi importanti (e interessanti). Vi vorrei dire che sarò breve, ma sappiamo che così non sarà. 🤣
Centrale è il rapporto con la perdita e con ciò che rimane sospeso nelle nostre vite. Sarah incarna una forma di lutto non elaborato, un dolore che si trasforma in ossessione per il “compimento”, per il finale perfetto. Brofedt lavora con delicatezza sul concetto di incompletezza, mostrando come il desiderio di sistemare ogni cosa possa diventare una difesa contro il caos emotivo e contro la memoria.
Un altro tema cardine è quello delle seconde possibilità: ricominciare non significa cancellare il passato, ma imparare a convivere con le sue mancanze. E poi è impossibile non citare l’idea di famiglia non convenzionale. L’autrice suggerisce che la famiglia può essere un luogo scelto (e come darle torto), non necessariamente ereditato, e che la comunità può diventare spazio di guarigione.
In ultima analisi, il tema che mi ha fatto più riflettere in assoluto: le scelte che si fanno pensando di fare la cosa più giusta per se stessə e per le persone che ci stanno accanto, spesso decidendo pure per conto altrui senza uno straccio di dialogo, che poi scatenano un effetto domino terrificante che si abbatte sulle vite di tuttə con conseguenze irreparabili. (Potremmo parlarne per ore? Sì).
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Chiudendo posso dire che “La perfezione dei finali imperfetti” è una storia sulla riconciliazione con l’incompiuto, un invito ad accettare che la vita raramente offre chiusure nette e che, proprio nelle crepe, può nascere la possibilità di un nuovo inizio. Consigliato senza dubbio alcuno 💖
~ Sono uno sconfitto, è chiaro, uno che si è dedicato con fervore e convinzione allo sport più antico, che è quello di battagliare continuamente con se stessi perdendo a ogni occasione. Sono uno sconfitto come quelli che vengono a sedersi sul mio divano, non importa come ci siamo finiti ma ora giacciamo tutti sul fondo dello stesso bacile e vogliamo solo che questa vita ci lasci in pace, che non ci rompa i coglioni, vogliamo riposare, questo è ciò che vogliamo, trovare ristoro.
Poso una mano sul volto dei miei clienti perché in loro rintraccio l’unico Cristo in cui credo, quello mitocondriale, quello genetico, caduto dagli alberi, dai rami degli alberi, dal paradiso dei raccoglitori sui rami degli alberi, per mai più risalire. Rispetto queste anime che frequentano la sotterenza e ne conoscono il vortice, perché lo conosco anch’io. Abbiamo fatto una recensione della vita dopo svariati decenni di utilizzo e le abbiamo assegnato due stelle d’incoraggiamento, in futuro farà meglio, l’intenzione non era poi così male.
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Stefano Piedimonte costruisce una narrazione che intreccia le vicende di personaggi segnati da fratture personali profonde, a partire dall’ex psichiatra Ludovico Bernard, travolto da uno scandalo professionale, e dal giovane Cesare Neiwiller, sospeso tra lutto e disorientamento esistenziale. La storia si sviluppa attraverso una progressiva stratificazione di relazioni e responsabilità, in cui ogni gesto individuale produce conseguenze etiche e psicologiche che si propagano nel tempo. La cosa che ho amato di più è la prosa dell’autore, asciutta e controllata, capace di restituire con precisione i moti interiori dei personaggi e grazie alla quale emerge un’indagine lucida sui temi della colpa, della responsabilità e della possibilità di redenzione. Pur avendo un impianto quasi clinico, il romanzo conserva una vena emotiva costante, che affiora soprattutto nei momenti di scelta e di cedimento, ricordando come la debolezza non sia un’eccezione, ma una componente inevitabile dell’esperienza umana. Che meraviglia! Che bellezza! 🤩
Un booktag super cute visto da @paginebagnate grazie alla condivisione di @hypniris 🤩🤩
Non io che mi faccio influenzare in tempo zero ahahah
Scegliere tra tutti i libri letti è stato complesso, ma ho preferito scegliere titoli non troppo mainstream (per quanto possibile), però ho notato che proprio certi titoli mainstream sono stati quelli che han deluso le mie aspettative 🤣
Comunque ho visto anche un altro booktag versione primaverile. Potrebbe essere il prossimo? Chissà… intanto beccatevi lui ✨
Ne approfitto in questo giorno di pasquetta per far uscire il #wrapup di marzo, che torna in ritardo esattamente come gli altri mesi (tranne febbraio).
Partiamo da una bellissima anteprima che mi ha molto commosso, il caro Theo, a cui ripenso di tanto in tanto. Bella lettura densa quella di Mottley, una storia che avevo da tanto sullo scaffale e che merita di essere letta. Poi ci sono i racconti di Samanta Schweblin che, inutile dire, sono uno meglio dell’altro, e La legge di Yellowstone è stupendo per ritmo, personaggi e ambientazione. Dalla Elena nazionale mi aspettavo molto di più, è stato un inizio difficile, ma proseguirò sicuramente col secondo volume. Pedro Lemebel col suo Ho pauro torero mi ha regalato non solo la lettura più bella del mese, ma anche tra le più belle della vita, una prosa lirica indimenticabile. Non poteva mancare un po’ di poesia con Accattoli e i miei amati manga, Naruto soprattutto che conferma il mio amore per Kakashi e il mio fastidio per Sasuke.
Godetevi questo giorno di festa, io vado a preparare il pranzo. Ci vediamo il prossimo mese con un altro aggiornamento ✨📚
Ti sei messo per l’alto mare, oggi
nessuno si nasconde per l’agguato,
sei figlio che ha cercato il padre,
l’acqua queste carni le ha vestite,
la rotta ti ha fatto le ossa.
Ma poi accade
che nell’altra sponda nessuno ti conosca.
Gli dei hanno altri nomi, il venerdì
si mangiano a pranzo pesci arrostiti.
Tuo padre chi fosse è sparso
per il mare, è alga posidonia e tana,
è furbo vociare delle scogliere.
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Nessuno ha più di noi il desiderio
di tornare da quel mondo orizzontale
coperto dalle acque, e poi
sbattere i polsi sulle carene,
scorticarsi per sentire il sale
fino ai polmoni.
Acqua lustrale, varco e redenzione,
latitudine di tutti,
sacerdozio delle derive.
Galleggiano i foulard,
acqua madre, utero, espulsione,
esplodono in un canto le scogliere.
La morte è un’alba ritratta
nel calvo delle meduse.
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pensavo che lo sapessi, non ho
chiglia né deriva, legata a te.
Senza cima.