La scorsa estate, a pochi giorni dalla morte di Cormac McCarty, affrontavo per la prima volta il suo “Suttree”.
Pochi giorni fa l’ho ripreso in mano e ora provo a dire qualcosa su questo romanzo poderoso.
Alla “periferia” del nostro Sistema solare, oltre l’orbita di Nettuno, esiste una fascia di corpi celesti minori (comete, asteroidi e meteoriti) detta “Fascia di Kuiper”. Si tratta di oggetti solidi che, gli astronomi mi perdonino la grossolanità della spiegazione, durante la formazione del Sistema solare non avevano massa sufficiente per attrarre altri corpi celesti in modo da formare un pianeta e, allo stesso tempo, la distanza e altre condizioni non ha permesso loro di venire aggregati a pianeti più grandi in via a di formazione.
I personaggi di “Suttree”, compreso il suo protagonista che dà il titolo al romanzo, sono come gli asteroidi della Fascia di Kuiper. Gravitano soli attorno alla città di Knoxville, Tennessee, indistinta tra i fumi delle ciminiere e le luci al neon. Vivono le loro vite sopravvivendo ostinatamente ai limiti della sussistenza. I legami che si creano tra loro sanno essere intensi e solidali, ma mai abbastanza da diventare “stabili”. La città stessa attrae e respinge Suttree e quelli come lui.
I momenti in cui i legami di Suttree sembrano condurlo verso una vita nuova, si rivelano illusori o vengono distrutti da circostanze che hanno a che fare con la gravità, la materia, la massa, la temperatura, il modo in cui le forze fisiche interagiscono tra loro sulla superficie del pianeta chiamato Terra.
Ecco perché non è sbagliato evocare metafore “astronomiche” per parlare di “Suttree”, perché Cormac McCarty, che è stato (ed è) uno scrittore gigantesco, ha una coscienza quasi cosmica delle forze fisiche alle quali è sottoposta la fragilità umana. E la città, indistinta tra fumi e luci al neon non è che un illusione di riparo.
“Da qualche parte nella foresta livida lungo il fiume è in agguato la cacciatrice, e tra i pennacchi di grano e nella moltitudine turrita delle città. Opera in ogni dove e i suoi cani non si stancano mai. Li ho visti in sogno, sbavanti e feroci cogli occhi pazzi di una fame vorace d’anime di questo mondo. Fuggili.”
“... gli scenari inventati sono il luogo ideale in cui analizzare conflitti e contraddizioni, piuttosto che fingere che non esistano. E sono una palestra che aiuta ad affrontarli nel mondo reale, cosa che prima o poi siamo tutti destinati a fare. Il manga sembra essere uno dei pochi spazi creativi ed espressivi rimasti in cui l’immaginazione può correre libera da paletti moralistici, e dove chi legge può sperimentare quella spregiudicatezza che appartiene all’arte e che porta oltre il sentire comune allo scopo di ritrovare un senso etico reso più forte propio dal conflitto e dal confronto”.
A mio parere, i fan di Philip K. Dick si dividono in due categorie:
1- Quelli che hanno letto tutti i suoi libri;
2- Quelli che hanno letto solo la biografia scritta da Carrère.
Io faccio parte della seconda 😁 (anche su un paio di libri di Dick li ho letti 😉)
“Dopo tutto, anche in questo deforme e mostruoso buco di provincia che ci è toccato, nel tempo in cui ci è toccato, possiamo muovere il nostro pensiero liberamente”.