📚 “Punto e basta” al @salonelibro
Un confronto su Oriana Fallaci, sul giornalismo, sulle sue contraddizioni e su un’eredità che continua ancora oggi a dividere e interrogare.
Tra memoria, politica e cultura, una sala piena per discutere di una delle figure più controverse e influenti del Novecento italiano.
@ale_trox@sciandi
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Dalla Rassegna del Corriere della Sera: … “La remigrazione, dice Sellner - con un’elencazione un tantino raggelante (dove non manca «sostenibile») - «deve procedere in modo obiettivo, sistematico, sostenibile e differenziato». Si tratta di sostenere una «politica identitaria e demografica di destra» per evitare «uno naturamento o inforestierimento» della Germania. Il neologismo teutonico «inforestierimento» è usato nel senso di inzeppare di «forestieri» la popolazione autoctona, o presunta tale. L’obiettivo è quello di mantenere salda la Leitkultur, la cultura dominante tedesca. Evitando «blocchi etnici allogeni che servano interessi stranieri» e che sono promossi da «lobby immigrazioniste». Che la cosa sia proposta da un austriaco, parlando di Germania, non deve spaventare e far evocare imbianchini del passato. Sellner - peraltro non gradito in Germania, e bandito dalla Svizzera - nel libro si esprime apertamente contro «la xenofobia becera, lo spirito di vendetta, il razzismo o il disprezzo della religione altrui». Quanto ai precedenti storici, «bisogna farla finita con la nevrosi dell’espiazione e con il distruttivo e mortificante “mai più”. Il popolo tedesco deve ritrovare il suo posto nel mondo e nella storia». E qui, si comincia a vacillare. Quando si è cominciato a dire che il popolo tedesco doveva ritrovare il suo posto nel mondo, si è visto com’è finita”
…
Chi ha favorito l’ascesa di Hitler e del nazismo? “Una piccola oligarchia sfacciata, egoista e ottusa che ha fatto la scelta, il calcolo e la scommessa di assassinare la democrazia: liberali autoritari che, convinti della loro legittimità sovra elettorale, persuasi della fondatezza della loro post politica di riforme, infatuata del loro genio, delle loro origini e delle loro reti, hanno freddamente deciso che l’unica strada ragionevole da percorrere per restare al potere ed evitare qualsiasi vittoria della sinistra, era l’alleanza con i nazisti”
Ho fatto in tempo a vedere i suoi ultimi comizi, prima dell’ictus: nei paesi più sperduti della Bergamasca, cominciava alle 11 e finiva all’una o alle due di notte, con discorsi chilometrici e tortuosi, dal Barbarossa all’illuminismo. Concludeva la serata pucciando le patatine fritte nella Coca-Cola (più tardi, alle tre di notte, lo scopone) e noi al tavolo di fianco, con la salamella o la pizza a buttar giù il pezzo. Aveva intorno un cerchio magico di cronisti che lo adoravano (Lucchi, Brambilla, Passalacqua, Cavalera, Pezzini, Cerruti). Io e Adalberto Signore eravamo arrivati da poco (avremmo poi scritto “Razza padana”) ed eravamo fuori dal giro. Loro gli portavano i regali di compleanno, nella casa di Gemonio, e venivano svegliati a notte fonda dalle sue telefonate. Noi ci arrangiavamo rubando notizie e indiscrezioni prima ad autisti e guardie del corpo, poi a cronisti della Padania e a Maroni e Calderoli. La gente lo adorava. I militanti avevano il compito di presidiare la sua stanza, quando era in trasferta, perché le fan cercavano di infilarsi dentro (e spesso ci riuscivano). Il sigaro Garibaldi ha continuato a fumarlo anche dopo l’ictus, come Emma Bonino le sue sigarette. Predicava parole d’odio, canagliesche, razziste. Era un cialtrone, un bugiardo. Ma era anche un visionario, un condottiero, un uomo coraggioso. Aveva la politica nel sangue e ne era fiero. Diceva di aver fatto più comizi di Berlinguer. Non sopportava la svolta nazionalista di Salvini, che considerava un traditore della Padania. E non gli piaceva quell’ammiccare a una destra sovranista, fascista, lui che era fiero delle radici e che disse no a Gianfranco Fini perché “con i nipotini dei fascisti” non ci si sarebbe messo mai. Negli ultimi anni, Nicoletta Maggi lo accompagnava alla Camera. Provavo a strappargli interviste sui divanetti di Montecitorio, dove rimaneva da solo per delle ore, ma si capiva poco di quel che diceva. Gli uomini che lavoravano con lui gli volevano bene.
Alessandro Trocino è giornalista del Corriere della Sera dal 1999: ha lavorato prima in cronaca, poi come cronista parlamentare a Roma per 13 anni, ora scrive di politica e cultura. Nel 2008 ha scritto, insieme ad Adalberto Signore, Razza Padana (Bur), nel 2011 ha pubblicato Popstar della cultura (Fazi) e nel 2019 per Giunti La carbonara non esiste, infine, nel 2024 ha pubblicato Scerbanenco a Milano (Paesi edizioni).
Vi aspetta a Demarcazioni, il 20/21/22 Marzo 2026 💚🌎
Quando arrivai al Corriere, nel lontano 1999, il vicedirettore dell’epoca, il bravissimo Carlo Verdelli, mi strinse la mano, gelido: «Complimenti. Ma fai attenzione: il Corriere corrompe». Non intendeva, naturalmente, che stavo entrando in un giornale corrotto. Mi metteva in guardia, con quella frase sibillina e inquietante, dai meccanismi dei grandi giornali, che tendono a stritolare gli individui, a rimasticarli e a inglobarli in una rotativa unica del pensiero, dove il conformismo e l’obbedienza, ma anche il rispetto delle regole e l’ammirazione, finiscono per diluire e piegare i tuoi principi, la tua forza morale e intellettuale. Sapeva che un grande giornale come il Corriere non funziona solo con la retorica della «grande famiglia», con l’enfasi della grande storia collettiva alle spalle, ma si forgia anche con la volontà, l’intelligenza e l’intransigenza dei singoli individui che ne fanno parte, irriducibili alle pressioni della politica e dei superiori. Come si è visto nei tempi cupi del fascismo e della P2, dove non tutti si sono piegati e dove le forze sane della redazione e delle maestranze, come si diceva una volta, hanno lavorato per tornare a essere fieri di questo giornale.
Non è idealismo vuoto: le gerarchie, in quella macchina complessa che è un quotidiano, sono importanti e nessuno può andare da solo, in direzione ostinata e contraria rispetto a quella della proprietà e della direzione. Ma si può e si deve mantenere una postura di dignità e di rispetto per se stessi, per le notizie, per i lettori. Essere flessibili, quando si deve, e inflessibili, quando è necessario. È una lotta quotidiana, a volte inconsapevole, a volte impercettibile, a volte frustrante. In questi anni, quella frase di Verdelli mi ha accompagnato come un monito, severo e affettuoso: mi ha fatto paura e mi ha fatto sorridere.
#150anni
«Apro la mia boccaccia e dico quello che mi pare».
In arrivo: “Oriana Fallaci. Punto e basta”, un volume corale che racconta la scrittrice più divisiva del Novecento italiano. 📚Un ritratto polifonico per capire perché il suo nome continui ancora oggi a incendiare il dibattito italiano.
📌 Dal 13 marzo in librerie.
Tra le voci che popolano il libro, quelle di Alessandro Trocino, Cristina Bulgheri e Simonetta Sciandivasci, che intrecciano ricostruzione storica, memoria personale e riflessione critica per restituire la complessità di una figura centrale del Novecento italiano.
@ale_trox@sciandi@pdepromozione
“Apro la mia boccaccia e dico quello che mi pare” 📚 A @testofirenze abbiamo presentato il libro “Punto e basta”, un volume corale che racconta Oriana Fallaci, la scrittrice più divisiva del Novecento italiano.
@ale_trox uno degli autori del libro ci racconta il dietro le quinte della scrittura.
@pdepromozione
#librinuovi #libriconsigliati #novitàinlibreria #orianafallaci #lettori
Siamo a @testofirenze e vi aspettiamo allo stand E12 con un programma ricco di eventi. Segnatevi tutto!
📌Sabato 28 febbraio alle 19 alla Stazione Leopolda, nella Sala Bazlen, si terrà la prima presentazione del nuovo libro “Oriana Fallaci. Punto e basta”, firmato da Simonetta Sciandivasci, Alessandro Trocino e Cristina Bulgheri con le testimonianze esclusive di Ferruccio De Bortoli e Alessandro Cannavò. “Da Firenze a New York, da Saigon a Teheran. L’eredità dell’inventrice del giornalismo moderno” il tema dell’incontro a cui parteciperanno insieme agli autori il presidente del Gabinetto Visseaux Riccardo Nencini. Modera l’editore di Paesi Edizioni Lucio Tirinnanzi. @sciandi@ale_trox
📌 sempre sabato 28 i nostri autori saranno presenti allo stand per i firmacopie
● Alessandro Trocino e Cristina Bulgheri, co-autori di “Oriana Fallaci. Punto e basta” ore 18-20
● Cosimo Calamini, autore di “Gli inadeguati” ore 17:00
● Federico Giuliani, autore di “Pyongyang” ore 16:00
●Alessia Cespuglio, autrice di “Dovrei sapere perché” ore 12:00
● Alessio Moretti, autore di “Via Lattea Civico 3” ore 18:00
@pdepromozione@alessiofisio86@_fede0fede_
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C’è un’escalation di violenza nelle manifestazioni? È possibile e certe scene di Torino sono inguardabili. Ma di certo c’è un’escalation di assurdità nelle dichiarazioni del governo e un’escalation di misure repressive pericolose. “La criminalizzazione delle proteste, anche di quelle pacifiche, è dietro l’angolo. Se chi scende in piazza - per Gaza, per Askatasuna, contro l’Ice - è complice dei gruppi di scalmanati che si danno a vandalismi e aggressioni, allora la conseguenza logica è che tutti i manifestanti sono complici e vanno perseguiti, laddove si verificano incidenti”.
Dalla Rassegna del Corriere della Sera.
Dalla Rassegna “Uno dei maestri della canzone di protesta, Woody Guthrie, fece incidere sulla sua chitarra lo slogan posto sulle fiancate degli aerei delle brigate internazionali durante la Guerra civile spagnola: «This machine kills fascists». Questa macchina, la chitarra, uccide i fascisti. La musica come una bomba non letale, arma potentissima di dissenso, uno strumento di guerra non convenzionale che inchioda il potere alle sue responsabilità e mobilita il popolo contro l’oppressione e la tirannia. Viene subito in mente il contraltare nostrano, Edoardo Bennato, primo dei cantautori «non impegnati» (anche se lo era a modo suo), che cantava «Sono solo canzonette». E viene anche in mente che negli ultimi anni praticamente tutto il mondo dello spettacolo, del cinema, della musica, ha intonato inni e canzoni contro Donald Trump, si è mobilitato in palazzetti che cantavano a squarciagola inni, mobilitando emozioni e retorica, con il risultato che Trump ha vinto serenamente le elezioni, ironizzando per giunta su questa gigantesca chiamata alle armi delle «anime belle» e canterine”. Segue
Dalla Rassegna del Corriere. “Ha i capelli tagliati a spazzola, rasati al lato, con un ciuffo al centro. Si esibisce volentieri con un elegante cappottone verde, con quattro bottoni dorati e le mostrine. Chi vi ricorda? A molti americani, che hanno inondato la rete di meme, ricorda da vicino un nazista. Uno di quelli con la divisa disegnata da Hugo Boss. «Adora fare il suo cosplay da ufficiale SS», dicono su Reddit, X e Threads. Anche il governatore della California Gavin Newson ha avuto un déja-vu e ha ritwittato la sua foto: «Non si nascondono neanche più».
Gregory Bovino, per gli amici Greg, di certo non si nasconde. In un panorama di agenti mascherati, che qualcuno paragona alla Gestapo, lui si presenta fieramente a volto scoperto. È il comandante delle pattuglie di confine americane del settore El Centro e risponde direttamente alla segretaria per la sicurezza interna, Kristi Noem (la ministra con il cappello da cowboy che si fa i selfie con i detenuti in gabbia). Si diverte a guidare i suoi agenti in raid durissimi, fronteggia con spavalderia gli insulti dei cittadini e pubblica tutto sui social, con filmati incalzanti che sembrano trailer di film d’azione hollywoodiani. I suoi metodi hanno fatto sobbalzare molti, anche nell’entourage di Trump: finestrini infranti, retate violente nei parcheggi e nei supermercati, pattugliamenti minacciosi a cavallo nei parchi, uso di sostanze chimiche irritanti. Eppure, o forse proprio per questo, ha fatto una carriera fulminante.
…”