#11 - Perché mi hai Abbandonato?
In quelle rare pause cognitive (che chiamo sabati sera) sono più vicino, più vicino alla Verità (menomale che ho un piede a terra).
E li mi trovo. O ritrovo, non so bene.
Ho così percepito che l’11º.com definisce che non c’è amore senza cognizione di causa, per quanto benevolo possa essere, serve sacrificio.
È l’unico comandamento che condivido senza eccezione.
E non vale mandare la tua carne, devi sacrificarti con tutto te stesso, ma è po’ troppo cinico per rispettarlo, per questo lo rispetto.
Poi ci sono quelle eccezioni che ti fanno ricredere.
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Essere migliori della parola.
La parola inventata da noi.
Perché avevamo paura di restare soli.
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Ma io voglio credere che esista quella regola, quella che conferma l’eccezione.
Link in Padre Pio
#10 - Parole e Libertà Vigilata
Data l’organica incostanza di questa roba che sto facendo, ho deciso di dedicare un’altra settimana alla parola. In questa puntata ci concentreremo sul viaggio della parola e non più sul fine. Grazie dell’attenzione e… sigla.
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Sono in aereo. -nota inutile-
A cosa servono le parole? Unica verità è che servono ad esprimere un concetto. Nulla più, nulla meno: un mezzo per un fine.
Proprio qui sta il fascino, non nella parola, ma nel concetto e nell’interpretazione che il singolo da di esso. -la questione mi garba-
Per questo è semplice intendersi e difficile capirsi (o viceversa, dipende da come intendi).
Per questo non alle parole bisogna rendere conto, ma al concetto.
Per questo le parole sono come un burrone, un buco infinito.
Se sei una persona Normale vai avanti e cammini nel vuoto, perché non vuoi e non puoi.
Se sei un poeta cerchi di seguirla, ma cadi inesorabile perché non puoi, ma vuoi. Se sei l’altro poeta, quello che boh, lo guardi. Corri indietro. Puoi ma non vuoi.
Io guardo quell’orlo e mi ci perdo, é bello, vorrei caderci. Alla fine costruisco un ponte, perché voglio e posso.
Fanculo.
Link in Brio
#09 - Parole e Omicidi
Parlo poco. Parlo pure male. Non so nemmeno pronunciare bene il mio nome (Barbara Barbara).
Insomma, preferisco farmi capire con altri metodi, meno atti a creare dubbi, più a formare certezze. Eppure vivo immerso nelle parole. 90 su 100 sono vuote, forse persino di più. La parte restante si divide in due categorie: interessante o dolorosa, a volte entrambe ma in rarissimi casi.
Data la vuotezza della maggior parte dei casi, ormai non si fa più caso alle parole dette, o meglio, al concetto che esse trasportano. Ci si concentra nella forma e si perde il contesto, troppo difficile argomentare, ragionare, stare zitti. Tutti hanno qualcosa da dire - in primis io -, ma in quanti ci hanno pensato davvero - in primis io-. Di conseguenza le parole possono uccidere (almeno me). Omicidio colposo si spera.
Non ne sono convinto però.
Link in Descrizione di un Attimo.
#08 - Credere
Io credo.
Non al fatto che risorgerò, e che questo mio corpo vedrà Salvatore.
Però credo, di essere inadeguato a credere (seppur sostenga di credere nella Scienza, che però è tanta roba).
Ma al contempo, credere è il più grande atto di noia e disinteresse che l’uomo possa sostenere.
Perché faticare senza un fine? Non ha minimamente senso. Perché non trovare un senso? - perché un senso non ce l’ha? -
Perché impegnarsi a credere in qualcosa di proprio quando la credenza altrui è così comoda? Perché io non so cosa sto scrivendo? Perché invidio chi la Fede ce l’ha? Per Cristo non lo so.
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In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Però il verbo ha ucciso. Ci vediamo nella prossima puntata.
Link in Dio, con Dio e per Dio.
#07 - Perdere
Ho sempre odiato perdere. Principalmente perdere a carte.
Ma questo non si avvicina neppure lontanamente alla natura del termine.
Quel vuoto che si crea quando perdi qualcuno (e non qualcosa) veramente.
Come reazione naturale mi sono sempre colpevolizzato, sono così. Analizzo e ripercorro ogni scelta per vedere cosa avrei potuto fare, cosa avrei cambiato, cosa non ho fatto.
Eppure, a forza di perdere, la perdita stessa sta perdendo di significato. E se persino la perdita perde contro se stessa, chi vince?
Perdendoti mi sono perso, ma perdendomi mi sono ritrovato.
Link in Bio(degradabile)
#06 - Sogno o Son Destro?
Per fortuna sogno poco, quasi mai. Sarà che ho i piedi per terra (almeno il sinistro), sarà perché essere obbiettivo non mi dispiace e quindi il mio subconscio elimina le utili inutilità. Però questa notte ho sognato.
E non volevo.
E non dovevo.
Quindi mi sono direttamente alzato col piede sinistro, quello sbagliato visto che non sono mancino (e nemmeno Morgan).
Ho sognato di come sarebbe stata la mia relazione se non avessi scelto ciò che ho scelto. Se lei non avesse scelto quello che ha scelto.
Però la decisione non è mia, mi rimane solo l’odio e il dolore, a giorni alterni.
Quando sogno è il secondo, per questo non voglio sognare. Per questo vorrei essere mancino (oppure Morgan).
Link in Oz-io.
#05 - Scegliere
Di cose che non capisco ne é pieno il mondo. Pieno.
Però una la so.
Amore non é solo la gioia del momento, magari, non sarei qui a scrivere. Amore é anche, e soprattutto, una scelta e la conseguente scelta di condividere le scelte.
Qui ho sbagliato.
Ma qui ho anche capito che non ho sbagliato da solo, che dagli errori nasce l’odio e/o l’amore e/o l’opportunità.
« Che questo sentimento nasce da meccaniche divine », ma prosegue con meccaniche umane, che scegliamo di non capire per accidia, o peggio, per superbia.
Che sto facendo la spesa all’a e/o.
Link in Rio Mare.
#04 - Normale
In questo diverbio interiore che porto avanti, la risposta più semplice, anzi la soluzione, che ho trovato è stata isolare.
Isolare le emozioni.
Le tengo la, in un’isola che non c’è.
Per gran parte del tempo la cosa funziona, vivo serenamente la mia inettitudine vedendo le cose per come sono: obbiettivamente normali. Tutto è normale, tutto è semplice, tutto è niente (o poco dai, sono un garantista).
Poi arriva quella cosa. In genere una canzone nuova che racconta una storia vecchia, un momento che non può (e non deve) essere normale.
Al mio segnale, lei, scatena l’inferno.
Link nel Fio dell’esistenza umana.
#03 - Scappare
Scappo da 10 anni buoni. Quindi ho un minimo di esperienza nel settore. Prima dall’Alpago, poi da Belluno, poi dall’Italia (poi dal mondo, boh).
Ho creduto fino ad ora di farlo per paura, al contrario mi serve per capire. Capire in primo me stesso, in secondo gli altri. Altri nel suo significato più generico, ossia: tutti tranne me. Chi è vicino, chi non lo è e i perfetti sconosciuti. Questi ultimi mi affascinano particolarmente in quanto, se non si hanno aspettative nei confronti di qualcuno, allora non possono che stupirti. Ciò che mi stupisce, però, è quanto chi credevi di conoscere possa stupirti. E poi ti senti stupido, non stupito.
Perché, in fondo, la lontananza è come il vento, spegne i fuochi piccoli ma accende quelli grandi.
-cazzo, mi sono bruciato-
E se lo dice Domenico, io mi fido?
Link I/O
#02 -Passato (ter)Remoto
Più mi guardo indietro, più non posso lamentarmi.
Buona famiglia, buona infanzia, bei ricordi (quelli che ricordo almeno), i primi amori.
Il primo ricordo è quello del mio quarto compleanno.
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4: Che bel numero. è 2+2, 2*2 e 2^2. Che vuol dire la stessa cosa per intendersi, ma in modi diversi. Sono il quarto di quattro figli, in teoria sono pure il quarto a portare il mio nome nella mia famiglia. è il numero della perfezione +1, perché è migliore, o perché perfetto non voleva essere.
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L’ho festeggiato da nonna con una bavarese alle fragole. Indossavo una polo arancione e avevo delle occhiaie che manco ora. Però ero felice.
Da lì in poi, cosa cambia? Troppi i pensieri che si accumulano con gli anni e troppo poco tempo per risolverli -per questo sono qui-.
Per me il senso di inadeguatezza che mi accompagna fedele, manco lo volessi affianco. Eppure ora capisco che non mi fa del male, anzi. Senza di lui non avrei conosciuto splendide persone, non avrei abbracciato le mie passioni e forse non sarei nemmeno un ingegnere. Quindi ti ringrazio amico mio, per le gioie e i dolori che mi hai fatto passare anche se, per il momento, ti devo voltare le spalle.
Link in Mio
#01 - Passato Prossimo
Per una buona psicanalisi il primo passo non è scavare addietro, ma guardare la buca che ne consegue, credo. Quindi questo sono io, o il me stesso dell’ultimo periodo: tribale male con influenze influenzate dall’influenza mentale che mi ritrovo. Un buon inizio per guarire direi.
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Ma cosa vuol dire tribale e soprattutto, perché proprio questo genere?
Alla prima domanda veramente vi lascio alla treccani:
agg. [der. di *tribù*, sul modello dell’ingl. *tribal*, fr. *tribal*].
Di tribù, delle tribù, che è proprio della tribù, che si fonda sulla tribù: *struttura*, *organizzazione t. di una società*; *religione t.*, *riti t.* ; *rivalità*, *lotte tribali*. Per estensione, di comportamento di un gruppo di persone che richiama il forte senso di appartenenza e identificazione tipico delle tribù.
Non mi ritrovo, per certo, nella parte strutturale/organizzativa. Per quanto riguarda il FORTE SENSO DI APPARTENENZA, beh allora a quello si. Definitivamente.
Appartenenza a cosa, a chi? A questo mondo? Troppo generico. A quei 4 scappati di casa che porto sul palmo di una mano? Alla famiglia che porto nell’altra? Entrambe e nessuna. Il forte senso di appartenenza esiste, lo sento, ma non è ancora rivolto a nulla ne a nessuno. Forse alla musica? Nemmeno, troppo romantico di questi tempi. Allora forse è solo un punto. Un punto che vuole appartenere a qualcosa, ma non si merita ancora di far parte del cerchio.
Link in Zio